Oggi si vota in Zimbabwe
Débâcle sudafricana
Quando, nel marzo di un anno fa, fu nominato mediatore ufficiale per conto della Sadc (la comunità che riunisce 14 stati africani a sud del Sahara) nella crisi dello Zimbabwe, il presidente sudafricano, Thabo Mbeki, dichiarò e poi ripetè molte volte che l’obiettivo della sua azione sarebbe stato quello di creare le condizioni per elezioni politiche e presidenziali oneste e libere da tenersi nella primavera 2008. Clicca qui e leggi il ritratto di Mugabe, "Mandela andato a male" di Rodolfo Casadei

Quando, nel marzo di un anno fa, fu nominato mediatore ufficiale per conto della Sadc (la comunità che riunisce 14 stati africani a sud del Sahara) nella crisi dello Zimbabwe, il presidente sudafricano, Thabo Mbeki, dichiarò e poi ripetè molte volte che l’obiettivo della sua azione sarebbe stato quello di creare le condizioni per elezioni politiche e presidenziali oneste e libere da tenersi nella primavera 2008. Quindici mesi dopo, Mbeki non è stato neppure invitato alla riunione del Comitato per la sicurezza della Sadc, tenutasi mercoledì, e il suo appello per un rinvio delle elezioni è apparso quantomai tardivo. Oggi le urne si sono aperte, pure se il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha dichiarato “impossibile” lo svolgimento di un voto libero e onesto, e pure se un funzionario del dipartimento di stato americano ha detto che gli Stati Uniti non considereranno valido l’esito (scontato) delle elezioni.
Lo sfidante di Robert Mugabe, Morgan Tsvangirai, che già vinse le elezioni del 29 marzo, ha chiesto due giorni fa di lavorare a un “accordo politico” che possa aiutare lo Zimbabwe a uscire dalla crisi e che prevede anche l’arrivo di “forze di pace armate”. Negli ultimi tre mesi 86 suoi sostenitori sono stati assassinati, migliaia arrestati, 200 mila hanno abbandonato le proprie case a causa di minacce e assalti dei militanti pro Mugabe; centinaia di comizi del suo partito sono stati vietati o interrotti dalla polizia; lui era stato arrestato cinque volte nel giro di una settimana e domenica ha dovuto cercare rifugio nell’ambasciata olandese a Harare.
Quando il presidente sudafricano Mbeki è diventato mediatore ufficiale della crisi, l’inflazione nello Zimbabwe era al 18 mila per cento e 4 milioni di persone avevano bisogno di aiuti alimentari; oggi l’inflazione ha segnato un record mondiale di 2 milioni per cento e gli affamati sono diventati 5 milioni. In circostanze simili si poteva immaginare che persino in un paese oppresso da una cappa poliziesca come lo Zimbabwe gli elettori avrebbero tentato di cambiare qualcosa. Mbeki no: lui era convinto che Tsvangirai sarebbe andato malissimo a causa delle divisioni all’interno dell’Mdc, il suo partito, che Mugabe avrebbe vinto come al solito ma che il terzo candidato, un ex membro del partito presidenziale Zanu-Pf di nome Simba Makoni, che ha deciso di correre in proprio, avrebbe fatto una buonissima figura. A quel punto sarebbe passata la sua proposta di mediazione: Makoni capo di un governo di unità nazionale con dentro esponenti di tutti i partiti, incluso l’Mdc, ma non l’ala principale di Tsvangirai bensì quelli che gli fanno la fronda (gruppo Mutambara); Mugabe dovrebbe poi accettare di andare in pensione nel 2010 spianando la strada della successione a Makoni. Ma questi ha conquistato appena l’8 per cento dei voti alle elezioni.
Al summit della Sadc del 12 aprile, al quale per la prima volta era invitato anche Tsvangirai, Mbeki ha avuto il coraggio di proporre comunque Makoni capo di un governo di unità nazionale. Da ciò la rottura con Tsvangirai, che pochi giorni dopo ha chiesto nuove iniziative di mediazione. Prima dell’investitura della Sadc, Mbeki conduceva una mediazione che lui definiva “quiet diplomacy”, e che l’opposizione a Mugabe definiva sostegno mascherato al presidente. Dal 2000 a oggi tutte le proposte di riforma costituzionale e di gestione consociativa del potere che Mbeki ha avanzato – tutte pensate per garantire un passaggio dolce del potere – sono fallite perché ogni volta Mugabe rispondeva “no” e Mbeki faceva rispettosamente marcia indietro.
