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    <title>Il Foglio RSS</title>
    <link>https://www.ilfoglio.it</link>
    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:44:06 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
    <dc:date>2026-03-07T07:44:06Z</dc:date>
    <dc:language>it-it</dc:language>
    <item>
      <title>L’antidoto perfetto all’editoria didascalica</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/03/07/news/l-antidoto-perfetto-all-editoria-didascalica-8736124/</link>
      <description>&lt;p&gt;I limiti del mio pensiero sono i limiti del mio mondo: non avendo bambini, non ho opinioni specifiche sui libri per bambini, perciò non mi esprimo e cerco di tenermi alla larga da entrambi. &lt;strong&gt;Mi terrorizza l’implicito assunto didascalico, moralistico e dunque liberticida di molti libri per l’infanzia; &lt;/strong&gt;se scorro le classifiche dei più venduti nel settore, trovo titoli che vogliono insegnare i sentimenti, insegnare l’autostima, insegnare a sognare, insegnare i fatti della vita, insegnare gli eventi storici, insegnare i principii fisici, insegnare la legalità, insegnare (cito testualmente) i valori fondamentali. Non sorprende che, una volta cresciuti, gli ex bambini smettano di leggere, oppure che, quando continuano a farlo, pretendano che la lettura insegni loro a vivere, mandando quindi in classifica libri su come cucinare, come dimagrire, come amarsi, come votare, come curarsi, come vestirsi, come essere felici, addirittura come leggere.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Luminosa eccezione è un libro per bambini che funge anche da oggetto di collezionismo per adulti: &lt;strong&gt;Mangia che ti mangio di Iela Mari&lt;/strong&gt; (&lt;a href="https://www.babalibri.it/pubblicazioni/mangia-che-ti-mangio/"&gt;Babalibri, 32 pp., 11,5 euro&lt;/a&gt;). Pubblicato originariamente nel 1980 per la Emme Edizioni di Rosellina Archinto, è uno di quei libri senza inizio né fine che l’autrice aveva progettato col marito Enzo. Si tratta di una catena di animali la cui metà anteriore mangia la metà posteriore del successivo, fino a che l’ultimo non mangia il primo e il giro ricomincia; purtroppo, l’edizione Babalibri non ha, a differenza di quella originale, una rilegatura ad anelli che consenta di tenere il libro aperto in verticale disponendo le pagine in circolo per cogliere l’intero gioco a colpo d’occhio. &lt;strong&gt;Mangia che ti mangio è l’antidoto perfetto all’editoria didascalica per grandi e piccini; costituisce una lettura oltremodo rilassante per chi non ne può più della solfa sull’impatto ambientale, sulla pace, sulla suddivisione del mondo in buoni e cattivi.&lt;/strong&gt; Senza bisogno di nemmeno una parola, dice che è inutile porsi problemi etici perché è così e basta, tutti mangiano e vengono mangiati, tutti hanno ragione e torto, tutti vincono a un certo punto e perdono alla fine. E’ il libro per bambini perfetto per gli adulti di oggi.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:44:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-07T07:44:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Identità, radici e illusioni. Lucetta Scaraffia e una ricerca delle proprie origini</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/03/04/news/identita-radici-e-illusioni-lucetta-scaraffia-e-una-ricerca-delle-proprie-origini-8736110/</link>
      <description>&lt;p&gt;Cosa farebbe una storica cattolica se all’improvviso scoprisse di avere delle radici ebraiche che la propria famiglia, un paio di generazioni prima, aveva occultato, forse per timore, per cercare d... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Michele Silenzi</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-07T07:36:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Il tram imbizzarrito turba Milano. Lettera da Porta Venezia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/03/04/news/il-tram-imbizzarrito-turba-milano-lettera-da-porta-venezia-8736111/</link>
      <description>&lt;p&gt;Le immagini del tram 9 &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/tram/"&gt;che a una velocità impazzita deraglia rovinosamente a Porta Venezia&lt;/a&gt; hanno suscitato un percepibile turbamento a Milano. &lt;strong&gt;Perché il tram è una delle poche certezze dei milanesi. Il tram è fedele: sempre i suoi binari lo conducono al medesimo capolinea. &lt;/strong&gt;Il fruscio metallico delle ruote è il primo rumore della città al mattino, e l’ultimo la sera. In tram ti senti al sicuro dal traffico: anche in un incidente, difficile ci si faccia male. Così quando sali in tram puoi leggere, dormire, o guardare Milano. Il tram è rilassante. Nessuno mai ha avuto paura a salire su un tram. Dai finestrini guardi chi va in moto, in bici, in monopattino, e li compiangi: “Matti”. Tu, invece, al sicuro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quel 9 al galoppo come un cavallo imbizzarrito lungo i Bastioni, ci ha lasciato stupefatti. Mai si è visto un tram correre così. Quell’improvviso svoltare poi, e inclinarsi fin quasi a ribaltarsi, e lo schianto.&amp;nbsp;Assurdo, non sono cose da tram milanese. Peggio ancora, due passeggeri morti. &lt;strong&gt;Il come, ha dell’incredibile: sedevano tranquilli quando sono stati proiettati fuori dai finestrini, e addirittura sotto le ruote.&lt;/strong&gt; Una morte terribile quanto sbalorditiva. Erano lì, assorti nei loro pensieri, e di colpo come afferrati per i capelli e scaraventati sull’asfalto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sono cose che sconcertano. Si direbbe che quando è giunta la tua ora, ti vengono a prendere. Ovunque. Che sia il disegno di Dio, come io credo, o il fato, un cieco tessere fili di Parche, turba comunque la precisione con cui si viene prelevati: sul caro vecchio tram che prendi ogni giorno. &lt;strong&gt;Il che forse dovrebbe renderci meno distratti: non sappiamo il giorno, né l’ora, come ci è stato autorevolmente detto. Però, da un tram proprio questa non ce l’aspettavamo.&lt;/strong&gt; Sono buoni i tram, quelli vecchi soprattutto, col loro muso mite, e rassicura il loro clangore metallico, la sera, quando tornano al deposito: “Un altro giorno è andato”, dicono. Serenamente però lo dicono – come se il tempo non dovesse finire mai.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 04:37:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Marina Corradi</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-04T04:37:00Z</dc:date>
