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Memoria artificiale

Ieri mi sono deciso a buttare via delle vhs che stavano lì ad ammuffire nello scaffale da quindici anni. Erano film che nel frattempo ho ricomprato in dvd.

6 Settembre 2010 alle 00:00

Ieri mi sono deciso a buttare via delle vhs che stavano lì ad ammuffire nello scaffale da quindici anni. Erano film che nel frattempo ho ricomprato in dvd: Mister Hula Hoop, Il Casanova di Fellini, Il Mucchio selvaggio e parecchi altri. Avrei potuto buttarli già cinque o sei anni fa, ma sono sempre restio a disfarmi di pezzi del mio passato, così mi ci è voluto un ragionevole lasso di tempo per far prevalere il buonsenso (mica posso vivere in un magazzino pieno di cacciapolvere) sull’emotività (ma come, questa l’avevo comprata la prima volta che sono stato a Londra e l’avevo anche pagata un casino), ma alla fine mi sono dovuto rassegnare.
Siamo la prima generazione che si è trovata nella necessità di sostituire i propri supporti sentimentali. Mia mamma conservava ancora da adulta alcune delle cose con cui aveva giocato da ragazzina quarant’anni prima. Di certi libri si ricordava perfino dove li aveva comprati e, qualche volta, anche il giorno in cui lo aveva fatto. Io, come tanti babyboomers travolti da improvviso benessere, sepolto dalla moltiplicazione degli oggetti non riesco più a ricordarmi un cavolo e, ad aggravare il tutto, ci si mette anche la duplicazione degli acquisti: ma Colazione da Tiffany l’avevo comprato io o me l’aveva regalato la mia fidanzata? No, ecco, la vhs me l’aveva regalata la mia fidanzata e il dvd me l’ero ricomprato io. O il contrario? Boh!

E con le fotografie? Peggio mi sento. Quand’ero piccolo (scusate l’amarcord, ma oggi va così) prima di fare una foto ci si pensava tre volte, perché la pellicola costava e la Polaroid – segno strabiliante delle magnifiche sorti e progressive che presto ci avrebbero condotto alla felicità – aveva solo dodici scatti nel caricatore, e mica si poteva spararli via così, alla carlona. Dietro ogni posa c’era una preparazione, un travaglio creativo, che a volte traspariva anche dagli atteggiamenti vagamente mussoliniani che i soggetti assumevano quando gli si diceva di essere naturali. Ora con il digitale non c’è più lo stress della tensione creativa, basta fare dieci clic e uno buono ci sarà, ma è venuta anche a mancare la connotazione emotiva. Le immagini si sono moltiplicate, gli istanti di vita fissati sono aumentati esponenzialmente, però io non riesco a ricordarmi quasi più nulla legato a essi. A volte mi trovo a guardare delle foto che ho fatto dall’altra parte del mondo come se fossero di qualcun altro.

Della musica poi non ne parliamo proprio. Io continuo a conservare un intero ripiano di LP che non ho più la possibilità di ascoltare, non possedendo giradischi da ormai oltre un decennio. Già il cd aveva ridimensionato il mio immaginario: un conto era uscire dal negozio con una bella busta quadrata di una trentina di centimetri per lato che si cominciava già a pregustare in metropolitana (leggendo le note sul retro di copertina o tagliando la plastichina con l’unghia per estrarre la busta interna con i testi) e tutta un’altra cosa era farlo con una mattonella che ti stava comodamente nella tasca del cappotto. Benché della poesia del crepitio del vinile abbia sempre avuto la stessa opinione di Fantozzi sulla corazzata Potemkin, riconosco che “ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodà… tuta inchiodà… tuta inchiodà” mi si è inciso nell’anima senza possibilità di cancellazione. Con l’avvento degli mp3 e del downloading è scomparso anche quell’ultimo appiglio per la memoria. Adesso mi va tutto insieme in un brodo indifferenziato: Clifford Brown si mescola con Kate Bush, Crosby Still Nash con Lady Gaga, le Variazioni Goldberg di Glenn Gould con la Carmen Consoli di Checco Zalone.

La mia memoria è come un hard disk sovraccarico
in un computer con una ram ridicola. Ho a disposizione qualunque cosa mi passi per la testa, ma sono incapace di gestirne la risonanza emotiva. Probabilmente è inevitabile, ma è un peccato. E per questa volta, poiché con gli ultimi sprazzi di lucidità mi rendo conto che questo pezzo sta pericolosamente assomigliando a uno di quei discorsi da bar del tipo, si stava meglio quando si stava peggio, finiamola qui.

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