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Musica nell’Italia fascista
La recensione del libro di Harvey Sachs edito da il Saggiatore, 400 pp., 28 euro
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29 APR 26

Autore del più importante e monumentale studio su Arturo Toscanini, Toscanini. La coscienza della musica (2018), Harvey Sachs torna sulle tracce del Maestro questa volta voltando lo sguardo dall’altra parte, verso quella del regime fascista da cui Arturo Toscani sfuggì e prima ancora da cui resistette con ostinazione. Parte infatti dagli anni Settanta il lavoro di Sachs che lo porterà a pubblicare "Musica nell’Italia fascista" (il Saggiatore, traduzione di Luca Fontana), uno studio ora giunto alla sua seconda edizione. Un lavoro fondamentale per comprendere la morfologia di un regime che divenne anche l’organo di controllo della musica e del suo consumo su tutta la penisola italiana. La natura violenta che contraddistingue i gerarchi fascisti si traduce anche in una forma di rozzezza culturale che offre limitate visioni, ma un’idea ben precisa e strutturata sull’organizzazione dello stato, a partire dall’istituzione di sindacati fascisti che divengono il luogo dentro al quale agire un controllo assiduo e capillare. Il sindacato fascista dei musicisti diviene così il primo puntello del regime che va occupare ogni spazio della vita pubblica in Italia. Pensieri rozzi, quelli dei fascisti, ma anche idee brillanti capaci d’intercettare con relativa rapidità i motivi più urgenti, quelli della propaganda. Le istituzioni – lo sanno bene i fascisti e Mussolini su tutti – sono fondamentali per controllare e regolare la vita degli italiani, orientarne i gusti e dare corpo a quel consenso che più ancora della violenza delle squadracce sarà in grado di garantire vent’anni di potere incontrastato. In tal senso il Maggio Fiorentino rappresenterà il fiore all’occhiello della propaganda per mezzo della musica. Così, se da un lato il paese si svuota dei più importanti musicisti, primo fra tutti proprio Toscanini, in esilio negli Stati Uniti e di molti dei critici ed esperti non allineati che vengono incarcerati come Massimo Mila o espulsi dalle loro cattedre, ecco che avanza invece contestualmente una corte di mediocri funzionari e burocrati pronti a bloccare ogni voce dissonante e aprire a chiunque sia docile verso il regime. Il saggio di Harvey Sachs è documentato, tanto da offrire al lettore un’immersione in un regime che fu feroce e spietato quanto superficiale e incapace di darsi una visione che non fosse quella di convenienza. Un regime che mentre frana drammaticamente lascia sul campo un paese musicalmente incolto e arretrato, nonostante una tradizione rinomata.
Harvey Sachs
Musica nell’Italia fascista
il Saggiatore, 400 pp., 28 euro
Musica nell’Italia fascista
il Saggiatore, 400 pp., 28 euro