Il Trattato di Lisbona in Italia si porta molto. Ma l'antieuropa è vigile

A che punto è il fronte italiano dell’antieuropa? E’ possibile che il suo lavoro venga disbrigato con efficacia definitiva dagli irlandesi chiamati ieri ad approvare per via referendaria il Trattato di Lisbona. Lettori del Foglio on line, che ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner.
12 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 01:47 | 15 AGO 20
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Roma. A che punto è il fronte italiano dell’antieuropa? E’ possibile che il suo lavoro venga disbrigato con efficacia definitiva dagli irlandesi chiamati ieri ad approvare per via referendaria il Trattato di Lisbona. Una sconfitta degli europeisti seppellirebbe il succedaneo della Costituzione bocciata a suo tempo (2005) da francesi e olandesi. In ogni caso l’Europa non ne morirebbe ma la maggioranza berlusconiana è tenuta ad avere idee e comportamenti coerenti al riguardo. In realtà il nuovo esecutivo ha già approvato il Trattato, nel Consiglio dei ministri, all’unanimità ma con una riserva decisiva da parte della Lega nord. Il partito di Umberto Bossi chiede che anche in Italia il recepimento della nuova Carta continentale venga sanzionato da un referendum e, siccome la nostra Carta non lo prevede, ha già depositato una proposta di legge costituzionale simile a quella che nel 1989 consentì il referendum sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo (lo ha fatto anche il presidente emerito Francesco Cossiga). Dopo il premier Silvio Berlusconi, il destinatario naturale dell’istanza leghista è Franco Frattini, il quale gioca un ruolo essenziale su questo e su altri dossier. Il titolare della Farnesina promette che “non ci sarà alcun problema”, anzi “ci sarà una maggioranza larga anche in Parlamento. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha dato a questo provvedimento una grande priorità e penso che faremo in fretta”. Ma dopo, referendum o no? La maggioranza non ne ha ancora discusso, l’orientamento generale è lontano dalle idee del Carroccio. Il governo vuole ratificare il Trattato entro luglio (fra quindici giorni comincia l’esame della commissione Esteri al Senato). Tuttavia è molto difficile trovare argomenti polemici contro un esercizio di democrazia popolare sollecitato da una parte (non secondaria) della coalizione. Poi, sempre sul piano tattico, c’è da considerare il precedente dell’ingresso italiano in Eurolandia.
Il passo nell’euro era obbligato, il modo di compierlo non un capolavoro. I cittadini elettori non l’hanno dimenticato. Sicché una ratifica maturata esclusivamente dall’alto potrebbe trasformarsi in un contraccolpo d’immagine alla prima avversità percepita a causa di un provvedimento europeo legato a un Trattato privo di consacrazione elettorale. Se si potesse riassumere la posizione del centrodestra sul Trattato ne uscirebbe una frase come questa: nessuna decisione senza una forma purchessia di consultazione. Ma senza entrare in conflitto con l’antireferendario Ppe, nel quale milita Forza Italia e dove An è in attesa di entrare. Nella maggioranza si considera ormai superata, ma non si sa mai, la stagione dei tutorati esterni, quando il blocco dei conservatori berlusconiani aveva bisogno di figure protettive per addomesticare le riserve dell’euroburocrazia antipatizzante. Più che Lamberto Dini nel 1994, è stato Renato Ruggiero nel 2001 (ma per pochi mesi) a esemplificare la inane e a volte doppia fatica del Cav. impegnato alla Farnesina. Quella di sopportare una specie di garante esterno (Ruggiero era un uomo molto vicino a Gianni Agnelli) e quella di liberarsene senza infingimenti nei momenti delle decisioni sovrane. Nessuno ha dimenticato la lacerazione con l’Europa a trazione franco-tedesca nella seconda guerra irachena, o i guai di Giulio Tremonti durante il suo primo mandato al Tesoro. Oltretutto gli europarlamentari della Lega si sono sempre distinti per la forza della polemica riversata sui tratti oligarchici e tecnocratici dell’Unione.
Mario Borghezio ieri ciacolava così: “Prevedendo la vittoria dei no in Irlanda sarei già ubriaco di birra”. In mancanza di una visione strategica, il Pdl medita di allargare la platea degli interlocutori. Se le velleità referendarie della Lega hanno pochissime chance di successo, bisognerà parlare con l’opposizione e con Napolitano, europeista di scuola antica. Il ministro ombra titolare del dossier è Piero Fassino, molto critico verso l’euroscetticismo. Lui, Frattini e gli altri dovrebbero confrontarsi in un luogo appropriato e definito dal nuovo regolamento parlamentare in corso di stesura.
E’ singolare però che le maggiori linee di tensione convergano quasi soltanto sul Trattato di Lisbona (nel quale si rileva il contributo dello studio Amato). L’esperienza di Frattini nella Commissione si riverbera positivamente sulle relazioni con Bruxelles. Inoltre Tremonti ha guadagnato di recente parecchi crediti dell’Ecofin, dando ossigeno al rating continentale sui nostri conti pubblici (ma la Bce allarma). Infine il problema sicurezza pare avviato a concludersi con un sostanziale allineamento delle posizioni italiane a quelle europee. Resta, sì, la procedura d’inchiesta sul prestito ponte ad Alitalia.
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