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Ars moriendi

Mercoledì scorso tra le onde del Nuovo Galles del Sud è morto a 63 anni Frank Latta, una delle leggende australiane del surf. Non che dalle nostre parti fosse noto più di tanto.

9 Agosto 2010 alle 00:00

Mercoledì scorso tra le onde del Nuovo Galles del Sud è morto a 63 anni Frank Latta, una delle leggende australiane del surf. Non che dalle nostre parti fosse noto più di tanto, ma comunque lo era abbastanza da meritarsi qualche trafiletto convenientemente dolente sui principali quotidiani. A ciò non è di certo estraneo il fatto che il suo tuffo nel Grande Blu sia avvenuto di mercoledì e che quello stesso giorno compaia nel titolo del film feticcio dei surfisti di tutto il mondo, quel “Big wednesday” di John Milius (da noi “Un mercoledì da leoni”). E si sa che i giornalisti vanno matti per questo tipo di spigolature.

La scomparsa del signor Latta che, a un’età non più verdissima, continuava a cercare l’onda perfetta mi spinge a riflettere su come siamo tutti tesi a cercare di avere la vita che vorremmo, mentre trascuriamo tragicamente di prenderci cura della nostra morte e di quella dei nostri simili. La liquidiamo con cordogli e doglianze stereotipate, come se non vedessimo l’ora di parlare d’altro. È abbastanza incredibile, stante il fatto che prima o poi dovremo inevitabilmente occuparcene. Eppure ci diamo un gran daffare a cercare di ignorarla, respingendola ai margini delle conversazioni e esorcizzandola goffamente con ineleganti scongiuri. Spesso poi per finire a sbrigare la pratica come viene, alla meno peggio, improvvisando in un letto di ospedale o nel corso di qualche incidente, domestico e no. Non che stia suggerendo un’apologia del suicidio, al contrario, è solo che mi pare evidente che la spinosa questione del morire non migliori se viene rimossa. Anzi.

Comunque la si guardi è una necessità
che mantiene un fondo di sgradevolezza – va pur detto – tuttavia ci  sono degli individui, più fortunati o più saggi, non è chiaro, cui è dato in sorte di concludere la propria esistenza terrena facendo la cosa che più gli piace fare. E in questo v’è indubbiamente un elemento consolatorio. Frank Latta, da questo punto di vista (anche se non mi sentirei di spiegarlo ai suoi congiunti) è stato un privilegiato. Nella storia ci sono esempi illustri che hanno avuto un destino analogo: da Molière, morto praticamente in scena, a Enrico Berlinguer, venuto a mancare in piena azione politica o ancora, a James Fuller Fixx, guru del jogging, stroncato da un infarto a metà della sua amata corsa quotidiana. E in quest’ultimo caso chi contempli istanze metafisiche non può non riconoscere un intervento della giustizia divina.

Morire in modo significativo è un atto di una tale potenza che è in grado di riverberarsi positivamente su tutta la vita precedente e in taluni casi anche di farle assumere un significato emblematico che, probabilmente, non era affatto nei piani della persona in causa. Del resto, che la morte aiuti a creare i miti non è una scoperta. Che cosa sarebbe stato James Dean se, invece di schiantarsi con la sua Jaguar nel fiore degli anni, fosse finito a fare la guest star nei telefilm americani degli anni ’80 invecchiato, ingrassato e magari anche stempiato? E forse una Marilyn che avesse fatto in tempo a siliconizzarsi gli zigomi e a farcirsi di botox avrebbe mantenuto lo stesso fascino che i meravigliosi ultimi scatti di Bert Stern hanno reso eterno? E la cosa non vale solo per gli attori. Per esempio, Lee Harvey Oswald ha sì ucciso John Fitzgerald Kennedy, ma ha anche fatto sparire dalla memoria del mondo la consapevolezza che gli Usa hanno combinato il casino che hanno combinato nel Sud-Est Asiatico perché il loro presidente aveva un bel ciuffo di capelli. Anche nella letteratura ci sono casi di morte sul più bello: un caso per tutti, quello di Vadinho in Donna Flor e i suoi due mariti, tolto di mezzo da un infarto mentre ballava un samba scatenato vestito da baiadera. E chi non ha ascoltato racconti semileggendari di proverbiali tombeur des femmes rapiti alla vita proprio nel momento dell’estasi suprema, unendo così in una fatale fusione la “petite morte” con quella concessa a tutti noi?

Insomma, credo che per il benessere psichico di questa società sia tempo di cominciare a riconsiderare in un’ottica meno tristemente riduttiva la fine della vita terrena. Chi ha la fortuna di avere la fede è avvantaggiato, gli altri potrebbero utilmente provare a riconsiderare l’evento in una prospettiva più simbolica. Solo smettiamo di parlarne sempre e soltanto con parole e facce di circostanza; questa rimozione non ci fa bene. Come insegnano anni di sedute dallo psicanalista, rimuovere la verità non la fa scomparire, la rende solo più pericolosa. In altre parole, la morte non scompare, diventa solo fonte di rabbia. Sarà un caso che in romanesco uno degli insulti più frequentati tiri in ballo una versione peggiorativa dei propri defunti?

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