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Elogio del 2D

Che prima di guardare un film ci si debba infilare gli occhiali è noioso oltre che filosoficamente discutibile. Per fortuna non si tratta più di quelle orrende mascherine di cartone con un pezzo di celluloide rossa e uno blu che, negli anni ’50, permettevano di vedere dei ragni giganti fuori registro che cercavano di saltarti addosso.

15 Marzo 2010 alle 00:00

Diciamocelo: il 3D ha rotto le balle.
Che prima di guardare un film ci si debba infilare gli occhiali è noioso oltre che filosoficamente discutibile. Per fortuna non si tratta più di quelle orrende mascherine di cartone con un pezzo di celluloide rossa e uno blu che, negli anni ’50, permettevano di vedere dei ragni giganti fuori registro che cercavano di saltarti addosso. Adesso sono fashion e hanno delle lenti polarizzate superefficienti – tanto che dopo due ore c’è chi ha avuto il mal di mare come durante una tempesta nel golfo di Biscaglia. L’idea però è sempre la stessa e cioè che le immagini assumano tridimensionalità.

Ma nella vita non è già così? Io ho già una visione tridimensionale. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così: vedo in stereo e quindi percepisco la profondità delle immagini. E perché allora dovrei pagare per una cosa che ho già di mio, gratis? Lo so, mi si dirà che il prezzo del biglietto comprende anche la storia e non solo la belluria tecnologica. D’accordo, ma la storia non ha bisogno del 3D, vive anche senza. Anzi, vive persino meglio. Forte di questa convinzione ho visto Avatar in 2D (anche perché la sala in 3D era prenotata fino a giugno, per la verità).

Il 3D, però, mi porta a interrogarmi su un altro fenomeno contemporaneo che mi sembra emblematico del medesimo approccio esistenziale. L’Alta Definizione. Sky è la pioniera del settore in Italia e ormai è tutto un promo che decanta le meraviglie della nuova tecnologia. Inoltre, con la modica cifra di pochi euro in più al mese per tutta la vita o giù di lì, è possibile portarsi subito a casa un televisore full HD della stessa metratura di un piccolo monolocale. E ci credo che i calciatori poi li puoi vedere come non li hai mai visti!

Da quando si sono messi in casa il megaschermo HD ho degli amici – per altri versi persone interessanti e sensibili – che trascorrono le serate a guardare le partite di hockey su ghiaccio tra i Chicago Blackhawks e gli Edmonton Oilers oppure dei documentari sull’organizzazione matriarcale delle scimmie Bonobo, solo perché ora possono vedere i peli del naso del portiere o i pidocchi degli scimpanzè. L’altro giorno navigando in rete ho incrociato un articolo sull’angoscia dei conduttori televisivi. L’occhio implacabile della telecamera HD ora rivela perfino il più minuscolo comedone o l’accenno di couperose che prima sparivano con una passatina di cerone. Veline vengono psicologicamente distrutte dalla spada di damocle della loro buccia d’arancia sparata in diretta tv. Politici e attori sono annichiliti dal fatto che si possa contargli il numero di capelli faticosamente impiantati sulla testa. Va bene la civiltà dell’immagine, ma c’è qualcosa di malato in quest’ansia voyeuristica.

L’ipertrofia dell’occhio genera l’atrofia della mente. Non per cantare le lodi dei bei tempi andati – ma in fondo, perché no? – ma da ragazzi mica ci si interrogava su quanti millimetri misurasse davvero il calamaro gigante che attaccava il Nautilus. Ce lo immaginavamo. Era quello il bello. Quello che non si vede spaventa di più di quello che si vede, perché non è limitato dalla funzione oggettivante dell’occhio, per scomodare qualche micidiale semiologo di cui non ricordo il nome; per questo fa più paura "Il bacio della pantera" di "Zombi splatter contro l’uomo lupo". L’indefinito funziona più dell’ultradefinito: Leopardi ci ha costruito una carriera. Forse che a qualcuno è mai fregato di sapere da quanta parte esattamente dell’ultimo orizzonte il guardo escludessero quell’ermo colle e quella cazzarola di siepe? Di alcune pornostar si possono ammirare i più stupefacenti recessi con certosina precisione, eppure si vibra di più per la gonna della collega salita innavvertitamente di qualche centimetro: c’è tutta una cinematografia popolare perché sia necessario dilungarsi oltre.

E allora aridatece er 2D. Prontamente ci viene in soccorso il Giappone, dove due fall-out nucleari devono pur aver lasciato degli strascichi. Ad Akihabara, il distretto dell’elettronica di Tokio, c’è un movimento legato alla cultura dei videogiochi di cosidetti 2D lovers. Sono giovanotti che intrattengono relazioni di vario tipo, da quelle più romantiche, a quelle più hard, con dei grossi cuscini (dakimakura) su cui è stampata l’immagine del loro personaggio Manga femminile preferito, solitamente ritratto nature o con l’uniforme da scolaretta. Anche se la sensibilità di questi figli del sol levante è alquanto distante dalla nostra, nei loro comportamenti mi sento di scorgere un motivo di ottimismo. Finché c’è qualcuno capace di ricreare la realtà con l’immaginazione si può sperare: oggi il cuscino, domani il mondo.
Personalmente proporrei di indossare degli occhiali 2D prima di dedicarsi alle normali attività: andare in ufficio, fare la spesa, uscire con la fidanzata. Chissà, magari le nostre vite diventerebbero interessanti come quelle dei film.

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