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      <title>E se "loro" fossero già qui? Lettera da un'inquietudine</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/28/news/e-se-loro-fossero-gia-qui-lettera-da-un-inquietudine-8699906/</link>
      <description>&lt;p&gt;Al momento in cui scrivo non so se davvero Trump &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/20/news/gli-alieni-di-trump-obama-e-il-circo-della-trasparenza-8684212/"&gt;abbia rivelato tutto ciò che sa sugli Ufo&lt;/a&gt;, come aveva annunciato venerdì 20 febbraio. Forse lo ha fatto, o forse l’abolizione dei suoi dazi lo ha mandato in bestia. Ciò che non capisco è la tempistica: ha appena invaso il Venezuela, la guerra in Ucraina continua, minaccia di attaccare l’Iran, e un giorno si sveglia e annuncia tutta la verità sugli alieni. Che sia per distrarre da Epstein? O è l’ultimo guizzo di un bipolare in costante fase maniacale?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Comunque un bel mattino, fatta colazione, il presidente degli Stati Uniti pensa sia giunta ora di fare chiarezza, su questi benedetti marziani. Come se non fossimo già dentro un casino globale. Non mi sentirei di escludere che esistano altre vite, nell’immensità dell’Universo. &lt;strong&gt;Ciò che non comprendo è quest’ansia di avvistarli, gli alieni. Se ci sono, e sono abbastanza evoluti da arrivare fin qui, è probabile che ci sterminino subito.&lt;/strong&gt; A meno che abbiano un’etica, diciamo così, umanista? L’iconografia cinematografica rende difficile crederlo: lucertoloni o subdoli cloni di cui non fidarsi, in ogni caso niente di buono. Insomma, anche i marziani ora, no. Non sembra proprio il momento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A meno che “loro” non siano già tra noi. Come dicevo a un mio collega anni fa, in una delle redazioni della mia vita professionale, un misterioso visitatore con gli occhi di ghiaccio. &lt;strong&gt;Aveva chiesto appuntamento al mio vicino di scrivania ed era salito, un uomo distinto e calmo, i capelli grigi e una valigetta. Io, ero proprio seduta accanto. “Rettiliani”, chiamava gli alieni lo sconosciuto, e giurava che sono già qui, del tutto simili a noi&lt;/strong&gt; –“come lei certo ben sa”, aggiungeva con un sorriso al mio collega. Quanto a me, mi ricordai che dovevo fare subito la spesa all’Esselunga – quel tipo aveva la faccia di uno che a contraddirlo tira fuori la pistola. A pranzo chiesi al mio collega cos’era, quella storia. Fu evasivo, cambiò subito discorso.&amp;nbsp;Anche lui, a ripensarci, come il visitatore aveva occhi freddi e chiari.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 10:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Marina Corradi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T10:36:00Z</dc:date>
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      <title>Filmare un libro è impossibile</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/28/news/filmare-un-libro-e-impossibile-8699904/</link>
      <description>&lt;p&gt;Le severe recensioni di “Cime tempestose” vanno distinte fra quelle concentrate sulla qualità cinematografica del film di Emerald Fennell, che non ci interessa, e quelle imperniate sulle discrepanz... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 10:34:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T10:34:00Z</dc:date>
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      <title>Lo status dei lavoratori culturali</title>
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      <description>&lt;p&gt;Crisi di legacy media, editoria e università; disintermediazione; difficoltà d’identificare la gerarchia dei poteri reali; echo chambers dei social… &lt;strong&gt;La rapida metamorfosi del regime comunic... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 07:34:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Matteo Marchesini</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T07:34:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Gli ebrei nell’Italia antica. Dalla diaspora all’età cristiana</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/25/news/gli-ebrei-nell-italia-antica-dalla-diaspora-all-eta-cristiana-8697900/</link>
      <description>&lt;p&gt;A seguito della conquista romana di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., i prigionieri di guerra furono deportati in occidente. Tra le terre che ne videro l’arrivo, l’Italia svolse un ruolo di fondamentale rilievo, dal momento che la presenza ebraica è documentata non solo in Sicilia, in Puglia, in Campania e, ovviamente, a Roma ma anche nell’intero territorio della Penisola, fino a Mediolanum e alla più lontana Aquileia. Tale presenza non ha mancato di influenzare la complessiva storia italica nel corso della quale, ai periodi caratterizzati da una convivenza sostanzialmente pacifica, si sono alternate fasi connotate da decise azioni discriminatorie. Si è dunque trattato – sostiene in questo suo saggio lo storico Giancarlo Lacerenza – di una relazione costante. Va osservato al riguardo come, durante l’età imperiale, la sparuta comunità israelita sia riuscita a inserirsi meglio di altre nella trama sociale ed economica della capitale. Fu quella l’epoca in cui vi fu inoltre una significativa diffusione dei culti giudaici in vari strati della popolazione romana. Al passaggio tra l’èra pagana e quella cristiana, insomma, gli ebrei sembrarono aver avuto la meglio su tutte le altre minoranze etniche, religiose e culturali tanto da essere i soli a resistere all’assimilazione riuscendo così a traghettare la propria identità oltre i confini del mondo antico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Certo, è indubbio come la cristianizzazione dell’Impero abbia portato con sé la marginalizzazione degli israeliti: un fenomeno che provocò un notevole ridimensionamento degli spazi e dell’autonomia di cui essi godevano nell’ambito civile, economico e religioso. Le comunità giudaiche si trovarono pertanto a vivere in un clima di profonda incertezza, acuito poi dalle invasioni barbariche e dalle minacciose pressioni alle quali furono esposte per opera di alcuni vescovi e poteri locali, che ne sollecitavano la conversione o, almeno, l’abbandono delle loro pratiche cultuali. Il progressivo deterioramento della propria posizione sociale e giuridica non avrebbe però impedito il verificarsi di un deciso incremento numerico delle popolazioni ebraiche: è quanto viene attestato sia dalle fonti storico-letterarie sia dalla documentazione archeologico-epigrafica, che Lacerenza esamina regione per regione con grande acume e meticolosità. Emerge, dall’analisi dello studioso, come gli israeliti d’Italia siano rimasti sul territorio acquisendo una nuova fisionomia che fu arricchita, tra l’altro, dal recupero liturgico, giuridico e letterario dell’ebraico: avvenuta nel corso del IX secolo, questa riscoperta avrebbe consentito loro di conoscere meglio tanto il proprio patrimonio spirituale quanto la propria storia.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:33:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Enrico Paventi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T04:33:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Lunario dei giorni insonni</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/25/news/lunario-dei-giorni-insonni-8697895/</link>
