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La sindrome di Tramaglino

In Germania il ministero dell’Interno ha presentato un disegno di legge che vieta ai datori di lavoro di visitare la pagina Facebook di una persona che sta per essere assunta.

30 Agosto 2010 alle 00:00

In Germania il ministero dell’Interno ha presentato un disegno di legge che vieta ai datori di lavoro di visitare la pagina Facebook di una persona che sta per essere assunta. Ovviamente si è scatenato il dibattito e gli avvocati si stanno già fregando le mani perché la materia è vasta e nient’affatto chiara, soprattutto perché non si capisce come si possa vietare agli interessati di visitare ugualmente Facebook. È vero che si può contare sull’innato rispetto per le norme del popolo tedesco, tuttavia dal punto di vista del diritto una norma di cui non è possibile controllare l’osservanza è assai dubbia. Da noi non si potrebbe neanche pensare a una cosa del genere, perché equivarrebbe a istigare all’infrazione della legge.

Al di là della legittimità o meno di un tale provvedimento, comunque, la questione di fondo è la tutela della privacy. Questo tema negli ultimi anni è diventato sempre più invadente e ormai pervade praticamente ogni ambito della vita pubblica e privata, a dispetto del fatto che molti siano cresciuti in un mondo che non si era mai posto il problema. Improvvisamente ci siamo ritrovati a fare i conti con una cosa a cui eravamo del tutto impreparati. Risultato: la famosa tutela della privacy è nella stragrande maggioranza dei casi una bufala. Per rendersene conto basta andare su qualunque sito e iscriversi, che sia l’associazione per la salvaguardia della salama da sugo,  il circolo dei miliardari albini o gli amici del Ku Klux Klan non fa differenza, a un certo punto compare inevitabilmente un quadratino da flaggare (verbo spaventoso che vuole dire cliccarci su), con cui si dichiara di accettare la privacy policy del sito. E se non l’accettate da lì non vi schiodate, in pratica o siete d’accordo o potete anche andarvene. Non so quanti di voi abbiamo provato a cercare di saperne di più e a cliccare sul link che, di solito, è messo a disposizione dei santommaso che vogliono proprio andare a spaccare il capello; io ci ho provato e mi sono ritrovato davanti a pagine e pagine di articoli scritti in corpo 1. Roba da far tremare i polsi di rodatissimi dottori in giurisprudenza. Morale: sono tornato indietro e ho accettato la policy a scatola chiusa. Lo so, è colpa mia, loro la possibilità di chiarirmi le idee me l’hanno data, se poi io non l’ho colta loro non c’entrano. D’accordo, capisco il ragionamento dal punto di vista giuridico, ma perché sento una gran voglia di prendere a pugni qualcuno?

Ormai, quando si incontra l’infame quadratino, la maggior parte di noi non va neanche più a leggere, flagga (coniugato è anche peggio) e basta. A nessuno piace sentirsi Renzo Tramaglino alle prese con il latinorum del dottor Azzeccagarbugli e quindi rimuoviamo il problema accettando alla cieca. E se dietro quel quadratino ci fosse scritto che tutti i nostri dati saranno automaticamente girati al Nuovo Partito Nazista? Non importa, abbiamo già detto “Sono d’accordo, fate pure”. E quand’anche dovessimo poi incazzarci nel momento in cui lo venissimo a sapere, giuridicamente avremmo torto: quadratino flaggato canta.
   
Tutto questo per dire che, trovandoci di fatto impossibilitati a difenderci dal verbosissimo moloch del corpo 1 – a meno di non sciropparci quattro anni di giurisprudenza per capirci qualcosa e di avere una voglia non comune di rompere le scatole – sarei più contento se non venisse sempre messa di mezzo la privacy politicamente pseudocorretta. Avanti di questo passo anche l’acquisto della carta igienica potrebbe rivelarsi presto un problema: e se la cassiera del supermercato traesse delle morbose deduzioni sulle mie abitudini private dal colore dei rotoli o dai fiorellini e dalle farfalline?

In sintesi, l’ossessione per la privacy rischia di diventare una sorta di paraculata universale (non mi è venuto un sinonimo ugualmente pregnante). Non a caso lo Urban Dictionary, che è un sito molto divertente, tra le possibili definizioni di privacy policy suggerisce la seguente: Where a site either says "Fuck you, we want money!". Peraltro, credo che se fossi sul punto di assumere qualcuno e scoprissi che si dedica a un uso furioso del social notworking (definizione del succitato sito) con commenti tipo “Marco sta grattandosi la pera” o “Marco ascolta un vecchio vinile di Scialpi” o ancora “Ehi, raga, ape alle sette, ke ne dite?” io avrei il dovere morale di non assumerlo. E la legge dovrebbe difendermi.

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