L'età del petrolio a quota duecento

Il petrolio è ancora lontano dai 200 dollari. Ma secondo Goldman Sachs ci arriverà in meno di due anni, partendo dai 125 attuali. “Siamo passati indenni attraverso l’epoca del barile a 80 dollari, questo non significa che succederà lo stesso con il barile a 200”, dice uno dei massimi esperti di energia, Daniel Yergin, direttore del Cambridge Energy Research Associates. Secondo l’ultimo numero di Newsweek, la “bomba del petrolio a 200 dollari” sconvolgerà il mondo. di Stefano Feltri
6 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 22:13 | 4 AGO 20
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Il petrolio è ancora lontano dai 200 dollari. Ma secondo Goldman Sachs ci arriverà in meno di due anni, partendo dai 125 attuali. “Siamo passati indenni attraverso l’epoca del barile a 80 dollari, questo non significa che succederà lo stesso con il barile a 200”, dice uno dei massimi esperti di energia, Daniel Yergin, direttore del Cambridge Energy Research Associates. Secondo l’ultimo numero di Newsweek, la “bomba del petrolio a 200 dollari” sconvolgerà il mondo. Capire in che modo non è facile, immaginare il barile a quel livello apre scenari nuovi, una riedizione della crisi degli anni Settanta trasportata al tempo di Internet, delle compagnie low cost e del mondo piatto globalizzato. Cambierà tutto, dal supermercato alle automobili. Negli Stati Uniti, racconta Newsweek, si può già osservare la tendenza crescente dei consumatori, provati dai rincari della benzina, a preferire il discount Wal Mart rispetto ai supermercati di fascia media. Il circolo è vizioso: Wal Mart si rifornisce soprattutto in Cina, uno dei paesi che più consuma e spreca energia al mondo, tra gli imputati dell’aumento strutturale della domanda di greggio e della crescita del prezzo dei carburanti. I dati diffusi ieri dall’Economist dicono che le vendite di Suv e pick-up crollano. La crisi petrolifera degli anni Settanta aprì il mercato americano alle piccole auto giapponesi ed europee. E anche oggi l’industria automobilistica deve affrontare un crollo nel segmento dei light trucks, un terzo di vendite in meno per la General Motors nell’ultimo anno. La Ford ha messo fuori produzione il pick-up serie F, il suo più grande successo degli ultimi vent’anni.
A gennaio, Richard Wagoner, l’amministratore delegato di GM, ha spiegato ai suoi azionisti inferociti di essere pronto a recuperare il tempo perduto sulle auto “verdi”: come ricostruisce Business Week, la GM dovrebbe lanciare nel 2010 la Volt, auto elettrica “che è al centro della nostra strategia imprenditoriale”, dice Wagoner. La GM non ci guadagnerà un dollaro, perché le vendite non potranno ripagare i 38 miliardi di investimenti necessari, ma è un passo obbligato per prepararsi all’era del petrolio a 200 dollari. Potrebbe essere troppo tardi per l’azienda di Detroit visto che, già un anno fa, proprio il suo ex partner italiano, Fiat, era a buon punto con la Panda a idrogeno (che però costa ancora troppo).
Anche lo stand della Toyota lungo gli Champs Elysées, a Parigi, è un segno dei tempi che cambiano. Si apre un nuovo mercato per le auto ibride su cui il costruttore giapponese sta puntando: dopo il successo della Prius, la Toyota mostra ai visitatori del suo salone parigino una nuova generazione di veicoli superefficienti (disegnati da tre italiani) pronta a conquistare il mercato mondiale. Le lobby automobilistiche americane che per 32 anni, fino a dicembre 2007, hanno impedito al Congresso di inasprire i requisiti di efficienza obbligatori sono ora assai preoccupate.
