WEN JIABOOM /2
Alcuni lo hanno paragonato a un insetto su una ragnatela: procede il più lentamente possibile, perché sa che se si muovesse troppo in fretta finirebbe col farsi mangiare. Ed è infatti la lentezza il difetto più fastidioso secondo i suoi sottoposti. Prima di scarabocchiare la sua firma, si racconta, Wen lascia che i documenti governativi si depositino sulla sua scrivania per almeno tre giorni: il tempo minimo necessario al premier per ruminare tutti i contenuti e controllare ossessivamente la grammatica.

Alcuni lo hanno paragonato a un insetto su una ragnatela: procede il più lentamente possibile, perché sa che se si muovesse troppo in fretta finirebbe col farsi mangiare. Ed è infatti la lentezza il difetto più fastidioso secondo i suoi sottoposti. Prima di scarabocchiare la sua firma, si racconta, Wen lascia che i documenti governativi si depositino sulla sua scrivania per almeno tre giorni: il tempo minimo necessario al premier per ruminare tutti i contenuti e controllare ossessivamente la grammatica.
La strategia della ragnatela ha però dato i suoi frutti, se di Wen si dice non abbia mai commesso errori politici. E’ riuscito a vestire i panni del fedele collaboratore al fianco degli ultimi quattro segretari del partito, rimanendo però soprattutto un tecnocrate, senza affiliazioni di parte: apprezzato per le sue doti di amministratore più che per il suo schieramento all’interno del partito.
“Una volta l’ambasciatore svizzero in Cina disse che il mio cervello è come un computer. In effetti, molte statistiche sono archiviate nella mia testa”, si vantò Wen nel 2003. Capacità stimate al punto che alla fine degli anni Novanta Zhu Rongji, capo del governo durante la presidenza di Jiang Zemin, lo scelse come vice e gli affidò incarichi di supervisione in tre settori cruciali per l’accesso nell’Organizzazione mondiale del commercio: le politiche agricole, finanziarie e per la salvaguardia dell’ambiente. Temi su cui l’attuale premier è ferrato, un po’ per formazione, un po’ per esperienza sul campo. Dal 1968 al 1982, infatti, fu inviato come esperto geologo nel Gansu. Fu in quegli anni che Wen conobbe a fondo la realtà delle campagne cinesi, uno dei temi forti del suo governo: “Risolvere i problemi dell’agricoltura, dei villaggi e dei contadini è una delle parti più cruciali di tutto il nostro lavoro”, ha dichiarato durante l’ultima Assemblea nazionale del popolo, lo scorso marzo.
A portare Wen a Pechino fu Deng Xiaoping, che all’inizio degli anni Ottanta era a caccia di giovani promettenti da inserire nella dirigenza. Con Deng, Wen Jiabao condivideva la passione per il bridge ed è probabile che, nelle loro lunghe partite, il “piccolo timoniere”, maestro nel risalire la corrente dopo gli anni più duri del maoismo, gli abbia insegnato ben più che qualche trucco con le carte. Le lezioni furono messe a frutto. Il capolavoro di sopravvivenza di Wen Jiabao è legato ai fatti di piazza Tiananmen. Nel 1989 Wen era il segretario personale del capo del partito, Zhao Ziyang, che fu epurato per non aver saputo o voluto frenare la rivolta degli studenti. Quando Zhao, in lacrime, scese in piazza Tiananmen alla vigilia della repressione per chiedere agli studenti di interrompere lo sciopero della fame, Wen era al suo fianco. Nella storica foto che ritrae Zhao Ziyang a colloquio con i manifestanti, c’è anche il giovane Wen Jiabao. Silente, grigio. Ma presente.