      <description>&lt;p&gt;Ci sono più cose in cielo e in terra. E nella notte. Dove il chiarore bluastro della luna trasfigura le sagome delle nostre fragilità. Le stelle vegliano sulle epifanie dei sogni, mentre le cose audaci del mondo sgattaiolano tra gli interstizi dell’ovvietà distratta del giorno, per rivelare i loro misteri.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;“Quanta vita si perde a usare la notte per dormire”, molti non lo sanno. Iris sì. Creatura liminale, custode di soglie, che della notte ha fatto il nascondiglio della propria infelicità. Cinquant’anni, un matrimonio finito, vive con l’amico bioarchitetto Jacopo in un residence siciliano, vicino al mare, e insegna letteratura a manager in cerca di citazioni da sfoggiare al momento giusto. Ha molte manie. Disegna mappe e compila inventari per tenere a bada il caos di una vita dalla quale ha deciso di non voler essere più toccata. Per lei gli altri sono l’inferno, e sogna di vivere isolata ad Alert, in Canada, l’insediamento umano più a nord del pianeta, dove riposano ibernati tutti i desideri che non ha realizzato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Insonne per scelta, nelle camminate notturne Iris scopre di appartenere a una stirpe invisibile: inquilini erranti di vite sospese, che “vegliano per avventura, per amore, per paura”, che hanno smesso di dormire per non ascoltare i sogni, perché dicono il vero.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si soffre di solitudine, ma anche di moltitudine, perché c’è troppo rumore nel mondo. E’ per questo che il vuoto temuto da molti diventa, per altri, pienezza di rivelazioni. Ma anche quando la respingi, la vita trova il modo di insinuarsi. Insiste, come un ronzio nell’orecchio che non lascia tregua o una macchia che non va più via: chiede spazio, costringe a sentire, a lasciarsi attraversare. Anche dalla mancanza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Durante una passeggiata Iris incontra Aida, un’anziana vicina che ha dimenticato molte cose, fra cui il motivo di un dolore che le è rimasto accanto. E’ attraverso quella ferita che nella sua corazza si apre una crepa, da cui torna ad affacciarsi il mondo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nei “giorni usciti dal tempo” di un’estate senza fine, &lt;a href="https://www.amazon.it/Lunario-giorni-insonni-Elvira-Seminara/dp/8806269690"&gt;&lt;i&gt;Lunario dei giorni insonni&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; di Elvira Seminara racconta di anime interrotte che trascinano ricordi e lasciano negli oggetti istantanee delle loro presenze. Una storia di ciò che muore e di ciò che resta in vita, che si ingolfa, ci spaventa, ma continua a premere. A ricordarci che è proprio fra le nostre piccole miserie che si annida la felicità. Che spaventa perché finisce. Ma ci accende. In fondo anche le stelle, morte mille anni fa, continuano a brillare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:29:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Mariangela Cofone</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T04:29:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Il fantasma di Lumholtz </title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/25/news/il-fantasma-di-lumholtz--8697896/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Finché su questa Terra ci saranno plaghe inesplorate, il dottor Lumholtz non si concederà riposo, ma sulla meta della prossima grande spedizione il dottor Lumholtz resta muto come una sfinge”. Come tutti i geni anche i sedicenti tali, i pazzi anche non diagnosticati, i narcisisti più o meno patologici (ora di ahimè stringente anche se tardiva e impotente attualità), &lt;strong&gt;l’antropologo ed esploratore norvegese Carl Lumholtz ambisce alla mitografia ma ha le sue giustificazioni perché la storia lo ha eternato come un incrocio tra un esploratore famoso in tutto il mondo e un eroe in patria, &lt;/strong&gt;protagonista di una vita da romanzo d’avventura sospesa tra i continenti: quattro anni in Australia, quasi due decenni tra Stati Uniti e Messico, due esplorazioni nel Borneo. Ha sessantuno anni ed è al cospetto del corrispondente londinese dell’Aftenposten, in uno di quei circoli per gentiluomini che ha l’abitudine di frequentare, il Royal Society Club di Piccadilly, bazzicato peraltro anche da Nansen e Amundsen. A caccia di soldi per le sue spedizioni “cerca di impressionare il giornalista, e a giudicare dal tono ci riesce” scrive lo scrittore connazionale, &lt;strong&gt;Morten A. Strøksnes&lt;/strong&gt;, che gli dedica una ponderosa biografia in romanzo e reportage di viaggio scritta come un riconoscimento all’ingegno e all’intraprendenza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma partiamo da quando ha inizio questa prodigiosa carriera sospesa tra gli aborigeni del Queensland, i rarámuri e i wixárika del Messico, i dayak del Borneo: Lumholtz ha trent’anni e conduce una vita senza prospettive a Lillehammer dopo la laurea in Teologia nel 1876 all’Università di Christiania. &lt;strong&gt;Ma la sua dote di cacciatore e tassidermista lo conduce, su committenza dell’Università di Oslo, in Australia nel 1880, con l’intento di catturare e mandare in Norvegia quanta più fauna imbalsamata possibile.&lt;/strong&gt; Siamo nell’epoca in cui stanno nascendo musei naturalistici un po’ ovunque e lui si fa ingaggiare nell’impresa. Ne &lt;a href="https://www.amazon.it/fantasma-Lumholtz-Intorno-esploratore-dimenticato/dp/B0FK127YXP"&gt;&lt;i&gt;Il fantasma di Lumholtz&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, Strøksnes lo segue nei viaggi e negli incontri come quello proficuo con il controverso scopritore di Troia Heinrich Schliemann. Lumholtz si scopre etnografo, curioso di “cinefotografia” e pioniere della cosiddetta “osservazione partecipante” e, nonostante il retaggio eurocentrico (come scrive Strøksnes “è figlio del suo tempo. Descrive gli aborigeni come avidi, ingrati, ostili, imbroglioni, bugiardi, pigri, impulsivi e potenziali assassini. Però poi, via via che li conosce, ritratta”) e una campagna in Messico che sembra “militare”, ci ha consegnato testi preziosi sulle esperienze tra le popolazioni native.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Morten A. Strøksnes&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il fantasma di Lumholtz &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Iperborea, 768 pp., 23 euro&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:25:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Roberto Carvelli</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T04:25:00Z</dc:date>
