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Sandra e Raimondo

I coccodrilli sono la forma più irritante di giornalismo perché anche i peggiori stronzi e le più conclamate carogne, in quegli sdrucciolevoli articoli diventano dei quasi santi.

27 Settembre 2010 alle 00:00

I coccodrilli sono la forma più irritante di giornalismo perché anche i peggiori stronzi e le più conclamate carogne, in quegli sdrucciolevoli articoli diventano dei quasi santi, delle perdite incolmabili e, inevitabilmente, lasciano un vuoto tanto più dolente quanto meno nell’ultimo ventennio abbiamo pensato veramente alla persona scomparsa. Ecco perché questo pezzo non vuole essere l’ennesimo compianto in morte di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, ma solo un ringraziamento tardivo a chi per anni ha riempito i miei sabato sera con umorismo e grazia.

Negli anni ’70 l’educazione dei ragazzini – o forse era così solo a casa mia – si ispirava ancora a dei modelli puericulturali alquanto primitivi: finché il ragazzino restava nel tuo campo ottico, gravi danni non poteva fare. Stante questo postulato, restavano poche cose oltre ai libri e ai fumetti a disposizione di un pargolo normalmente reattivo. La tv era una di quelle. Preferibilmente, però, solo il sabato sera, ché era primaria l’esigenza di dormire sedici-diciotto ore, come i leoni della savana. La proliferazione delle reti private sarebbe arrivata solo dopo il 1976, quindi il massimo rischio cui veniva esposto un adolescente di Milano all’epoca, era di incappare di sguincio in una tetta clandestina su Tele Capodistria, e anche quella era un’eventualità – ahimè – assai remota.

La Rai era monopolista,
perciò tutti, volenti o nolenti, si guardava quei programmi. E io, che dello spettacolo leggero dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli ’80, ho visto quasi qualunque cosa, ricordo con particolare piacere gli show di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello: Tante scuse, Di Nuovo tante scuse, Noi no, per citare solo quelli che mi vengono in mente senza andare a controllare internet. Me li ricordo incredibilmente moderni. Su tutti preferisco Noi no, in cui Vianello contrapponeva al sapore accentuatamente rivistaiolo di Sandra il divertimento intellettuale del cabaret.

Esilarante lo sketch in cui Raimondo
aveva schiavizzato il suggeritore Tonino Micheluzzi, vecchio attore goldoniano, il direttore di studio, l’esausto Enzo Liberti, e credo il tecnico delle luci, l’allora giovanissimo Massimo Giuliani, mettendoli in calzamaglia nera e cilindro in una cantina della Rai molto off a inscenare la Ballata di Mackie Messer di Brecht & Weil. La presa per il culo degli stereotipi della cultura in auge in quel momento era particolarmente azzeccata: perfino il colore, che era la novità luccicante di quegli anni della televisione italiana, era rifiutato nei siparietti impegnati di  Vianello, in omaggio a un più rigoroso bianco e nero da Berliner Ensemble. Se avete cinque minuti di tempo andatevelo a rivedere su YouTube, è uno spasso. Sembra incredibile, ma allora scherzare su Brecht, suonava come lesa maestà, e certi trinaricciuti dell’establishment culturale scrissero delle cose piuttosto acide, insinuando più o meno apertamente una certa reazionarietà. Dio perdoni la stupidità dotata di parola e di un’ideologia.

Altre cose di Sandra e Raimondo che mi si sono stampate nell’anima, sono quelle geniali sigle finali, lo zuccherino prima di essere spediti a letto. In quegli anni lo schema era semplice: si prendeva una cantante, la si riprendeva in primo piano su un lato dello schermo e sull’altro scorrevano i titoli mentre lei cantava una roba, meglio se languida. I titoli di coda di Sandra e Raimondo erano uno spettacolo nello spettacolo, che riprendessero con una fotografia ultraflou l’incontro di due amanti romantici (che poi, dopo una lunga slow motion nel sol d’amore, si concludeva con lui che, invece di abbracciare lei in turbinio di voile e di chiffon, la proiettava con una perfetta mossa di judo prima di correre, finalmente libero, nel bosco), o che illustrassero le imprese di un Tarzan rachitico di suprema inettitudine (che si schiantava contro gli alberi appeso a una liana, annegava negli stagni e lasciava la povera esploratrice cuocere nel pentolone dei cannibali). Oggi siamo abituati a un linguaggio televisivo fatto più di immagini che di parole, dove la velocità e l’impatto emotivo sono tutto, ma alla metà degli anni ’70 eravamo su un altro pianeta. E Sandra e Raimondo erano avanti. Senza urlare, senza prendersi troppo sul serio, senza credere di stare scrivendo la storia dello spettacolo, solo facendo il loro mestiere di comicaroli di classe.

Negli ultimi vent’anni non li ho più seguiti tantissimo, anche perché Casa Vianello si muoveva su schemi più antichi rispetto agli esempi citati, sicuramente più vicini alla sensibilità di un certo target di Mediaset che alla mia, in ogni caso, però, di quella serie resta nella memoria collettiva il formidabile quadro di chiusura con la coppia a letto: lui che legge il giornale, impassibile, e lei che fa il putiferio con le lenzuola ripetendo: “Uffa che barba! Che barba-che noia-che noia-che barba!”. Insomma, quando si doveva descrivere una coppia che continuava a beccarsi tutto il tempo, il riferimento a Sandra e Raimondo era inevitabile. Già: erano diventati un’antonomasia. Segno che un po’ di loro due è dentro di noi per sempre. Per tutto questo volevo ringraziarli.

E adesso che anche Sandra se n’è andata, questo pezzo – che mi ero trattenuto dallo scrivere cinque mesi fa, dopo la morte di Raimondo, perché mi sembrava un po’ troppo scivoloso, con quel suo muoversi sul sottile crinale tra la nostalgia e la commozione – è giunto a maturazione. Almeno, penso.

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