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Metti una sera dopo cena

Lunedì scorso in un ospedale di Toronto è morto a 59 anni Chris Haney, uno degli inventori del Trivial Pursuit. Non capita spesso di riuscire a dare un nome a chi ha creato i giochi che hanno segnato la nostra giovinezza.

7 Giugno 2010 alle 00:00

Lunedì scorso in un ospedale di Toronto è morto a 59 anni Chris Haney, uno degli inventori del Trivial Pursuit. Non capita spesso di riuscire a dare un nome a chi ha creato i giochi che hanno segnato la nostra giovinezza. Giusto quando i giornali per un giorno fanno dei pezzi di costume alla memoria, tipo questo. Prima e dopo, l’anonimato.

Forse che qualcuno sa chi ha inventato lo Scarabeo? O il Monopoli? O il Risiko? Io non ho neanche mai pensato che ci fossero delle persone che li avessero pensati: per me erano parte del corredo cui ogni bambino degli anni ’60 aveva diritto per statuto, come l’istruzione obbligatoria, il discorso di Capodanno del presidente della Repubblica e Gesù Bambino. Per di più da noi i nomi originali venivano tradotti, come si faceva con quelli degli scrittori (vi ricordate che orrore Onorato Balzac o Carlo Dickens? Appena meglio Cartesio), contribuendo così a renderli ancora più distanti dagli Scrabble, dai Monopoly o dai Risk!.

Il Trivial, così familiarmente abbreviato dai praticanti, a differenza dei sunnominati classici è un capitolo relativamente recente della nostra storia ludica. Ricordo che a un certo punto degli anni ’80 – quando da tempo potevo dirmi adulto, nonostante l’adolescenza prolungata della mia generazione – ha fatto la sua apparizione nei dopocena. La prima reazione fu di moderato sospetto. Come si permetteva di presidiare le nostre serate quella variante senza senso di colpa del Rischiatutto? Se il Rischiatutto (altro protagonista dell’infanzia in una lussuosa scatola di cartone con il faccione del Mike sul coperchio; a lungo desiderato, ma mai posseduto) propugnava una visione nozionistica della cultura e per questo si attirava le dure reprimende degli educatori, questo che cos’era? La versione Pro?

Anche il nome non aiutava. Certo, se alle medie e al liceo non avessi dovuto dare da lavorare a dei professori francofoni che rischiavano la disoccupazione, magari mi sarei soffermato a riflettere sulla superiorità della cultura anglosassone rispetto a quella latina, quando si tratta di dire le cose come stanno. Non riesco a immaginarmelo un produttore di giocattoli nostrano chiamare il proprio gioiello “Alla ricerca della futilità” o “Passatempo banale” o ancora “Inseguendo l’insignificante”, secondo alcune delle possibili traduzioni dell’originale canadese. Avrei proprio voluto vederla la faccia di mia nonna se fossi rincasato con sotto il braccio una scatola intitolata “All’insegna della cazzata.”

Dopo i primi tentennamenti, però, è stato il trionfo. Tutti si sono buttati sulla novità d’oltreoceano. Gli unici che hanno opposto una qualche resistenza organizzata sono stati i patiti del Risiko. Solitamente maschi adulti tra i 20 e i 35 anni, con qualche sforamento verso i 40, normalmente brillanti e spiritosi, i Risiko Addicted dopo cena entravano in uno strato di trance agonistica nella quale permanevano fino al raggiungimento degli obiettivi assegnati dalla carta toccata loro in sorte. Potevano trascorrere intere nottate sitibondi di armate e territori. I più accaniti addirittura decretavano una moratoria alle prime luci dell’alba – onde evitare di essere defenestrati dai rispettivi genitori – e rincasavano di nascosto per ripresentarsi più agguerriti la sera seguente e concludere il massacro della Kamchatka lasciato a metà. Il Trivial Pursuit ha avuto il merito di confinare la pericolosa genia dei fans del Risiko in apposite serate per iniziati, alle quali gli agnostici evitavano di partecipare.

E' comunque sorprendente il successo planetario di un gioco che a fronte del puerile scopo di comporre una torta simbolica ha come effetto principale lo sputtanamento dei partecipanti, costretti a rivelare pubblicamente la loro cosmica ignoranza. E non serviva cercare di evitare le materie su cui si era notoriamente impreparati, se si voleva la fettina verde, prima o poi, si doveva rispondere anche alle domande di scienza. Che diavolo ne sapevo io se il mio braccio era una leva del primo del secondo o del terzo tipo? Peraltro, ho visto severi dottori commercialisti azzardare che il Re Sole regnasse sul Giappone, ho ammirato un’avvocatessa proclamare coram populo che Pisa avesse dato i natali a Leopardi e una volta ho sentito dire che Cristoforo Colombo quando ha scoperto l’America credeva di aver trovato l’Australia: record imbattuto. Ci deve essere una strana forma di fascinazione per l’abisso al fondo del meccanismo psicologico che ha decretato la fortuna del Trivial.

Personalmente non sono mai stato un gran fan dei board games, anche se li ho giocati tutti. Dopo un’ora e mezza ero sempre per buttare a monte qualunque partita, ma il Trivial è come il traforo del Monte Bianco: una volta che lo hai cominciato devi andare fino all’uscita. Allora ho cominciato ad adottare una pratica sabotatoria che, nonostante fosse sanzionata dai puristi del gioco, veniva generalmente accolta bene dai partecipanti meno motivati. Quando è il vostro turno, dopo avere fatto la domanda, che so: “Qual è il nome degli abitanti di N’Djamena?”, mentre il poveretto si sforza di scavare inutilmente della sua mente con un Caterpillar, leggete con voce stentorea le altre risposte stampate sul retro della scheda: “La battaglia di Salamina… Il decathlon… Louise Brooks… Pierre Curie… Il verismo.” Provate. Non so perché, ma fa ridere.

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