Gli abissi infiniti del cielo

Gaia Montanaro

La recensione del libro di Thomas Merton, Queriniana, 192 pp., 16 euro
 

     

    Da quando mi sono sposata sono stata sballottata da un campo minerario all’altro. E’ sempre stata dura. Mi sa di aver vissuto un po’ ovunque sulla verde terra di Dio. Ora voglio fermarmi e avere un po’ di pace”. La voce è quella di una madre che ha da poco sepolto il suo bambino e che, nell’impervia terra che si estende sui monti Appalachi, è stanca di dover ancora una volta spostarsi, abbandonare una casa faticosamente costruita e che anche in questo caso si è rivelata precaria. Il Kentucky, più precisamente la zona della Rust Belt, è luogo di miniere di carbone, di povertà estrema, di paesini che si susseguono facendo capolino tra le montagne. Qui vivono, incarnandone in modo eccezionale l’essenza, i personaggi tratteggiati in questa raccolta di racconti di James Still, poeta e romanziere statunitense, cantore unico e appassionato di un’America rurale e poco conosciuta. Still testimonia le sue qualità di narratore e la sua vena lirica dissotterrando personaggi e cristallizzandoli in brevi racconti. Si incontra la famiglia Baldrigde, già conosciuta dai lettori dell’autore perché protagonista di Fiumi di terra – il capolavoro di Still pubblicato nel 2018 sempre da Mattioli1885 – e con lei altri nuclei famigliari, più o meno disastrati, tutti accomunati da una condizione di profonda indigenza economica. La povertà, nella sua faccia più terribile e cruda, abbruttisce gli uomini, li porta all’estremo della loro condizione. C’è chi aspetta da anni che gli venga recapitata una protesi per la gamba, chi entra ed esce di prigione, chi è stato portato alla pazzia e chi ha visto la morte passargli accanto talmente tante volte da renderla una compagna di vita. In qualche caso, però, si riesce a preservare un nucleo di umanità. L’ospitalità, ad esempio, è un valore che pare reggere di fronte agli urti terribili della vita, il privarsi anche di quel poco che si ha per condividerlo con gli altri. Altre volte invece lo struggimento si incontra nei personaggi stessi come per Ambrose, sceriffo dal grilletto veloce, ruvido e gretto ma con un animo da violinista. E poi c’è la natura, altra protagonista di questi racconti scanditi dall’avvicendarsi delle stagioni e dalle prassi che portano con sé. Si mangia salsa di scoiattolo, si essiccano le mele, si pasteggia con patate bollite per sette giorni alla settimana. La terra determina la vita o la morte, il luogo da cui dipendere e da cui fuggire. Aleggia un senso di ineluttabilità, un doversi piegare necessariamente a delle regole superiori per poter sopravvivere, tentando di non rimanere attaccati a niente – affetti o circostanze fisiche che siano – perché si potrebbe esserne privati in ogni momento. La scrittura di James Still, limpida, precisa e profonda, restituisce la dignità estrema di questi uomini e donne, di una comunità dall’orizzonte piccolo ma non per questo meno degno di essere raccontato. Still ferma sulla pagina l’essenza di un luogo e di un popolo, dell’orizzonte che è stato anche il suo e che la scrittura ha permesso di ampliare. 

     

    Gli abissi infiniti del cielo

    Thomas Merton, Queriniana, 192 pp., 16 euro