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Profiler involontari

Una volta salendo in treno, a meno di non essere superestroversi e di attaccare dei gran bottoni ai propri compagni di scompartimento, si avevano delle ragionevoli speranze di garantirsi qualche ora franca, di sano, rigenerante anonimato.

1 Novembre 2010 alle 00:00

Profiler involontari

Foto Pexels.com

Di privacy ce n’è sempre di meno. Una volta salendo in treno, a meno di non essere superestroversi e di attaccare dei gran bottoni ai propri compagni di scompartimento, si avevano delle ragionevoli speranze di garantirsi qualche ora franca, di sano, rigenerante anonimato. Al massimo si fornivano di sé quelle informazioni legate alla scelta del quotidiano o del libro. Se uno leggeva il Manifesto e i Manoscritti economico-filosofici del 1844 inevitabilmente mandava dei segnali, ma non si andava al di là di un generico etichettamento. Poi sono accadute due cose che hanno posto fine a tutto ciò: l’avvento della tecnologia portatile e la rivoluzione dell’arredamento ferroviario.

Oggi, anche senza essere un fiero seguace del metodo deduttivo è impossibile salire su un treno e non farsi delle idee piuttosto precise sui propri compagni di viaggio. Anzi, per dirla tutta, nuotiamo in un mare di segni che non chiedono altro che di essere interpretati. Il primo delatore è il telefonino. Già dalla suoneria si possono capire un sacco di cose: la cavalcata delle Valchirie denota una personalità radicalmente diversa da chi preferisce il Mattino di Grieg o da quegli psicopatici che hanno registrato la voce del loro congiunto che in un falsetto incalzante chiama “Amorino! Amorino, rispondi. Sono io. Amorino!”.

Anche il ticketless contribuisce a rivelare in parte la natura dell’utente. Ci sono quelli che stampano la ricevuta sulla loro stampante e la presentano al controllore con un lieve senso di superiorità nei confronti dei giurassici che ancora estraggono i biglietti cartacei dalla pochette dell’agenzia viaggi. Poi ci sono quelli più avanti, che hanno maggior dimestichezza con internet, che comunicano il pnr leggendolo sul proprio cellulare: questi guardano con lieve senso di superiorità quelli che presentano la ricevuta stampata. Infine ci sono i più avanti di tutti che estraggono l’iPhone e, dopo avere ingrandito il pnr fino a corpo 36, lo mostrano con orgoglio al controllore, grato di non dover sforzare gli occhi. E questi guardano dall’altro in basso tutti gli altri. Spostamenti progressivi del piacere.

Per non parlare di quelli che intavolano vere e proprie trattative d’affari lungo l’intera tratta Roma-Milano. Berciando a voce alta, come se dovessero fare dei proclami dall’arengario o (più raramente) sussurrando come carbonari, queste anime belle rivelano di sé senza fare una piega, nome, cognome, azienda per cui lavorano, carica sociale e, i più esuberanti, riescono anche a mettere a parte un’intera carrozza dei dettagli rilevanti delle rispettive strategie aziendali. Già, perché ora che i nuovi vagoni ferroviari non hanno più gli scompartimenti, capita di venire a conoscenza di particolari scottanti delle vite professionali e private di sconosciuti che siedono a dieci e più metri di distanza: esami della prostata, situazioni finanziarie scabrose, carcerazione dei mariti per tentato omicidio, neppure il particolare più privato sembra non poter essere trattato coram populo. Inconsciamente ci fidiamo tutti della buona fede del prossimo, come se nessuno avesse mai letto i romanzi di Patricia Highsmith.

Poi c’è lo status degli status: il laptop. La grande divisione spiritual-esistenziale è tra il mondo pc e il mondo Mac. Solitamente i pc oriented sono indefessi lavoratori, capaci di digitare ininterrottamente da stazione a stazione incomprensibili documenti Excel, spesso consultando contemporaneamente voluminosi fascicoli su cui campeggiano illuminanti loghi aziendali o misteriose diciture tecniche. Per saperne di più basta comunque aspettare la prima telefonata e, incrociando le informazioni, si ottiene una descrizione abbastanza esatta del proprio compagno di viaggio. Anche senza volerlo ci si trasforma tutti in quanti in strenui profiler. I Mac addicted di oggi, invece, eredi di quella che una volta era una setta di outsider, sono diventati così tanti che oltre alle professioni cosiddette creative ne fanno ora parte anche dei semplici fashion-victim, ammaliati dal design della mela. Paradossalmente, quelli che una volta erano i più identificabili, ora lo sono meno: non si sa mai se ci si trova di fronte a un pubblicitario metropolitano o a un semplice ragazzotto appagato del fatto di potersi guardare il telefilm preferito scaricato la sera prima con eMule. Certo, poi per fortuna arriva l’immancabile telefonata e le informazioni aumentano.

Insomma, senza auspicare il ritorno ai calessi
e alle lampade a petrolio, qualche volta mi piacerebbe essere meno trasparente (giacché, è ovvio, condivido quasi tutti i comportamenti succitati). Talvolta, giusto per confondere le acque ai deduttori loro malgrado, faccio delle finte telefonate in francese parlando di carte geografiche della regione svizzera del Giura. Lo so, ognuno lotta con le proprie nevrosi.

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