Poche ore dopo quello scatto, Zhao Ziyang fu espulso dal partito e costretto agli arresti domiciliari fino al giorno della sua morte, nel 2005. Anche Wen dovette scontare qualche mese di detenzione in casa, ma nel 1992 era già tornato al lavoro, sotto la leadership di Jiang Zemin. Secondo alcune cronache, a salvare il geologo dal terremoto politico fu la sua capacità di presagirne le scosse: prima di scendere in piazza Tiananmen, quella notte, Wen ebbe l’accortezza di consultarsi con il rappresentante dell’ala nemica di Zhao, il conservatore Li Peng. Il quale gli accordò il permesso di accompagnare il capo del Pcc, ma prese nota del suo scrupolo. E quando fu necessario decidere il destino di Wen Jiabao, qualcuno si ricordò di quel gesto.
Se la vicenda politica di Wen è abbastanza nota, poco si sa invece della sua vita privata. Il premier ha due figli, un maschio e una femmina, avuti prima dell’introduzione della legge sul figlio unico. Entrambi sono ai vertici di un’azienda: lui nel settore informatico, lei in quello finanziario. La moglie, Zhang Peili, conosciuta durante gli anni nel Gansu, ha 67 anni ed è presidente di un’azienda di stato che produce diamanti. Prima di rassegnare le dimissioni quando il marito fu nominato premier, era vicepresidente dell’Associazione nazionale dei gioiellieri. Una donna forte e decisa, si dice, in netto contrasto con la personalità del marito modesto e tentennatore. Nonostante il carattere, però, la first lady è sfuggente: si è adeguata alle regole della dirigenza cinese che vogliono le mogli ben lontane dalla vita pubblica. Anche perché le rare apparizioni pubbliche hanno rischiato di essere pericolose. Come durante una convention di gioiellieri a Taiwan, alla fine del 2007, quando la first lady fu ripresa dalla tv locale con al polso un braccialetto da duecentomila euro: non proprio il ritratto della sobrietà, e decisamente non il massimo della pubblicità per un premier che sostiene di essere un uomo del popolo. O come quando un giornalista taiwanese scrisse un articolo sulla passione della signora Wen per lo shopping di pietre preziose. Ecco spiegata, ironizzava il reporter, la ragione per cui il premier cinese ha festeggiato l’ultimo Capodanno mangiando ravioli con alcuni minatori: per permettersi quei quattro sassi che a Zhang Peili piacciono tanto, in qualche modo dovrà pure risparmiare.
Notizie come queste, però, non arrivano alle orecchie dei cinesi. Almeno non attraverso i media convenzionali: la stretta vigilanza del dipartimento di Propaganda del partito evita che su giornali, radio e tv circolino voci dannose sui dirigenti e sulla loro vita privata. Perché negli ultimi dieci anni l’immagine dei leader del Pcc è stata spolverata, svecchiata e lustrata. E i leader hanno cominciato a mostrare un volto più umano e “casalingo”: come Jiang Zemin alla fine degli anni Novanta, immortalato in una foto memorabile mentre era in procinto di tuffarsi in mare, costume tirato fino alle ascelle e cuffia in testa. Ma lo scoop no, non è previsto. Anche gli scatti più naturali sono il frutto di un’attenta pianificazione da parte dei responsabili della propaganda.
Abbandonata la casacca di Mao, Wen Jiabao e gli altri dirigenti comunisti sono sempre più simili a quella Cina rilassata e benestante che vogliono rappresentare. Indossano abiti di sartoria, con tagli occidentali impeccabili e cravatte di buon gusto. A Zhang Peili, però, non basta: la moglie del premier vorrebbe rendere il look del marito ancora più moderno, ma Wen non ci sta. Chissà quanti successi riscuoterebbe altrimenti tra le donne, visto che, nonostante il suo stile anonimo, Wen Jiabao è definito sexy dalle sue ammiratrici. Sul sito cinese Tianya una fan scrive: “Che affascinante che è Baobao – diminutivo che raddoppia il termine “bao”, tesoro, contenuto nel nome del premier . Da giovane era proprio bello, ma anche adesso mi piace”.