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      <title>Stazioni</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/25/news/stazioni-8697897/</link>
      <description>&lt;p&gt;Seamus Heaney è un poeta Premio Nobel (lo ha vinto nel 1995) la cui opera ha la forza primigenia del verso – cioè non è mai didascalica ma sempre trasfigura – anche quando è in prosa. Come per esempio in &lt;a href="https://molesinieditore.it/categoria-prodotto/autori/heaney-seamus/"&gt;Stazioni&lt;/a&gt;, pubblicato dall’editore &lt;strong&gt;Molesini&lt;/strong&gt; con la traduzione e la curatela di Leonardo Guzzo, Giorgia Meriggi e Marco Sonzogni. Lì si intrecciano tutte le urgenze del poeta, senza bisogno di spiegazione: ciò che non appare per l’evidenza del rapporto significante-significato lo è massimamente per analogia o per allusione. “Effatà, esortarono” e i suoi “effatà” (gli “sputi terapeutici” descritti nella parabola evangelica del sordomuto) hanno la forma di ricordi di luoghi, di fatiche quotidiane, di paesaggi e di rituali, di frammenti di Storia. Sono molte le soglie attraversate senza tema di non essere esplicito a sufficienza, perché la forza vocazionale sta nel nominare, appunto, ciò che è ed è stato: Effatà.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nelle sue prose vive l’Irlanda, la terra che gli ha dato i natali e che è come un &lt;strong&gt;Uno platonico&lt;/strong&gt;: ciò che lì si compie – dall’installazione di un pozzo alla “scuola segreta” (che si teneva nonostante il divieto di Cromwell ai cattolici d’istruire le proprie genti), dai nidi di rondine o di ratto da “ascoltare” al gioco dell’hurling (l’hockey irlandese) – è bastevole a dire l’universo. Nulla è però evocato con compiacimento: anche laddove il ricordo trascolora e potrebbe addolcirsi o l’immagine paesaggistica offrirebbe l’occasione di un orizzonte d’amenità, traspare l’indole militante di chi coglie il vero pure nei suoi aspetti sgraziati, cioè reali, e lo dice. “Nella cucina scaldata dalla stufa, germogliavano i nomi dei vicini srotolandosi sopra le lingue. Un sottobosco di malignità ammantava i duri sassi “della calunnia e della maldicenza””: chi non (ri)conosce i tratti dell’umana condotta?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;C’è un noi che soggiace: “Chiamatelo rituale. Noi lo chiamavamo torneo” ed è noi universale così come il noi di una comunità identitaria, che per chi legge richiama la propria, qualunque essa sia. “Chiamatelo rituale. E’ difficile chiamarlo pogrom”: eppure vivere si mostra in tutti i suoi affanni, quand’anche in gioco c’è solo una partita di hurling. Sono riti di passaggio, gesti di responsabilità che risuonano all’ascolto vivido del poeta. “Imperterriti, davamo il calcio d’inizio, sfidavamo l’abisso del pericolo incontro dopo incontro […] Vivevamo lì anche noi. Fissavamo i rami imbandierati e ci imprimevamo la scena. IN SPREGIO ALLE PRIGIONI, AL FERRO E AL FUOCO [il primo verso dell’inno sacro Faith of Our Fathers di F.W. Faber]. Implacabili”. Come lui, come Heaney. Implacabile.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Seamus Heaney&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Stazioni&lt;/strong&gt;&lt;br&gt; Molesini Editore Venezia, 770 pp., 15 euro&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 03:23:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Valentina Berengo</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T03:23:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Come l'arte contemporanea riesce ancora a turbarci</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/come-l-arte-contemporanea-riesce-ancora-a-turbarci-8672706/</link>
      <description>&lt;p&gt;Capita, visitando una mostra o ascoltando musica di arte contemporanea di provare un senso di smarrimento, perché quelle creazioni riescono ancora a turbarci, a comunicare qualcosa che non era stat... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 21 Feb 2026 10:39:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-21T10:39:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La purezza delle cose che ti inquieta</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/21/news/la-purezza-delle-cose-che-ti-inquieta-8672700/</link>
      <description>&lt;p&gt;Per tutta la domenica ha piovuto da un cielo così plumbeo, come se il sole non dovesse tornare mai. Per tutta la notte poi la pioggia sulle colline del Monferrato ha scrosciato contro le imposte chiuse – come non dovesse finire mai. Mi ha svegliato, prima dell’alba, il silenzio. Nel cielo limpido un vapore azzurrino si leva dal fondo valle, offuscando i borghi e le vigne nude. Ma a Ovest emerge dalla nebbia la sagoma puntuta del Monviso, rosea nei primi raggi del sole. Dentro a quel vapore, sembra irreale: è il castello del re in un libro per bambini. Resto zitta, a guardare. Verso nord ovest ora si disegna, netta, la catena delle Alpi, candida della neve della notte. Il Rosa, imponente. Non avevo mai visto le montagne tanto vicine come in questa mattina, dopo una tempesta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Scalda adesso il sole, in una luce nuova. Ricognizione in giardino: la forsizia ha già le gemme pronte a esplodere di oro. Sulle rose, germogli. Nel prato margherite e, rare, le prime viole. I nidi sugli alberi sono vuoti, ma un grande stormo passa, torna indietro, ritorna ancora: è già ora o no, sembrano chiedersi i rondoni. Da una siepe schizza una lepre e scompare. Sulla terra di zolle nuda, qui e là si affaccia una tenera erba chiara.