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Modesta proposta di riforma stagionale dell’informazione televisiva

E' luglio, le città cominciano a svuotarsi, la temperatura sale a livelli equatoriali: lo sappiamo, è così tutti gli anni. Ma non è da questi eventi che io capisco che è estate.

19 Luglio 2010 alle 00:00

E' luglio, le città cominciano a svuotarsi, la temperatura sale a livelli equatoriali: lo sappiamo, è così tutti gli anni. Ma non è da questi eventi che io capisco che è estate. So che è arrivata quando almeno cinque minuti di ogni telegiornale sono dedicati ai consigli su che cosa fare per evitare di morire di insolazione. E allora, ecco validi professionisti dell’informazione che attraversano la città arroventata per andare a rompere le balle ai primari di gerontologia delle nostre università: gente con cui è difficile non essere d’accordo.

Per esempio, pare che una cosa da non fare, se si vuole arrivare vivi a ottobre, sia andare a fare la spesa al mercato rionale tra le 13 e le 14, perché da inoppugnabili statistiche risulta siano le ore più calde, e quindi trascinare sacchetti contenenti cocomeri da mezzo quintale non è consigliabile. Un’altra cosa da evitare, soprattutto se uno ha più di settant’anni, è dimenticarsi di bere, perché è accertato che la disidratazione conduce alla tomba. Oppure - e questo vale anche per i ventenni, specie per quelli di origine normanna parchi di melanina - addormentarsi sotto il sole della Gallura senza un’adeguata protezione anti-UV fa quasi sicuramente male.

Quanti anni sono che sentiamo lo stesso disco? Da quante estati vengono ripetuti questi servizi sempre uguali che, se non sono inutili, nel migliore dei casi sono “sprassolati e un poco scemi”? Io li ricordo fin dagli anni ’60, con un giovane Luciano Onder che importunava l’esperto del momento: bevete molto, non uscite nelle ore più calde ecc. Ai tempi della mia maturità pensavo che  fosse quello l’Eterno Ritorno di cui parlava Nietzsche.

Possibile che i direttori dei telegiornali siano convinti che non l’abbiamo ancora capita? Ma credono di avere a che fare con un popolo di lobotomizzati? Dove sono tutti questi ottuagenari scriteriati che vanno a giocare a bocce sulle candide spianate travertine dell’Eur a mezzogiorno? E queste torme di grandi ustionati che imbiancano come carogne di coyote nel deserto ai bordi delle nostre provinciali? Io non li vedo. È vero, si dirà, ogni estate c’è qualcuno che, dimentico del buonsenso o sprezzante del pericolo, ci lascia le penne. Eh, va be’, ma quante saranno queste vittime? Lo zero virgola zero qualcosa della popolazione? Non credo che l’Istat si sia mai interrogata sull’avvincente tema, ma sarebbe interessante scoprirlo. In mancanza di strumenti statistici si potrebbe però ricorrere a una, forse un po’ cruda,  è vero, ma tanto liberatoria forma di darwinismo sociale, in base alla quale è giusto che i più pirla soccombano. Forse che il Paese sentirebbe la mancanza di queste menti luminose, dalle quali i cervelli erano già in fuga da anni?

Ma ogni critica dello status quo richiede una controproposta migliorativa per essere credibile. D’accordo, togliamo pure le raccomandazioni estive, rinunciando peraltro a momenti di autentico spasso: rammento ancora con ilarità il ministro della sanità di qualche governo fa che consigliava agli anziani di trascorrere l’agosto nei supermercati, perché provvisti di aria condizionata; non ha specificato però in prossimità di quale banco. Dei latticini o delle verdure? Per cui immagino che più di un vecchietto sia stato tacitamente inumato tra i sofficini e i filetti di platessa. Va bene, cassiamo i consigli anti-canicola, ma con che cosa li sostituiamo? Io un’idea ce l’avrei: pillole di cultura. Ripassiamo insieme per tutta l’estate e così ci potremo presentare alla ripresa autunnale perfettamente preparati.

Qualche esempio pratico.
Quanti tra voi saprebbero dire così su due piedi cosa dice il principio di indeterminazione di Heisenberg? Pochini, direi. E chi sa dove nasce e dove sfocia l’Adige? Ancora meno. E per forza, sono cose in cui ci si è fugacemente imbattuti a scuola e poi mai più frequentate. Nozioni scolorite dal tempo che, se uno ha una cinquantina d’anni, possono risalire a venti o trent’anni prima. Pensate invece sentirsele ripetere tutte le estati per anni e anni. Il livello culturale medio salirebbe inevitabilmente e alla lunga non stupirebbe che le massaie dell’agro pontino citassero i principi della termodinamica con la stessa nonchalance di laureandi in fisica o che gli indolenti vitelloni da bar snocciolassero senza un plissé la dimostrazione ontologica dell’esistenza di Dio di Sant’Anselmo nel corso dei loro bivacchi in piazza.

Il Paese ne gioverebbe, ne sono convinto. Ovviamente servirebbe un minimo di grano salis nell’alternanza degli argomenti, al fine di assicurare una preparazione organica ed equilibrata - un bel delitto passionale e qualche elemento del pensiero keynesiano, il tracollo delle borse asiatiche e un paio di aneddoti sulla vita di Goldoni, la votazione del decreto sulle intercettazioni e un ripassino sull’ubicazione dei Dardanelli - ma nel giro di vent’anni, forse anche meno, i risultati sarebbero garantiti. Certo, è un programma a lungo termine che richiede una volontà politica lungimirante, perché i risultati si vedranno a medio - lungo termine, ma questo è il momento buono per vararlo. In fondo, perché non vederlo come una forma di compensazione alla politica di tagli alla scuola.

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