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Maschi contro femmine

Da quando nasciamo a quando moriamo siamo continuamente alle prese con delle scelte di campo, che a volte non facciamo coscientemente, e che, anzi, spesso subiamo, trovandoci, non si sa in virtù di che cosa, schierati con una delle due fazioni contrapposte.

10 Maggio 2010 alle 09:49

L’altra domenica allo stadio Olimpico di Roma si è assistito al paradosso della tifoseria laziale che applaudiva i goal dell’Inter – e addirittura fischiava le parate del proprio portiere – perché la priorità era togliere lo scudetto alla Roma. Anche, al limite, correndo il rischio di finire in serie B. Lungi da me, però, l’intento di sviscerare i profondi significati sportivi, antropologici e chissà cos’altro di quello che è accaduto. Altri, più addentro alle misteriche regioni del tifo capitolino, l’hanno già fatto. Quello che mi interessa di quest’episodio è l’ennesima manifestazione della struttura irriducibilmente binaria insita nella vita stessa. Vedo di spiegarmi.

Da quando nasciamo a quando moriamo siamo continuamente alle prese con delle scelte di campo, che a volte non facciamo coscientemente, e che, anzi, spesso subiamo, trovandoci, non si sa in virtù di che cosa, schierati con una delle due fazioni contrapposte. A volte lo si sa benissimo, ed è quando si viene determinati da una realtà che ci sovrasta e decide per noi. Alle elementari la gara è maschi contro femmine, e se uno nasce con i cromosomi XY, c’è poco da fare, essendo le sfumature che in alcuni casi si manifesteranno, ancora di là da venire.

Poi, ci si trova a fare sport. Chi faceva judo e chi faceva karate: ciascuno pronto a etichettare l’altro di materialone o di fighetto. Poi, al tempo delle medie (quando non si usavano ancora i corsi di ogni genere che nei decenni seguenti avrebbero devastato i pomeriggi dei ragazzini itaiani), si doveva decidere che lingua straniera studiare. E una se ne studiava: francese o inglese. E poiché tutti volevano fare inglese, qualcuno è stato estratto a sorte per studiare la lingua di Molière, perché qualcosa bisognava pur far fare anche ai professori di francese. Ricordo ancora il sottile sorriso di dileggio degli anglofili quando ci comunicarono i risultati del sorteggio, per tacere del patetico tentativo di consolazione della vicepreside che ci disse che dovevamo essere contenti di non studiare la lingua del futuro, perché l’idioma ufficiale delle olimpiadi era il francese. Non ce la bevemmo, ma ci trovammo nostro malgrado su uno dei due fronti.

Nel corso della vita le occasioni di contrapposizione si sono poi moltiplicate vorticosamente. E' arrivata l’adolescenza, e lì c’erano quelli che avevano la fidanzatina che guardano dall’alto in basso le masse che ancora rischiavano la cecità. E avanti così: quelli che avevano sempre culo e quelli un po’ sfigati, quelli belli e quelli normali, quelli che stavano simpatici e quelli timidi che si infracchiavano con le parole e finivano a fare tappezzeria.
Finalmente, da adulti, si cambia città, si arriva nella capitale e si capisce che essere romanisti o laziali non è come essere milanisti o interisti, è una vocazione ancestrale che attiene all’appartenenza a razze la cui diffidenza reciproca è nata in epoche troppo remote perché sia possibile farci qualcosa: un po’ come gli elfi e i nani di Tolkien. E lo si capisce prendendo il taxi, quando il tassista, sfarfallando di argomento in argomento, sancisce che la spocchia romanista nei confronti della Lazio nasconde un non integrato senso di inferiorità a causa della maggior anzianità del club biancoceleste. Oppure quando un suo collega di contrapposta fede mi confessa candidamente che “Si me chiederebbero si preferirebbe ch’ ‘o scudetto o rivince a Roma o ch’ ‘o riperde a Lazio, io nun c’avrebbe dubbi: ch’ ‘o riperde a Lazio.”

E si potrebbe continuare in un delirio manicheo di opposti. Che stress! Del resto, è proprio la storia dell’Occidente che è uno stress. Già nella Metafisica di Aristotele si parlava del “tertium non datur”, per cui una cosa stava di qua o di là; non c’erano altre possibilità. Oggi, grazie al cielo, la logica fuzzy mette in dubbio anche questo assunto, postulando anche una terza posizione. Può essere perciò che le future generazioni possano un giorno affrancarsi dal giogo, in alcuni momenti francamente opprimente, della logica binaria dell’esistenza, ma al momento non si vede ancora la luce alla fine del tunnel.

In attesa che appaia l’alba di una nuova era di sfumature policrome, dedico queste righe alla memoria, in ordine sparso, di alcune delle infinite dualità tra cui mi sono dovuto destreggiare nel corso della mia esistenza, a volte parteggiando attivamente, altre volte subendo. Ciascuno può aggiungere le proprie personali contrapposizioni.
- Gelato alla frutta contro crema e cioccolato.
- Gianni Rivera contro Sandro Mazzola.
- Luglio in riviera ligure contro agosto sul litorale adriatico.
- Ray-Ban contro Lozza
- Eskimo contro loden
- Lucio Battisti contro Fabrizio De André
- Tex Willer, Aquila della notte, contro Zagor-Te-Nay, lo Spirito con la scure
- PC contro Apple
- Cravatta contro girocollo
- Film doppiati contro film in lingua originale
- Pizza alta contro pizza bassa
- Adidas contro Puma
- Maigret contro Sherlock Holmes
- Accademia d’Arte Drammatica contro Giurisprudenza
- LP contro CD
- Plasma contro LCD
- Bach contro Mozart
- Parigi contro Londra
- Grace Kelly contro Tippi Hedren
- Gianni Morandi contro Massimo Ranieri
- Tè contro caffè
- Totò contro Peppino

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