“L’ha messo in quel posto ai bianchi”
La mediazione di Mbeki e della Sadc è fallita perché il Sudafrica e i suoi alleati non costringerebbero mai Mugabe a fare qualcosa contro la sua volontà; non lo costringerebbero mai perché lo rispettano e lo ammirano, mentre disprezzano e sopportano Tsvangirai e il suo Mdc. Persino al summit della Sadc dell’agosto 2007, con l’economia dello Zimbabwe a pezzi e la repressione allo zenit, Mugabe ha ricevuto l’applauso dei partecipanti e la loro formale “solidarietà”. La crisi economica è stata ascritta alle sanzioni occidentali (che in realtà colpiscono soltanto la cricca di Mugabe) e le difficoltà della mediazione alle interferenze anglo-americane. Stesse accoglienze calorose aveva ricevuto al summit del marzo 2007 e soprattutto in Sudafrica nel 2004, alle celebrazioni del decennale dell’ascesa al potere dell’Anc. Invece Tsvangirai non ha avuto solidarietà nemmeno quando, nel marzo 2007, è uscito di prigione dopo uno dei tanti arresti col volto gonfio per i pestaggi subìti.
“L’ha messo in quel posto ai bianchi”
La mediazione di Mbeki e della Sadc è fallita perché il Sudafrica e i suoi alleati non costringerebbero mai Mugabe a fare qualcosa contro la sua volontà; non lo costringerebbero mai perché lo rispettano e lo ammirano, mentre disprezzano e sopportano Tsvangirai e il suo Mdc. Persino al summit della Sadc dell’agosto 2007, con l’economia dello Zimbabwe a pezzi e la repressione allo zenit, Mugabe ha ricevuto l’applauso dei partecipanti e la loro formale “solidarietà”. La crisi economica è stata ascritta alle sanzioni occidentali (che in realtà colpiscono soltanto la cricca di Mugabe) e le difficoltà della mediazione alle interferenze anglo-americane. Stesse accoglienze calorose aveva ricevuto al summit del marzo 2007 e soprattutto in Sudafrica nel 2004, alle celebrazioni del decennale dell’ascesa al potere dell’Anc. Invece Tsvangirai non ha avuto solidarietà nemmeno quando, nel marzo 2007, è uscito di prigione dopo uno dei tanti arresti col volto gonfio per i pestaggi subìti.
Per i leader africani Mugabe è un monumento vivente, un padre della lotta anticoloniale del quale oggi i padroni bianchi si vendicano perché prima ha strappato loro il governo del paese (l’allora Rhodesia di Ian Smith) e poi le fattorie che continuavano a possedere avendo rubato la terra ai neri. Che la gestione degli espropri sia stata incompetente e clientelare non conta di fronte alla giustezza storica del suo operato. “Mugabe l’ha messo in quel posto ai bianchi, e Mbeki lo ammira per questo”, ha dichiarato qualche tempo fa Helen Suzman, che per 15 anni fu l’unico deputato bianco contrario all’apartheid nel Parlamento sudafricano.
Oggi soltanto tre dei 14 paesi della Sadc hanno una posizione apertamente critica nei confronti di Mugabe: lo Zambia, il Botswana e la Tanzania, il cui presidente Jakaya Kikwete è anche, da sei mesi, presidente di turno dell’Unione africana. Questo fatto spiega la virata di Mbeki, che ha schierato il Sudafrica con la dichiarazione di ieri del Consiglio di sicurezza: Kikwete da tempo parla della creazione di un team dell’Unione africana incaricato del negoziato in Zimbabwe. Per evitare di essere degradato e rimosso, Mbeki ha fatto il grande passo della sua prima presa di posizione anti Mugabe della sua vita. Ma non certo per convinzione.
di Rodolfo Casadei
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