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Nostalgia del baùscia

E' dura essere milanesi. Il resto dell’Italia ci ha sempre guardati con un po’ di sospetto, probabilmente a causa della concentrazione di ricchezza nella capitale lombarda.

29 Marzo 2010 alle 00:00

E' dura essere milanesi.
Il resto dell’Italia ci ha sempre guardati con un po’ di sospetto, probabilmente a causa della concentrazione di ricchezza nella capitale lombarda. E' risaputo, i più ricchi stanno sull’anima a tutti gli altri: ai tempi della Repubblica Veneta gli abitanti della Dominante non erano granché amati da Bergamo fino oltre Costantinopoli.
Lo stereotipo del milanese, che come tutti gli stereotipi è in gran parte falso e in piccola parte vero, è quello sintetizzato nella tragica formula Lavoro-Guadagno-Pago-Pretendo. Il baùscia, in altre parole. La categoria antropologica così perfettamente incarnata da quel magnifico caratterista che era Guido Nicheli, il commendator Zampetti de “I ragazzi della Terza C”, uno dei pochi, pochissimi personaggi di una fiction italiana consegnati direttamente alla storia.

Del resto, si sa, lo spettacolo in Italia parla romanesco e quindi il dialetto meneghino ha dovuto vivacchiare come ha potuto. Il suo periodo di maggior gloria l’ha avuto a cavallo degli anni ’60 e ’70, soprattutto in certi locali dove si coltivava la nobile e vagamente elitaria forma del cabaret. Ma per quanto geniali i Gufi ed Enzo Jannacci non hanno fatto in tempo a imprimere nell’immaginario popolare il loro tipo di milanesità che, “taaac”, sono stati spazzati via dalla potenza di “hop-hop-hop-din-din-din” con cui il baffuto cumenda significava la lestezza nell’estrarre il portafoglio e contare i soldi sull’unghia.
In anni non sospetti di marketing si era già tentato di migliorare l’immagine della città della Madunina diffondendo l’idea che, sì, d’accordo, si lavorava come delle bestie, ma si aveva il coeur in man. Il concept aveva del potenziale. Sfortunatamente non ha resistito al tempo, travolto prima dagli anni di piombo e poi da quelli autenticamente di merda dello yuppismo. Pazienza, a fare la figura dei baùscia ci eravamo allenati e, tutto sommato, nun ce ne poteva frega’ de meno. Era così da secoli.

A dare il colpo di grazia ci ha però pensato la politica. Dopo i socialisti a Milano è arrivata la Lega. Al di là dei giudizi di merito, è però evidente che da allora non è più stato possibile essere milanesi senza venire etichettati. I rapporti sociali che ne risultano più devastati sono quelli di superficiale informalità, come quelli che si intrattengono con lontani cugini o con tassisti di altre città. Allorché riconoscono la tipica prosodia meneghina, con le vocali aperte e la penultima sillaba strascicata (non amabilissima, va pur detto), reagiscono come dei pavloviani puri e si sentono in dovere di chiederti, talora con patetiche imitazioni dialettali: “E alüra, el Bossi, cusa el dis?”. A parte il fatto che non risulta che il Senatùr sia in diretto e continuo contatto con la stragrande maggioranza dei milanesi e che quindi, è presumibile, neppure li tenga quotidianamente al corrente dei suoi pronunciamenti su questo o quel tema, ma, e se uno non è della Lega?

E' la discriminazione che brucia. Mentre a nessuno viene in mente di chiedere a un romano di passaggio a Verona cosa dica il Rutelli o il Gasparri o il Veltroni o uno qualunque degli altri politici della capitale, appena capiscono che vieni da Milano non resistono. Io vivo lietamente a Roma da nove anni, ma il mio fruttivendolo in certi giorni ancora non si trattiene: “E alüra, el Bossi?”. Per tacere di quelli, funambolici, che la prendono alla larga, si informano sei pro o contro Mourinho e poi, da Balotelli al Presidente del Consiglio è un lampo: “E alüra, el Berlusca?”. Insomma, oggi essere milanesi si porta automaticamente dietro una connotazione sociopolitica. Come si evince, i più esposti sono quelli che hanno la sfiga di essere contemporaneamente milanesi e del Milan.
Un appello. Il giorno che vi svegliate con la voglia di compiere una buona azione, fate felice un milanese: appena ne riconoscete uno, per una volta chiedetegli “E alüra, el Cesare Beccaria?”.
Certi giorni andrebbe bene anche Diego Abatantuono.

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