Ci sono tensioni anche nel settore aereo. Per Jean-Cyril Spinetta, capo di AirFrance, il petrolio a 200 rappresenterebbe per le compagnie aeree uno shock peggiore dell’11 settembre e della Sars: “E’ più di un cambiamento, è una rivoluzione”, riporta sempre Newsweek. A pagare il conto per prime sono le compagnie low cost. Lì il prezzo del carburante incide in percentuale maggiore sui costi totali: United Airlines, negli Usa, ha annunciato la chiusura della sua compagnia economica Ted, oltre a una riduzione della flotta di 70 aerei. Anche AirFrance–Klm non se la passa bene: l’impennata dei carburanti le costerà una forte riduzione nei profitti dell’anno. (segue dalla prima pagina) Il petrolio è ovunque nelle nostre vite, non solo nei serbatoi. Come spiegava il Financial Times nei giorni scorsi, il caro greggio condizionerà perfino la scelta della facoltà in cui studiare. I prezzi bassi degli anni Ottanta hanno scoraggiato gli investimenti nell’industria petrolifera, con il risultato che oggi oltre metà dei professionisti del settore è quasi in età da pensione. I ragazzi che in questo periodo si laureano ingegneri petroliferi possono trovare un primo stipendio superiore a quello dei loro coetanei che progettano derivati a Wall Street. Questa, come sostiene Paul Krugman sul New York Times, è una “oil-non-bubble”. Non è solo speculazione. I problemi sono strutturali: domanda crescente, pochi investimenti nel passato e un mondo diverso, in cui, dice Yergin, “se Etanolo fosse un paese, lo scorso anno si sarebbe piazzato quinto nella classifica di quelli che sono cresciuti di più”. Gli aumenti delle quotazioni spiegano ciò che succede in Alberta, Canada, diventato negli ultimi mesi il centro delle strategie di Shell, Bp e altri. Nelle sabbie bituminose dell’Alberta si nascondono 179 miliardi di barili di petrolio, stima il mensile francese Enjeux-Les Echoes, ma perché sia conveniente estrarlo il prezzo del barile deve restare sopra i 70 dollari per almeno vent’anni. Le compagnie petrolifere hanno pronti 100 miliardi di dollari di investimenti in Alberta nel prossimo decennio.
Anche le banche centrali dovranno reinventarsi. La Bce pensa a un rialzo dei tassi di interesse. Obiettivo: combattere l’inflazione da materie prime, con il risultato che i consumatori europei, pagheranno di più anche i mutui, oltre alla benzina. La Fed ha tenuto bassi i tassi per dare sollievo ai mercati finanziari, scatenando però il rialzo nel prezzo del greggio quotato in dollari. Secondo il Wall Street Journal è un errore imperdonabile che gli storici ricorderanno come il fallimento di Ben Bernanke.
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, ha detto il 27 maggio a Les Echoes: “Penso che i prezzi a lungo termine scenderanno di nuovo a livelli più ragionevoli, intorno ai settanta dollari al barile”. Ma se si sbaglia dovrà confrontarsi con un mercato finanziario impazzito. L’impennata dei costi dell’energia aprirà una nuova stagione di fallimenti, scalate ostili e acquisizioni, in cui le aziende in grado di sopportare il rincaro dell’energia si mangeranno quelle che non sono diventate efficienti abbastanza in fretta. Questi sono gli scenari più apocalittici con i fondi sovrani all’attacco di imprese in difficoltà e in risposta un’ondata di protezionismo in grado – teme Newsweek – di “mettere a rischio i progressi nella liberalizzazione del commercio ottenuti negli ultimi trent’anni”.
Poi ci sono gli ottimisti. “Nel medio periodo l’aumento del prezzo del petrolio potrebbe essere una buona notizia”, titolava Libération la scorsa settimana. A Bruxelles è già pronto il pacchetto “3x20”, riduzione del 20 per cento di emissioni di gas serra, del consumo di energia e aumento del 20 per cento dell’uso delle energie rinnovabili entro il 2020. Forse il mondo del petrolio a 200 dollari non lo vedremo mai perché riusciremo a cambiare prima.
di Stefano Feltri