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma quel silenzio, all’alba, e il Monviso come una apparizione. Dalla stalla poco lontana il muggito delle mucche, dal paese il tocco della prima campana. A 120 chilometri da Milano, un altro pianeta. Sul sentiero fradicio, orme di cinghiali. E l’aria? Che odore ha l’aria, di erba e terra, e acqua buona.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Perché non vivere qui? Wifi, streaming, si potrebbe in fondo. Si potrebbe: alle quattro però qualcosa ti costringe a caricare l’auto e a partire. E’ la purezza delle cose che ti inquieta, materia cui non sei più abituata. E il silenzio, soprattutto il silenzio: che intimorisce e spaventa. Corri un po’ troppo, verso Milano, ora. Come in un bisogno, come se in realtà fossi &lt;i&gt;addict&lt;/i&gt; al diesel nell’aria, e al rumore – che protegge da quell’insostenibile silenzio.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 21 Feb 2026 10:30:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Marina Corradi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-21T10:30:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Rileggere l’Europa</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/rileggere-l-europa-8672701/</link>
      <description>&lt;p&gt;Da ormai mezzo secolo Rémi Brague indaga la storia antica dell’Europa, per rintracciare le sorgenti culturali del nostro continente (Brague preferisce la nozione di “sorgente”, che considera più dinamica di quella di “radici”), e per offrire all’oggi qualche indicazione perché la tradizione che ha fatto grande l’Europa non si perda. Il libro che esce ora per le edizioni Ares raccoglie un dialogo tra Brague e alcuni studiosi della Associazione Patres e due brevi testi inediti in Italia, e offre l’occasione di una prima introduzione a un pensiero sempre profondo e insieme lieve.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Brague comincia infatti sorridendo di sé e del proprio lavoro. Quando gli chiedono se si consideri più uno storico o un filosofo minimizza: sono semplicemente “un perditempo, se volete un ‘amatore’”; forse “un filosofo che di tanto in tanto legge libri di storia”, però “di filosofi se ne trovano forse due o tre per secolo e non ho l’impressione di essere tra loro”… Poi lancia l’affondo: “Cristo è forse l’unico avvenimento che abbia mai avuto luogo. Ciò che noi nella nostra storia chiamiamo avvenimento è in definitiva una nuova sistemazione di elementi preesistenti. Con un’eccezione: quella di Colui che è venuto da un altrove radicale. Potremmo dire che questo è l’unico avvenimento che abbia mai avuto luogo: tutti gli altri sono solo dei quasi-avvenimenti, che in realtà erano già lì e noi non li avevamo notati”. E l’avvenimento di Cristo ha due conseguenze radicali. La prima: non porta una cultura, cioè un insieme strutturato di norme che regolano la vita, ma apre uno spazio che si è riempito “con quello che già era ‘sul mercato’: nella legge, con il diritto romano; nella politica, con le istituzioni imperiali; nella cultura, con la filosofia e la scienza greche. Così il cristianesimo ha potuto accogliere l’eredità antica”. La seconda, profondamente connessa alla prima: a questo insieme di elementi ereditati da “altrove” (una caratteristica esclusiva dell’Europa, l’apertura all’“altro”) il cristianesimo offre la chiave di volta: “La religione, come la intende il cristianesimo, non interviene a livello della cultura proponendo norme specifiche. Si accontenta di dire che è buono che l’umano esista”. Se perde la sua sorgente cristiana, la civiltà europea smarrisce l’unico fondamento che le permette di “dire che è buono che esistano esseri umani sulla Terra”. Tutti i mali di oggi derivano da qui. La ricchezza di spunti che da questa sorgente zampillano – e che il testo propone – è affidata al lettore curioso.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Roberto Persico</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:36:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Nirvana</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/nirvana-8672705/</link>
      <description>&lt;p&gt;Hugo vive ad Amsterdam. Medita. Non dipinge più. Da quando la sua compagna lo ha lasciato vive un profondo smarrimento, galleggiando in un presente svuotato, scandito da gesti ripetuti, vacui, che hanno perso ogni tipo di senso. E’ un pittore di successo, almeno sulla carta: mostre, cataloghi, una reputazione che continua a circolare anche ora che il suo mondo si è spezzato. Nato in una facoltosa famiglia di petrolieri conservatori e antiambientalisti non si è fatto mai troppe domande sull’origine della fortuna su cui poggia le basi la sua intera esistenza. Il denaro è sempre stato lì, come un dato naturale, un fondale stabile che non richiede spiegazioni. &lt;i&gt;Nirvana&lt;/i&gt;, l’ultimo romanzo dello scrittore olandese Tommy Wieringa, parte esattamente da qui. Al centro della storia c’è Willem, il nonno centenario di Hugo: ingegnere civile, innovatore tecnologico, che ha costruito il proprio nome nome e il proprio patrimonio in maniera controversa e ambigua. Ha alle spalle un passato oscuro in Venezuela, un processo per coinvolgimento con i nazisti, una tardiva adesione alla Resistenza e una versione dei fatti che la famiglia ha sempre preferito considerare definitiva. L’innesco narrativo scatta quando Hugo incontra uno scrittore, che di nome fa curiosamente Tommy Wieringa, impegnato a scrivere un libro proprio su Willem. Alla base del suo lavoro sembrano esistere dei diari che il nonno di Hugo ha tenuto per anni. Quaderni manoscritti, appunti regolari, cronache di guerra e di lavoro, annotazioni su spostamenti, incontri, decisioni. Di quei diari si è a lungo persa traccia anche se in realtà sono stati custoditi gelosamente da Beth, ex governante della famiglia e figura centrale nella vita di Hugo, nonché madre affidataria dello stesso Wieringa. E’ attraverso di lei che il materiale riemerge e diventa accessibile, mettendo in discussione la versione ufficiale della storia familiare e aprendo il vero fronte narrativo del romanzo. Tra scoperte e colpi di scena, citazioni del futurismo e della filosofia zen, Wieringa firma così un romanzo ambizioso e stratificato che utilizzando una complessa vicenda familiare si interroga su alcune grandi contraddizioni del nostro presente estremista e populista. Al centro della scena troviamo infatti temi importanti come l’analisi del rapporto tra progresso e distruzione, la rimozione della colpa storica e l’eredità morale trasmessa assieme alla ricchezza. Il risultato è sorprendente e la prosa, pur risultando a tratti spigolosa, conferma Wieringa come una delle voci più acute e lucide in circolazione.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Andrea Frateff-Gianni</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:36:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Di ombre, vita e ripiegamenti interiori</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/di-ombre-vita-e-ripiegamenti-interiori-8672702/</link>
