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Mi spezzo ma non mi spiego

Ogni tanto la fantasia supera ancora la realtà. È quello che è accaduto recentemente a una cinquantina di donne che hanno comprato una lavanda intima e, con un gesto quasi dada, se la sono bevuta come una grappa.

2 Agosto 2010 alle 00:00

Ogni tanto la fantasia supera ancora la realtà. È quello che è accaduto recentemente a una cinquantina di donne che hanno comprato una lavanda intima e, con un gesto quasi dada, se la sono bevuta come una grappa. Quando Kant diceva che ciascuno crea la propria realtà sono sicuro che non pensasse a uno scenario del genere.

La notizia ha dello stupefacente,
perché ci vuole un’intuizione non banale per inventarsi che una lavanda vaginale sia uno sciroppo, soprattutto dopo aver visto lo spot che reclamizza il Tantum Rosa - il prodotto in questione, per la verità quasi omonimo di un colluttorio. La sceneggiatura non è complicata come la sesta serie di Lost: un paio di amiche intorno ai vent’anni ne aspettano una terza. Questa arriva e la prima cosa che fa è dichiarare coram populo che la causa del suo ritardo è, testuali parole “un bruciore, un prurito intimo”, a seguito del quale ha dovuto andare in farmacia a comprare il Tantum Rosa.

Al di là della visionarietà del dialogo, che potrebbe essere stato scritto dai Monthy Python o da un Bukowsky in gran forma, ciò che è interessante è la reazione dell’azienda produttrice che ha rieditato il filmato aggiungendo delle indicazioni a prova di scemo per chiarire che l’uso del prodotto è esterno. Sempre ammesso che le signore cadute in errore, che andavano dai 15 agli 87 anni, non si scolassero il Tantum Rosa per sballarsi con la benzidamina. In ogni caso, a scanso d’equivoci, l’Agenzia del farmaco ha approvato un documento che stabilisce la modifica dei colori della confezione da rosa a nero o blu.

Tutto questo mi spinge a considerare che la cosa più difficile è tenere sotto controllo gli effetti di quel che si dice, si scrive e, più in generale, si comunica. Una volta che i concetti hanno lasciato la mente di chi li ha pensati per andare nel mondo, vivono di vita propria, un po’ come i libri o i film e, in una certa misura, ciascuno ci legge o ci vede quel che vuole.

Da piccoli si riesce a fissare l’attenzione solo per pochi secondi, ma crescendo i miglioramenti sono assai modesti. Una delle mie prime esperienze di questa dura realtà risale ai tempi delle elementari. Forte di un’educazione mista di rigore asburgico e mansuetudine cattolica, quando sette-ottenne venivo mandato a fare delle piccole commissioni, l’impatto con il mondo reale non era privo di aspetti dolorosi. Ricordo, per esempio, la difficoltà a entrare in rapporto con il salumiere. Mi mettevo disciplinatamente in fila, attendevo il mio turno e quando toccava a me dicevo una cosa del genere: “Buongiorno, signor Tizio. Per favore, potrei avere un etto e mezzo di prosciutto co…” e raramente finivo la frase perché la siüra al mio fianco aveva già sparato un perentorio “Un etto di crudo. Magro!”. E il salumiere la serviva prima di me. Concisione batteva educazione. Crescendo sono diventato più laconico.

La vita è un lungo allenamento
a fornire un’attenzione men che superficiale a quanto ci accade intorno e, massimamente, alle parole degli altri. Mio nonno era un virtuoso della materia. Ricordo intere discussioni a cui lui riusciva a partecipare senza avere la  benché minima idea di quale fosse l’argomento in tavola, semplicemente captando un sostantivo qua e un’aggettivo là delle migliaia che la sua consorte sfornava a mitraglia. Aveva perfezionato una tecnica raffinatissima che gli permetteva di orientarsi nella conversazione con la leggerezza di un monaco zen nei flussi del Ch’i cosmico; gli bastava solo qualche espressione iterativa “Certo, certo… ah-ha… eh, be’…”.

Anche la politica, soprattutto negli ultimi anni, ci ha abituato a comunicazioni sempre più d’effetto, sintetiche, sloganistiche. In una delle tante campagne elettorali degli ultimi anni ho molto presente un faccia a faccia tra un politico arrembante che sparava concetti economici a vanvera e uno dei più autorevoli economisti italiani che smontava pezzo per pezzo le scempiaggini di quell’altro: confesso che ho dovuto lottare per sostenere la palpebra durante il discorso dell’economista. Ascoltare è faticoso. Lo slogan è facile. Poi, chi avrà tempo e voglia si prenderà la briga di approfondire e andare a controllare la bontà dei concetti retrostanti. La gente ha altro da fare. Non si sa bene che cosa, ma non c’è tempo per capirlo, perche c’è troppo da fare. In un libro di Raffaele La Capria ho letto che “La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare dell’altro”; ecco, mi sembra che siamo tutti sempre occupati a fare dell’altro.

Certo,
se adesso non riusciamo neanche più a fissare l’attenzione per trenta secondi, il tempo di uno spot, temo l’escalation. Bisognerà essere ancora più rapidi. Fulminei. Immediati. Avanti di questo passo non si chiederà neanche più “Casa mia o casa tua?”.

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