A intenerire le cinesi è il sorriso del capo del governo, ma forse anche la sua goffaggine. Alla fine del 2007, Wen è stato ripreso dalla tv di stato mentre, in visita a Tokyo, si cimentava in una partita di baseball, lo sport più amato dai giapponesi. “Sono 40 anni che non gioco”, si era schernito. Ne aveva tutti i motivi, vista l’aria impacciata che aveva con il guantone e la mazza in mano. Ma gli ammiratori lo hanno perdonato: la tuta da baseball forse non gli si addice, ma quella da supereroe non fa una grinza.
La strategia della ragnatela ha però dato i suoi frutti, se di Wen si dice non abbia mai commesso errori politici. E’ riuscito a vestire i panni del fedele collaboratore al fianco degli ultimi quattro segretari del partito, rimanendo però soprattutto un tecnocrate, senza affiliazioni di parte: apprezzato per le sue doti di amministratore più che per il suo schieramento all’interno del partito.
“Una volta l’ambasciatore svizzero in Cina disse che il mio cervello è come un computer. In effetti, molte statistiche sono archiviate nella mia testa”, si vantò Wen nel 2003. Capacità stimate al punto che alla fine degli anni Novanta Zhu Rongji, capo del governo durante la presidenza di Jiang Zemin, lo scelse come vice e gli affidò incarichi di supervisione in tre settori cruciali per l’accesso nell’Organizzazione mondiale del commercio: le politiche agricole, finanziarie e per la salvaguardia dell’ambiente. Temi su cui l’attuale premier è ferrato, un po’ per formazione, un po’ per esperienza sul campo. Dal 1968 al 1982, infatti, fu inviato come esperto geologo nel Gansu. Fu in quegli anni che Wen conobbe a fondo la realtà delle campagne cinesi, uno dei temi forti del suo governo: “Risolvere i problemi dell’agricoltura, dei villaggi e dei contadini è una delle parti più cruciali di tutto il nostro lavoro”, ha dichiarato durante l’ultima Assemblea nazionale del popolo, lo scorso marzo.
A portare Wen a Pechino fu Deng Xiaoping, che all’inizio degli anni Ottanta era a caccia di giovani promettenti da inserire nella dirigenza. Con Deng, Wen Jiabao condivideva la passione per il bridge ed è probabile che, nelle loro lunghe partite, il “piccolo timoniere”, maestro nel risalire la corrente dopo gli anni più duri del maoismo, gli abbia insegnato ben più che qualche trucco con le carte. Le lezioni furono messe a frutto. Il capolavoro di sopravvivenza di Wen Jiabao è legato ai fatti di piazza Tiananmen. Nel 1989 Wen era il segretario personale del capo del partito, Zhao Ziyang, che fu epurato per non aver saputo o voluto frenare la rivolta degli studenti. Quando Zhao, in lacrime, scese in piazza Tiananmen alla vigilia della repressione per chiedere agli studenti di interrompere lo sciopero della fame, Wen era al suo fianco. Nella storica foto che ritrae Zhao Ziyang a colloquio con i manifestanti, c’è anche il giovane Wen Jiabao. Silente, grigio. Ma presente.
Poche ore dopo quello scatto, Zhao Ziyang fu espulso dal partito e costretto agli arresti domiciliari fino al giorno della sua morte, nel 2005. Anche Wen dovette scontare qualche mese di detenzione in casa, ma nel 1992 era già tornato al lavoro, sotto la leadership di Jiang Zemin. Secondo alcune cronache, a salvare il geologo dal terremoto politico fu la sua capacità di presagirne le scosse: prima di scendere in piazza Tiananmen, quella notte, Wen ebbe l’accortezza di consultarsi con il rappresentante dell’ala nemica di Zhao, il conservatore Li Peng. Il quale gli accordò il permesso di accompagnare il capo del Pcc, ma prese nota del suo scrupolo. E quando fu necessario decidere il destino di Wen Jiabao, qualcuno si ricordò di quel gesto.