      <description>&lt;p&gt;Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, dice il Salmista, perciò il &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/premio-strega/"&gt;Premio Strega&lt;/a&gt; ha deciso di celebrare l’ottantesima edizione con la traslazione della finale in Campidoglio e il motto “Quasi una vita”, che riprende il titolo del “giornale di uno scrittore” con cui Corrado Alvaro vinse nel 1951 per Bompiani. Il termine “vita” ricorre con costanza fra i vincitori dell’ultimo mezzo secolo – &lt;i&gt;La miglior vita&lt;/i&gt; di Fulvio Tomizza (Rizzoli, 1977), &lt;i&gt;La vita ingenua &lt;/i&gt;di Vittorio Gorresio (Rizzoli, 1980), &lt;i&gt;Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle&lt;/i&gt;, gentiluomo di Alessandro Barbero (Mondadori, 1996), &lt;i&gt;Vita &lt;/i&gt;tout court di Melania G. Mazzucco (Rizzoli, 2003), &lt;i&gt;Due vite &lt;/i&gt;di Emanuele Trevi (Neri Pozza, 2021) – &lt;strong&gt;e, in generale, abbonda nei titoli dei candidati al premio più famoso d’Italia, ciò che denota forse una tendenza vitalista nella nostra letteratura contemporanea.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Bastian contrario, ho provato a effettuare una ricerca speculare, scoprendo come proprio &lt;strong&gt;da mezzo secolo non vincano più i titoli tanatologici: l’ultimo è stato Guglielmo Petroni con &lt;i&gt;La morte del fiume&lt;/i&gt; (Mondadori, 1974),&lt;/strong&gt; unico precedente &lt;i&gt;Ferito a morte&lt;/i&gt;, il capolavoro di Raffaele La Capria (Bompiani, 1961). Se non volete vincere lo Strega, mettete “morte” nel titolo. Eppure il premio era nato sotto il segno del teschio, stante che la prima edizione era stata vinta da &lt;i&gt;Tempo di uccidere&lt;/i&gt; di Ennio Flaiano (Longanesi, 1947), ed è stato caratterizzato da una lunga predilezione per le tenebre: fra il 1964 e il 1999 vinsero &lt;i&gt;L’ombra delle colline&lt;/i&gt; di Giovanni Arpino (Mondadori), &lt;i&gt;Una spirale di nebbia&lt;/i&gt; di Michele Prisco (Rizzoli), &lt;i&gt;Paese d’ombre&lt;/i&gt; di Giuseppe Dessì (Mondadori), &lt;i&gt;Le menzogne della notte&lt;/i&gt; di Gesualdo Bufalino (Bompiani), &lt;i&gt;La grande sera&lt;/i&gt; di Giuseppe Pontiggia (Mondadori), &lt;i&gt;Nottetempo, casa per cas&lt;/i&gt;a di Vincenzo Consolo (Mondadori), &lt;i&gt;Passaggio in ombra&lt;/i&gt; di Mariateresa Di Lascia (Feltrinelli) e &lt;i&gt;Buio&lt;/i&gt; di Dacia Maraini (Rizzoli). &lt;strong&gt;Col nuovo secolo, l’aspetto lutulento e oscuro della titolazione sembra caduto in disuso, facendo strada a un lessico più ripiegato sulla cupezza sentimentale: dolore, caos, solitudine, desiderio, ferocia, spatriamento.&lt;/strong&gt; La vita dei nostri scrittori è diventata soprattutto interiore.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:24:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:24:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Altrimondi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/altrimondi-8672704/</link>
      <description>&lt;p&gt;Oswald Spengler ne &lt;i&gt;Il tramonto dell’occidente&lt;/i&gt; spiega come la storia avanzi attraverso una serie di cicli che nel loro procedere chiuso delineano la storia intera dell’umanità, dalla grandezza dell’antichità fino alla decadenza del mondo moderno. Il libro di Federico Campagna (pubblicato nella già classica nuova collana Maverick di Einaudi, una serie di testi che si presentano a pieno titolo come strumenti per la navigazione nelle acque del contemporaneo) costruisce invece un percorso opposto fatto di una sorprendente unità, che dalla nascita dell’umanità giunge fino a oggi, basata sulle migrazioni nel Mediterraneo che da ogni tempo regolano non solo gli spostamenti fisici, ma anche la costruzione dell’immaginario, una millenaria storia di speculazioni e racconti che testimoniano la necessità, propria della nostra specie, di trovare una spiegazione a ciò che accade. Ma per spiegarsi ciò che sembra non tornare gli uomini dell’Egitto e della Mesopotamia, dell’antica Grecia e dei culti cristiani più o meno ortodossi, i mistici sufi e i protagonisti delle Crociate hanno dovuto forzare i confini della loro mente costruendo delle storie che creassero un nuovo luogo di residenza, un &lt;i&gt;mundus imaginalis&lt;/i&gt;, per dirla con uno dei personaggi di questo libro, Henry Corbin, in grado di soccorrerli nell’apocalisse che stavano vivendo. Questi popoli del Mediterraneo davanti alla distruzione incipiente o già avvenuta hanno scelto di spostarsi fisicamente o con la mente e il libro di Campagna insegue proprio le tracce di questo viaggio millenario attraverso gli “eroi dell’immaginazione mediterranea”, “gli esiliati, i migranti e i disertori che hanno scavato delle vie d’uscita dalle società del loro tempo” e, soprattutto, attraverso un racconto che fa propria la natura ancestrale della narrazione come forma di conoscenza con un narratore-Virgilio che ci guida tra i meandri di questo percorso (indimenticabile la parte in cui la poetessa Cristina Campo lo accompagna tra mistici, studiosi di religione e perennialisti). &lt;i&gt;Altrimondi&lt;/i&gt; non è solo un saggio capace di svelare le forme dell’immaginazione mediterranea di ogni tempo, ma è anche la bussola più straordinaria per muoversi nel mondo complesso che ogni giorno ci troviamo ad affrontare, un testo imprescindibile per chi ancora, e con coraggio, prova ad accostarsi alle domande che interrogano da sempre l’umanità (chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo) e al disorientamento “che tocca in sorte a ogni essere umano che cerchi di orientarsi tra le catastrofi della vita”. E quando, alla fine di questo viaggio che ha attraversato i millenni, ritroviamo la mente bambina che ci aveva accolto all’alba di questo cammino, capiamo che non esiste una fine o un inizio e ci lasciamo andare, per un istante, alla commozione.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:15:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Matteo Moca</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:15:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Le belve</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/le-belve-8672695/</link>
