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Una dedica sul viso

Non siamo mai stati un paese che va matto per la lettura. Tuttavia, dopo decenni di talk show in cui ci hanno convinto che se guarderemo troppa tv, da vecchi ci toccherà rincoglionirci alla bocciofila - sempre che non ce la chiudano prima per farci un supermercato - a tutti, chi più chi meno, sarà capitato di avere a che fare con i libri. A Natale o per il compleanno è opinione comune che regalare un libro sia cosa elegante e di gusto. E' un classico, si fa bella figura e poi un libro è sempre un libro, qualunque cosa voglia dire.

3 Marzo 2010 alle 18:20

Non siamo mai stati un paese che va matto per la lettura. Tuttavia, dopo decenni di talk show in cui ci hanno convinto che se guarderemo troppa tv, da vecchi ci toccherà rincoglionirci alla bocciofila - sempre che non ce la chiudano prima per farci un supermercato - a tutti, chi più chi meno, sarà capitato di avere a che fare con i libri. A Natale o per il compleanno è opinione comune che regalare un libro sia cosa elegante e di gusto. E' un classico, si fa bella figura e poi un libro è sempre un libro, qualunque cosa voglia dire. Se è per quello, anche un vibratore è sempre vibratore, ma pare non sia la stessa cosa. Naturalmente evitate come la peste il best seller del momento, che rivela subito chi entra in libreria una sola volta all’anno, ma preferite una chicca, magari di un editore raffinato, un po’ di nicchia, come Scheiwiller o Colonnese. Adelphi, da quando è in tutte le librerie su tutte le riviste di arredamento, meglio lasciarlo stare; se proprio deve essere, optate allora per la Piccola Biblioteca Adelphi, minimale, rigorosissima.

In ogni caso, romanzo o saggio, catalogo d’arte o portfolio fotografico, il vero problema è scrivere la dedica. Perché mica si può regalare un libro così, come se fosse un maglione o un qualunque gadget elettronico. Se non scrivete la dedica si capisce subito che vi siete buttati sul libro perché costa meno sia del maglione che del gadget elettronico. L’unica speranza è di riuscire ad ammantare il volume di un profondo significato ideologico, intellettuale, poetico, suggerendo così l’idea che quella scelta sia stata fatta avendo ben chiaro in mente le inclinazioni del destinatario e dopo aver lungamente vagliato anche altre ipotesi, ma averle scartate tutte perché nessuna riusciva a suscitare in voi - e tra poco, ne siete certi, anche in lei/lui - le profonde risonanze di quel testo.

Scartate perciò recisamente le formulazioni universali del tipo, “Con amicizia, Caio” o “Con simpatia, Tizio” e altre scorciatoie del genere che, oltre a una desolante mancanza d’inventiva, rivelano soprattutto la fondamentale assenza di ogni reale interesse per la persona a cui sono dirette. In sostanza, è come lasciare intendere tra le righe che avete risparmiato sul maglione e sul gadget, senza neanche avere il coraggio di proclamarlo apertis verbis: insomma, una soluzione democristiana. Astenetevi però anche dai toni troppo personali, squadernando il vostro cuore come se foste dal cardiochirurgo: cassate quindi subito accoratezze come “Così, quando alla sera ti porterai a letto questo libro, sarà come se io fossi lì con te. Per sempre tuo, Amilcare/Amalia”. I libri vanno in giro e, come dice il poeta, “Io non riesco a capire / Eppure le storie continuano a finire”, per cui lei/lui potrebbe non essere felice che altri leggano di passioni che, alla luce di una prosa simile, faranno ormai inevitabilmente parte del suo passato.

Il problema della dedica è annoso, e meraviglia che non sia stato finora oggetto di una trattazione sistematica, soprattutto perché turba il sonno anche di chi i libri li scrive e non solo di chi regala quelli scritti dagli altri. Ogni autore, persino il più prolifico e facondo, e che ha già all’attivo migliaia di pagine immortali, quando gli si avvicina la trepida vecchina azzurrata che tendendogli la sua più recente opera mormora “Per la mia nipotina”, sente tremargli i polsi. Lo stesso Proust avrà avuto i suoi problemi a inventare qualcosa di intelligente avendo sì e no venti secondi a disposizione. Eppure lui col tempo aveva dimestichezza. Però, qui non si tratta di scrivere la Recerche. La dedica è un genere che richiede rapidità, tempismo e un’esecuzione impeccabile, come le arti marziali, la seduzione o la politica.

Un amico patafisico, avendo alle spalle svariati anni di presentazioni e dediche mortificanti, aveva elaborato un format gabellabile all’infinito con la scusa dell’ironia. La cosa suonava più o meno così: “Al carissimo…………*, con affetto, Massimo. *(scrivete il vostro nome sulla linea tratteggiata)”.
Il format è un eccellente strumento, purché lo si adoperi con le opportune cautele. I pro sono che consente di presentarsi alla bisogna già muniti di una soluzione soddifacente, pensata con calma nella meditata tranquillità della propria cameretta e non vergata in fretta e furia sotto la pressione della contingenza o del carico emotivo che ogni dedica porta inevitabilmente con sé. Il contro è uno solo, ma potenzialmente letale, ed è che i dedicatari si conoscano, confrontino e scoprano così di avere ricevuto la stessa frase a cui è stato cambiato solo il nome. Il disonore che ne consegue è talvolta irrimontabile.

Per questo, dopo anni di esperienza, sono giunto alla conclusione che il miglior partito sia ricorrere al latino: fa intendere che lo si conosca e posiziona in un’area culturalmente rilevante. Il modello a cui ispirarsi è il finto testo che i grafici usano per simulare gli ingombri presentando un layout, il cosiddetto Lorem ipsum. Si tratta del saccheggio di un’opera di Cicerone il De finibus bonorum et malorum (I limiti del bene e del male) da cui sono state estrapolate arbitrariamente delle parole. La prossima volta che ne avete la necessità provate con:
Alla cara Francesca,
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Adalberto

Il latino ormai lo sanno così in pochi che quando vi guarderanno con gli occhi buoni chiedendovi “Che cosa significa?” vi basterà sorridere con aria ispirata e dire “Ah, la poesia è come la musica, non si traduce, si ama.” Le possibilità di farla franca sono altissime.

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