Se la vicenda politica di Wen è abbastanza nota, poco si sa invece della sua vita privata. Il premier ha due figli, un maschio e una femmina, avuti prima dell’introduzione della legge sul figlio unico. Entrambi sono ai vertici di un’azienda: lui nel settore informatico, lei in quello finanziario. La moglie, Zhang Peili, conosciuta durante gli anni nel Gansu, ha 67 anni ed è presidente di un’azienda di stato che produce diamanti. Prima di rassegnare le dimissioni quando il marito fu nominato premier, era vicepresidente dell’Associazione nazionale dei gioiellieri. Una donna forte e decisa, si dice, in netto contrasto con la personalità del marito modesto e tentennatore. Nonostante il carattere, però, la first lady è sfuggente: si è adeguata alle regole della dirigenza cinese che vogliono le mogli ben lontane dalla vita pubblica. Anche perché le rare apparizioni pubbliche hanno rischiato di essere pericolose. Come durante una convention di gioiellieri a Taiwan, alla fine del 2007, quando la first lady fu ripresa dalla tv locale con al polso un braccialetto da duecentomila euro: non proprio il ritratto della sobrietà, e decisamente non il massimo della pubblicità per un premier che sostiene di essere un uomo del popolo. O come quando un giornalista taiwanese scrisse un articolo sulla passione della signora Wen per lo shopping di pietre preziose. Ecco spiegata, ironizzava il reporter, la ragione per cui il premier cinese ha festeggiato l’ultimo Capodanno mangiando ravioli con alcuni minatori: per permettersi quei quattro sassi che a Zhang Peili piacciono tanto, in qualche modo dovrà pure risparmiare.
Notizie come queste, però, non arrivano alle orecchie dei cinesi. Almeno non attraverso i media convenzionali: la stretta vigilanza del dipartimento di Propaganda del partito evita che su giornali, radio e tv circolino voci dannose sui dirigenti e sulla loro vita privata. Perché negli ultimi dieci anni l’immagine dei leader del Pcc è stata spolverata, svecchiata e lustrata. E i leader hanno cominciato a mostrare un volto più umano e “casalingo”: come Jiang Zemin alla fine degli anni Novanta, immortalato in una foto memorabile mentre era in procinto di tuffarsi in mare, costume tirato fino alle ascelle e cuffia in testa. Ma lo scoop no, non è previsto. Anche gli scatti più naturali sono il frutto di un’attenta pianificazione da parte dei responsabili della propaganda.
Abbandonata la casacca di Mao, Wen Jiabao e gli altri dirigenti comunisti sono sempre più simili a quella Cina rilassata e benestante che vogliono rappresentare. Indossano abiti di sartoria, con tagli occidentali impeccabili e cravatte di buon gusto. A Zhang Peili, però, non basta: la moglie del premier vorrebbe rendere il look del marito ancora più moderno, ma Wen non ci sta. Chissà quanti successi riscuoterebbe altrimenti tra le donne, visto che, nonostante il suo stile anonimo, Wen Jiabao è definito sexy dalle sue ammiratrici. Sul sito cinese Tianya una fan scrive: “Che affascinante che è Baobao – diminutivo che raddoppia il termine “bao”, tesoro, contenuto nel nome del premier . Da giovane era proprio bello, ma anche adesso mi piace”.
A intenerire le cinesi è il sorriso del capo del governo, ma forse anche la sua goffaggine. Alla fine del 2007, Wen è stato ripreso dalla tv di stato mentre, in visita a Tokyo, si cimentava in una partita di baseball, lo sport più amato dai giapponesi. “Sono 40 anni che non gioco”, si era schernito. Ne aveva tutti i motivi, vista l’aria impacciata che aveva con il guantone e la mazza in mano. Ma gli ammiratori lo hanno perdonato: la tuta da baseball forse non gli si addice, ma quella da supereroe non fa una grinza.