      <description>&lt;p&gt;Miren ha gli occhi “di una sfumatura di blu che ricordava le acque plumbee del mar Cantabrico”. Come molte adolescenti è una ragazza timida, ma soprattutto, quando inizia a frequentare certi ragazzi – e andarci a letto malvolentieri – è una ragazza piena d’ansia per il mestiere di suo padre. Perché suo padre fa il poliziotto, e questa nuova compagnia è immischiata nell’Eta, il gruppo terroristico basco. “Se suo padre l’avesse vista aiutare dei rossi a bruciare la loro propaganda separatista, avrebbe preso tante vergate da ricordarsele tutta la vita”. Lei mente, dice che suo padre non è un txakurra, uno sbirro, anche se in realtà non solo è coinvolto nella repressione anti-terroristi, ma è anche un franchista nostalgico che “aveva fatto il saluto romano davanti al catafalco gridando ‘ai suoi ordini, Generalissimo!”. E, a quello che diceva la nonna, l’uomo potrebbe addirittura non essere suo padre, aggiungendo traumi alla sua esistenza. Miren, suo malgrado, per via di quelle pulsioni adolescenziali dove si mescolano naïveté, amore e curiosità, inizia a sfiorare l’esistenza di un'altra donna di cui si parla sui giornali, in quegli anni Ottanta di attentati brutali, desideri separatisti e violenze delle forze dell’ordine. Una donna che ha sacrificato la sua vita “per l’indipendenza di Euskal Herria”: Idoia López Riaño, soprannominata la Tigresa per la sua carica sessuale, e responsabile per la morte di decine di persone. “Se volevo farmi rispettare, dovevo essere la più dura, una patriota feroce”, dice. In un mondo, quello della lotta armata, dominato dai maschi, la donna si rifiuta di mettersi lenti a contatto colorate per nascondersi, usando “il potere ipnotico dei suoi occhi azzurri”, e si veste in modo provocante, con “abiti aderenti, pantacollant, minigonne” e l’immancabile giubbotto di pelle. “Non c’era verso che passasse inosservata tra le strade di Bayonne, uomini, donne e bambini, la guardavano tutti, mentre la prima regola del bravo terrorista è non attirare l’attenzione”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La scrittrice Clara Usón, ex avvocato, ricostruisce in questo libro ben documentato – &lt;i&gt;Le belve&lt;/i&gt;, tradotto da S. Sichel – un pezzo del conflitto tra stato spagnolo e indipendentisti baschi tirando fuori tutti i grossi dilemmi politico-filosofici di questi iberici “anni di piombo”. I segreti di famiglia, le dinamiche della pubertà, del conflitto genitori-figli e la violenza ideologica, i dogmi che ci vengono insegnai nella culla, che scopriamo poter esser così diversi da quelli insegnati a qualcun altro, aiutano a capire meglio queste generazioni così immischiate nella Storia. Idoia López Riaño è esistita davvero, altri protagonisti del libro no. Non è facile scrivere libri dove vero e falso si incastrano così bene da dimenticarsi il confine tra ciò che è inventato e ciò che è – tragicamente – davvero accaduto.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:13:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giulio Silvano</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:13:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Tre nomi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/18/news/tre-nomi-8672697/</link>
      <description>&lt;p&gt;I primi due accadimenti della vita di ogni essere umano sono dati e non scelti. Il primo è proprio l’essere messi al mondo e il secondo è il nome che ciascuno porta. Dare un nome alle cose le fa esistere e, per quanto riguarda le persone, dà loro un imprinting. Magari non voluto, magari lontano da quello che sarà il carattere della persona. Nomi che seguono tradizioni famigliari (eredità più o meno importanti da portare o sopportare), nomi che suggeriscono caratteristiche di temperamento, nomi che – poi si scoprirà – poco si abbinano alla faccia della persona. Insomma, un nome non è mai soltanto un nome. E’ da questa intuizione semplice ma allo stesso tempo fondante che prende avvio &lt;i&gt;Tre nomi&lt;/i&gt;, romanzo d’esordio di Florence Knapp. Il destino del figlio appena nato di Cora è scritto nei tre nomi possibili che la donna potrebbe dargli. Gordon, il nome che vorrebbe imporle il marito e che portano tutti i maschi della famiglia paterna; Julian, nome che Cora ama per il suo significato – Padre del cielo – oppure Bear, il nome che sceglierebbe la piccola Maia, sorella maggiore del nascituro. Cora e Maia vanno insieme all’anagrafe per registrare il nome del bambino e da qui la storia si tripartisce, seguendo la vita del nuovo arrivato per i successivi trentacinque anni – con ogni sezione ambientata a distanza di sette anni – a seconda del nome che gli è stato affidato. Cora rimane il punto fisso della storia ma anch’essa plasma e declina le proprie caratteristiche a seconda di quella che sarà l’identità del figlio. Un bambino e poi ragazzo che in un caso cresce senza un padre – allontanato da casa per le sue violenze –, in un altro ne è oggetto e in un altro ancora le respira poiché perpetrate ai danni della madre. Basterebbe anche solo questo (il tema della violenza domestica viene intrecciato in modo sapiente e delicato insieme), per far intravvedere come alcune scelte, apparentemente insignificanti, cambiano in modo indelebile la vita delle persone. Se Cora, infatti, non avesse chiamato il bambino Bear, il marito non avrebbe visto la cosa come un affronto insostenibile e non avrebbe picchiato la donna con tale violenza da portarla a denunciarlo e quindi ad allontanarlo per sempre dalla famiglia. Nominare implica quindi dare anche una dignità di esistenza, creare una cesura e un distinguo. Bear/Gordon/Julian non è la stessa persona perché il suo nome ha determinato degli accadimenti, ha indirizzato delle future possibilità. Tre nomi racconta quindi anche del valore delle decisioni, di come alcune scelte possano spostare per sempre degli equilibri. Di come, a volte, nell’inizio ci sia dentro già tutto.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:12:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Gaia Montanaro</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:12:00Z</dc:date>
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      <title>Il potere che avrebbe ancora la letteratura</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/11/news/il-potere-che-avrebbe-ancora-la-letteratura-8642451/</link>
