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O' cafè, what else?

C’è tutta una letteratura sul caffè e sul corredo di tecniche che bisogna padroneggiare per servirne uno accettabile. Un esempio su tutti, il Pasquale Lojacono di "Questi fantasmi".

31 Maggio 2010 alle 00:00

L’altra sera sono stato a cena da un’amica, notoriamente una cuoca temibile, e dopo il fiero pasto ho chiesto un caffè, nella speranza che la broda calda aiutasse a dilavare le atroci pietanze. La mia amica si assenta per pochi istanti e ritorna con una tazzina fumante. Subito resto colpito perché ben ricordavo altri aromi assai meno promettenti di quello che sta invadendo la casa. Assaggio e trasecolo: il caffè è ottimo. Densità corretta, sapore intenso, nessun retrogusto catramoso, nulla di più lontano dalla prevista ciofeca. “Ma allora, almeno il caffè hai imparato a farlo?!” dico in un accesso di ingenuo entusiasmo. Mi guarda, sorride, scuote la testa e mi fa segno di seguirla in cucina dove mi mostra con orgoglio una macchina espresso di una nota marca: “Io mi limito a mettere le cialde.” Quella sera, mentre tornavo a casa, mi sono sopreso a considerare che ogni beneficio della modernità lo paghiamo a caro prezzo.

C’è tutta una letteratura sul caffè e sul corredo di tecniche che bisogna padroneggiare per servirne uno accettabile. Un esempio su tutti, il Pasquale Lojacono di "Questi fantasmi". Seduto al balcone spiega al dirimpettaio professor Santanna come per fare un caffè in grazia di Dio si debba mettere il “coppitello” di carta sul becco della caffettiera, per trattenere il primo aroma, che è il più intenso, come poi si debba spargere un mezzo cucchiaino di polvere appena macinata sul fondo della parte bucherellata eccetera, eccetera. E, alla fine, il colore deve risultare inopinabilmente “a manto di monaco”. Una serie di manovre che oltre a occupare il tempo danno anche una certa serenità di spirito e che – parole di Eduardo – da un certo punto di vista sono parte della poesia della vita. Ecco, a questo prezzo mi riferivo. Adesso grazie alla tecnologia diffusa, anche la mia amica, che pure ha difficoltà a far bollire acconciamente l’acqua per la pasta, può fare un ottimo caffè.

A ogni salto in avanti della tecnologia ci sono sempre i cantori del passatismo, gli aedi del buon tempo andato che stigmatizzano la novità e predicano il ritorno allo status quo ante. E' stato così con il torchio a caratteri mobili di Gutemberg, con la spinning Jenny nell’Inghilterra del secondo Settecento o più recentemente con l’introduzione del computer che ci ha aperto un mondo di possibilità, ma ci ha anche tolto la capacità di scrivere a mano in modo comprensibile. Non voglio unirmi a questo elenco di battaglie di retroguardia, perché sono ben lieto che la meccanizzazione nella mietitura dei cereali mi consenta di lavorare con un laptop sulle ginocchia invece che con la roncola, tuttavia non posso non dispiacermi di come, una volta di più, quasi inavvertitamente, ci venga sottratto un altro ambito di quella discrezionalità che fa di ciascuno di noi un essere diverso da tutti gli altri miliardi di individui che affollano il pianeta.

L’abilità di Pasquale Lojacono nel prepararsi il suo caffè pomeridiano è parte della sua irriproducibile unicità e, specularmente, anche la totale inettitudine della mia amica a produrre qualunque cosa commestibile era parte della sua individualità. D’ora in poi entrambi apparterranno alla categoria di quelli che fanno un buon caffè e, purtroppo, la tazzina di Lojacono sarà dequalificata, giacché sarà solo un’ottima tazzina di caffè in mezzo a tante altre ottime tazzine di caffè: la sovrabbondanza dell’offerta fa calare il valore del bene. E' una legge economica.

Del resto, la stessa cosa sta accadendo in tanti altri campi dove la differenza fino a poco fa la faceva la propria abilità personale. Tanto per capirsi, con Photoshop il numero di quelli che si definiscono fotografi è aumentato esponenzialmente, tanto poi si mette tutto a posto con la post-produzione. Certo, può essere amaro per chi ha passato anni a imparare a fare bene una cosa vedersi messo sullo stesso piano dell’ultimo neofita, ma è la marcia inarrestabile del progresso.

Certo, magari alcune immagini ricreate in laboratorio non saranno proprio identiche a come verrebbero scattandole dal vero (e non è nemmeno detto che sia così). Certo, il caffè di Pasquale Lojacono avrà un punto di aroma che nessuna cialda potrà mai ricreare. Ma ne siamo poi sicuri? L’unica cosa indiscutibile è che nessuno, nemmeno un commediografo geniale come Eduardo, potrebbe mai scrivere una bella scena tenendo in mano una macchina espresso a cialde invece che la vecchia napoletana. Ma del resto a George Clooney di mettersi a sedere sul balcone, manco gli passa p’a capa.

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