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Apologia del vaffa

In Francia, a firma di Pierre Chalmin per i tipi de L’Editeur, è di imminente uscita il “Dictionnaire des injures littéraires”, dileggi e sberleffi calunniosi ai danni di scrittori classici e contemporanei.

20 Settembre 2010 alle 00:00

In Francia, a firma di Pierre Chalmin per i tipi de L’Editeur, è di imminente uscita il “Dictionnaire des injures littéraires”, un’opera che raccoglie oltre settecento pagine di improperi, dileggi e sberleffi calunniosi ai danni di scrittori classici e contemporanei. Una bella liberazione. Sfogliandolo si incontra di tutto, da Goethe, definito “un tracagnotto tedesco”, a Proust, omaggiato dell’appellativo di “poeta persiano nella guardiola di una portineria”. Compulsando il volume con inevitabile spirito da voyeur si scopre che la pratica dell’insulto, che è tanto più appagante quanto più è gratuita, ingiusta e in totale malafede, ha una tradizione lunga e frequentata da personaggi illustri, dai fratelli Goncourt che affibbiavano a Baudelaire il titolo di mosca escrementizia dell’arte, fino a Salvador Dalì che diceva di Aragon “Tanto arrivismo per arrivare a così poco.” E neppure di fronte alla morte ci si è fermati: il buon Paul Claudel alla scomparsa di André Gide ha composto un epitaffio secondo il quale la morale pubblica ne guadagnava parecchio e la letteratura non perdeva granché.

    L’encomiabile operazione editoriale mi dà lo spunto per riflettere sulla necessità di rivalutare l’insulto. Negli ultimi anni è stato svilito, calpestato, umiliato nei talk show e, con ancor meno fantasia, bistrattato dalla politica. Purtroppo, nella vita quotidiana lo si pratica con ardore, ma con grave maldestria, giacché ci si è appiattiti su due o tre forme standard, dall’abusato “testa di”, all’onnipresente “vaffa”, ormai così consunto da aver perso la sua aggressività, incamerando addirittura significati festosi “Uhè, ma vaffa… sei tu! Che piacere!”. Una volta almeno si poteva contare sulla fantasia degli automobilisti che intorno al concetto di cornuto hanno elaborato autentici madrigali, ma con la liberazione sessuale l’infedeltà dei partner non risulta più così pregnante. Qualche forma di resistenza alla banalità si registra ancora in Toscana, dove si sa che con gli usi espressivi della lingua hanno una certa facilità.

    Eppure l’insulto creativo ha delle grandi potenzialità e merita di essere esercitato anche al di là dell’ambito strettamente letterario, perché è portatore di valori positivi. Per esempio, elabora un sano depotenziamento della rabbia repressa: si manda a quel paese qualcuno e può essere che, dopo, alleggeriti da questo peso, si sia disposti a riconsiderarlo sotto una luce più obiettiva. Mi rendo conto a questo punto che bisogna fare una fondamentale distinzione tra insulto e lite. Spesso la seconda segue il primo, ma nella maggior parte dei casi si tratta di una perversione della buona pratica ingiuriosa, perché la rabbia travolge tutto, impedendo di cogliere la poetica bellezza che talvolta si nasconde nella contumelia. Per esempio, Gabriele D’Annunzio diceva di Filippo Tommaso Marinetti che era un cretino che aveva dei lampi di imbecillità. Che inventiva e che forza in quelle parole! Per fortuna il Marinetti non ha replicato, altrimenti sarebbe finita in una rissa tra comari, facendo dimenticare quanto di universale vi era in quella definizione: quando incontri un insulto di quel livello, fai miglior figura se eviti di buttarla in caciara e porti a casa. Il Foscolo diceva del Monti che era il “gran traduttor de’ traduttor d’Omero”; sarebbe andata sicuramente peggio se si fosse limitato a mostrargli la lingua e a dire “Cicca, cicca, non sai neanche il greco, pirla!” e se questi gli avesse ribattuto “Stai zitto tu, basetta!”. Riferisce Marcello Marchesi che Leo Longanesi quando voleva stroncare qualcuno gli dava della testa di manzo numero due, per non concedergli la priorità neanche nel peggio.

    In sintesi, insultare può essere un’attività meno bruta di una ridicola e puerile rissa da strada, a patto che ci si applichi con passione, mettendoci quel minimo di creatività e di sforzo per scostarsi dalla mera ripetizione di formule trite, cercando una propria strada originale. Inoltre, ingiuriare è generalmente meglio che passare alle vie di fatto. Gli insulti non mandano all’ospedale e, se si è fortunati, si può anche restare nella storia, sia che si insulti, sia che si venga insultati: gli ematomi in qualche settimana spariscono, le parole, contrariamente a quel che si dice, manent.

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