      <description>&lt;p&gt;Durante gli scontri di Valle Giulia Pier Paolo Pasolini stava coi poliziotti anziché coi manifestanti perché aveva una visione della Storia. Se scrivi e non hai una visione della Storia ti resta la Visione del mondo. Se non hai una Visione del mondo ti resta l’autobiografia. Se sei uno scrivente di questi anni ti crogioli nell’autobiografia sub specie piagnistei, e ti ritrovi a scrivere romanzoidi sul reflusso gastrico come visione di te stesso. Insomma, benvenuto a piano terra.&amp;nbsp;Lo sosteneva qualche giorno fa Guia Soncini su Linkiesta a proposito di &lt;strong&gt;Yasmina Reza&lt;/strong&gt;: un grande scrittore è uno che quando scrive io tu non pensi mai stia parlando di sé, e sono ormai in pochi, del resto mica tutti hanno la forza di generare uno Zuckerman, una Elizabeth Costello o di plasmare un io aldobusiano, bestia felice, lucente e proteiforme che ha sempre fatto letteratura a sé (e non di sé, ma pazienza, lana caprina, ormai stiamo parlando a quattro gatti). Crollata pertanto l’idea che la letteratura sia, implicitamente, lavoro sul punto di vista, ci resta una cameretta con vista su un punto: l’ombelico. Ma come ci si può posizionare in un ombelico per cavarne qualcosa? Istruzioni logistico-prossemiche per l’uso. Posizione 1) Sdraiati come su un’amaca, in posizione dolcemente arcuata: vi vedrete benissimo i piedi, quindi se non avete un alluce valgo cominciate a inventarvene uno. Posizione 2) Rannicchiati come un feto: avrete in bocca le ginocchia, e le ginocchia vi consegneranno, in una folata straziante, i traumi dell’infanzia in bicicletta, quando cadendo ve le sbucciavate. Posizione 3) Faccia in giù, come il morto in acqua: trattenete il fiato fino all’asfissia e l’angoscia vi porterà traumi periferici rimasti nell’ombra ma pronti a riemergere. L’aletta del romanzoide parlerà di “passato che ritorna coi suoi fantasmi”, siamo a cavallo. Sì, perché troverete di certo un editore. Quanto ai lettori, difficile dire, ma il trauma vi garantirà almeno un giro nel traumodromo, e guai a Dio ad averne uno dagli effetti risibili. Il trauma può anche essere un’inezia, ma le conseguenze devono essere di portata devastante. Preparatevi, dunque, per l’agone: sfigurate il quartiere residenziale in cui siete cresciuti e fatene una favela tutta eternit e monnezza (occhio al possibile risvolto civile), estraete dal berretto con visiera della vostra giovinezza il coniglio spappolato di un trainspotting, e del presente fate dolorismo e dolorismo, buttatevi ventre a terra, sbraitate, pestate i piedi. O lamento o muerte!&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Meglio muerte. Anzi, meglio Joe Dunthorne, che con “Il dentifricio radioattivo” (Einaudi) dimostra il potere che avrebbe ancora la letteratura, a patto di farla: un memoir verofalso straripante, pieno di dramma, di allegria, di pathos e di gioia di scrivere – quel che ne deriva è un gioiosissimo piacere di leggere. La storia in breve: quando lo scrittore si sposa, la madre gli regala un anello che, dice, “è scampato ai nazisti” nel 1935. Scatta l’indagine. Cosa ne verrà? Una storia di famiglia che rivela quanto ogni narrazione sia una costruzione: duemila pagine di memorie del bisnonno, inventore di un dentifricio radioattivo grazie al quale otterrà un posto in un importante laboratorio berlinese, getteranno una luce piuttosto sinistra. Niente eroismo e niente melodramma. Molte dentiere e senso dell’umorismo. Una storia tra Germania, Stati Uniti, Scozia e Turchia. Miti da sfatare, a profusione.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Feb 2026 08:08:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Marco Archetti</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-14T08:08:00Z</dc:date>
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      <title>E i libri a Milano, dov’erano?</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/02/14/news/e-i-libri-a-milano-dov-erano--8642433/</link>
      <description>&lt;p&gt;Un po’ troppo italiana e un po’ troppo poco milanese, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/milano-cortina%202026/"&gt;la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali&lt;/a&gt; ha trascurato senza nemmeno accorgersene un aspetto chiave della vita culturale della principale città ospitante:&lt;strong&gt; il fatto cioè che Milano, sin da prima della nascita dei gemelli-rivali Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, sia mecca ed epicentro della nostra editoria&lt;/strong&gt;. Un inchino a questa tradizione non sarebbe stato nulla di sconcertante, visto il felice precedente della cerimonia parigina – cui aveva dedicato una puntata anche quest’angolino di Foglio – che aveva reso onore a ben nove titoli di opere francesi in una clip ambientata nella Bibliothèque Richelieu. &lt;strong&gt;Fra sculture neoclassiche e compositori danzanti, tubetti di colore e Prisencolinensinainciusol, i libri, parte integrante dell’identità di Milano, sono apparsi solo di straforo&lt;/strong&gt;. La presenza più insistita è stata quella muta, sottesa al divertente sketch di Brenda Lodigiani sulla gestualità, del Supplemento al dizionario italiano (Corraini, 118 pp., 15 euro) di Bruno Munari, lui sì milanese-milanese, la cui copertina ricorda oggidì ai milanesi-milanisti l’incredulità di Luka Modric che ha generato infiniti meme. Del resto, come ha notato il Guardian, la cerimonia è stata “la lettera d’amore disinvoltamente chic di Milano all’Italia”; purtroppo, a una nazione che legge poco, una città che pubblica molto deve rivolgersi in modo adeguato, senza troppi giri di parole.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si spiegano così le altre due incursioni letterarie dello show: Ghali che recita “Promemoria” di Gianni Rodari (ne esiste una edizione illustrata da Guido Scarabottolo per bambini dai cinque anni, Einaudi, 40 pp., 14,5 euro) e Pierfrancesco Favino che recita “L’infinito” di Giacomo Leopardi (se volete viziarvi, potete prendere il catalogo della mostra “Leopardi, L’infinito e i manoscritti di Visso”, Silvana, 95 pp., 24 euro). Un po’ poco, per la città di Bianciardi e di Scerbanenco, di Gadda e di Testori. &lt;strong&gt;Si tratta della conferma che per gli italiani, alla fin fine, la scrittura si riduce a espressione di sentimenti in forma di lirica o di filastrocca&lt;/strong&gt;; per gli italiani, alla fin fine, la cultura rimane quella cosa che si impara a memoria quando si va a scuola.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Feb 2026 07:48:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-14T07:48:00Z</dc:date>
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