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Cent'anni di rimpianti

Certi libri ti cambiano la vita. Quello che viene detto molto di meno è che altrettanta influenza ce l’hanno i libri che non si è riusciti a finire. Io ne ho un intero scaffale.

5 Aprile 2010 alle 00:00

Certi libri ti cambiano la vita. Si sa. La tv è piena di giornalisti che per far capire che, sì, lavorano in un’emittente scarsa, ma dentro sono dei finissimi intellettuali, al VIP di turno chiedono inevitabilmente quale sia il libro con cui naufragare su un’isola. Talvolta le risposte sono esilaranti. Una addirittura ha buttato lì, come fosse ovvio, che era rimasta folgorata da “Il faro”, probabimente la crasi tra una pizzeria di Modena e il romanzo di Virginia Woolf.

Quello che viene detto molto di meno è che altrettanta influenza ce l’hanno i libri che non si è riusciti a finire. Io ne ho un intero scaffale. Alcuni li ho piantati perché erano delle fetecchie che ero stato convinto ad acquistare da un risvolto gravido di overstatement irresistibili: “Un romanzo che è impossibile abbandonare”, “Vorreste che non finisse mai” o “Come l’Amleto di Shakespeare, solo meglio”. Altri, invece, per un monte di ragioni varie (non ero nello stato d’animo adatto, non me ne fregava niente, era una storia troppo distante dalla mia esperienza oppure era identica alla mia esperienza e quindi troppo dolorosa alla lettura eccetera). Altri ancora, e spiace dirlo, sono stati abbandonati senza giusta causa.

Ci sono capolavori della letteratura mondiale che ho lasciato languire per mesi, trascinandoli da un divano a un tram, arrancando su quelle pagine impervie tra il water e il comodino, indipendentemente dal loro valore. E non importa che parenti, amici, persone stimabili continuassero a ripetermi quanto meravigliosi fossero e che ruolo fondamentale avessero svolto nella loro educazione sentimentale. Io li ho mollati lo stesso. Ma raggiungere l’olimpica indifferenza con cui oggi abbandono senza un plissé il manoscritto trovato a Saragozza ha richiesto decenni di dura sofferenza e di brucianti sconfitte.

La mia personale Caporetto, ma per certi versi anche la mia Stalingrado (dipende da che parte la si guarda) si chiama "Cent’anni di solitudine". Ore di discussioni sulla struttura ciclica del tempo nel romanzo; ciclicità reiterata peraltro nell’onomastica dei personaggi. E il sentimento del magico nella quotidianità e avanti così. E io che, a casa, mi accanivo a cercare di capire quanti caspita di Aureliano Buendia ci fossero a Macondo. E perché si chiamavano tutti Aureliano, Arcadio o Josè? Ma chi era l’editor di Garcia Márquez per riconoscerli? Un esattore del fisco?

Dovevo essere io che mi sbagliavo. Non era possibile che quello che a tutto il mondo sembrava un monumento a me sembrasse una cazzata. E poi chi ero io per giudicare Garcia-Márquez? E allora, dai, ancora uno sforzo per cercare di capire chi era vivo e chi era morto anche se stava parlando. Fino alla bandiera bianca, alzata a cinquanta pagine dalla fine. Il tascabile Feltrinelli consunto quasi quanto la mia autostima.

Poi la vita è andata avanti. Sono accadute un sacco di cose. Guerre, paci, amori, fine degli amori, nuovi amori, lavori, altri libri. A trentacinque anni avevo vissuto, conosciuto, viaggiato, fatto esperienza e ora, finalmente, mi sentivo pronto per la rivincita: Aureliano Buendia, non avrai il mio scalpo. E via, una nuova transumanza tra divani, tram, water e l’ennesimo comodino. Una nuova disfatta. Stavolta a 100 pagine dalla meta: la linea Maginot della mia resistenza in diciassette anni era arretrata di cinquanta pagine.

Inspiegabilmente, però, la vista dell’informe tascabile Feltrinelli non mi causava più nessuna sofferenza. Alla faccia di tutti i sensi di colpa covati per anni, mi sentivo libero di mollare in ogni momento un libro che non mi piaceva. Cos’era successo? Mah! Contemporaneamente Pennac mandava in stampa “Come un romanzo” che dava un inquadramento teorico alla mia libera e selvaggia intuizione. Finalmente mi sentivo autorizzato a proclamare che "Il Piccolo Principe" di Saint-Exupéry, a parte il capitolo della volpe, è una gran rottura di coglioni. Come Fantozzi davanti alla corazzata Potemkin!

A celebrazione di quel grande momento di liberazione faccio oggi outing mettendo in piazza una piccola parte del ben più lungo elenco dei libri che ho abbandonato lungo la strada senza una valida ragione in questi anni. Mi rendo conto che ne emerge un quadro di sconcertante aridità, ma tanto non mi sento più colpevole. Ed è bellissimo.

-    Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen
-    Con gusto, storia degli italiani a tavola di John Dickie
-    Il silmarillion di J.R.R. Tolkien
-    La vita facile di Richard Price
-    Lucrezia Borgia di Maria Bellonci
-    Underworld di Don De Lillo
-    Baudolino di Umberto Eco
-    Sotto il vulcano di Malcolm Lowry
-    L’ussaro sul tetto di Jean Giono
-    Tutta un’altra musica di Nick Hornby
-    Artemis Fowl di Eoin Colfer
-    Fiabe irlandesi di William Butler Yeats
-    Le avventure di Barry Lyndon di William Thackeray (2 tentativi)
-    La civiltà della conversazione di Benedetta Craveri
-    Il diavolo al Pontelungo di Riccardo Bacchelli
-    Il lato oscuro del genio, la vita di Alferd Hitchcock di Donald Spoto
-    Viaggio in Italia di Wolfgang Goethe
-    Manhattan transfer di John Dos Passos
-    Il circolo Dante di Matthew Pearl
-    Memoriale del convento di José Saramago (2 tentativi)

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