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Peccati immortali

Recensione del libro di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone edito da Mondadori (260 pp., 18 euro)

16 Ottobre 2019 alle 13:16

Peccati immortali

Roma è come sembra, ma è anche peggio o meglio di come sembra. E sono come sembrano, ma anche peggio o meglio di come sembrano, i personaggi di questo giallo fantapolitico dove i buoni non sono così buoni e i cattivi hanno qualcosa che li rende, in fondo, meno peggio dei buoni sull’orlo del proprio personale inferno. Roma è il Transatlantico, epicentro dell’intrigo e palcoscenico di un assetto politico-governativo che sarebbe fotografia dell’oggi – non fosse stato il libro scritto prima della crisi gialloverde d’agosto. Ma Roma è anche la metropolitana dei disastri, la solita fioraia, lo stabile in disuso, l’ossessione della terrazza, lo studio del professionista dove le segretarie non possono scendere dai tacchi, la buvette dove quello che è detto tanto per dire non è poi così per dire.

Ed è la pletora di notai, contesse, ragazze non più di strada, ragazzotti noiosi, ex senatori, deputati e presidenti del Consiglio non si sa quanto rassegnati all’epoca del Popolo dell’onestà, evoluzione o involuzione dei Cinque stelle. Roma è la nuova alleanza Pd-Popolo dell’onestà (profezia avveratasi appunto prima dell’uscita del romanzo), con un Matteo Renzi post scissione, alla testa del suo partito, e un Matteo Salvini affossato dalla vox populi improvvisamente avversa dopo il naufragio di un barcone. Ed è, Roma, il volto allo specchio del cardinale stufo della retorica sui poveri e il volto nascosto di una strana coppia di investigatori – una suorina-coraggio e un ex agente dei servizi segreti con seconda vita nell’antiquariato e passione per la pasta (non per niente è detto “Gricia”). Seguendo il filo del mistero – la morte del cardinale, le immagini compromettenti trovate in un iPhone che non pare nemmeno suo – ci si addentra in una città che non è più grande bellezza ma non ancora grande sfacelo consapevole, e in un dedalo di sentimenti che assomiglia un po’ alla paura (di qualcosa che deve ancora succedere, di se stessi, di un nemico forse già sconfitto, di un attentato), un po’ all’amore (ma amore a modo suo) e un po’ alla brama di potere, anche se non si sa bene chi comandi e chi è comandato. Che cosa hanno in comune Via della Conciliazione, il Circolo Canottieri, la via Casilina e tutte le strade strette di una Roma dove, come scopre Gricia, è impossibile che le strade siano più larghe, anche se sono state tracciate pochi anni fa? E che cosa lega le stanze del Viminale e i palazzi del Seicento dove imprenditori “ansiosi di farsi conoscere” e “sfigati che cercano di essere un po’ meno sfigati” danno feste sotto la luce stroboscopica? Quello che si scopre, via via, rimanda ad altro, e la città, come una matrioska, lascia spazio a tante piccole versioni di se stessa. Non sono importanti le distinzioni tra vero e falso – nel romanzo compaiono, come cameo o deus ex machina, anche i veri Ugo Sposetti, Adriano Panatta a Dario Franceschini – ma quelle tra chi si sente immortale, chi intoccabile, chi infallibile.

 

Peccati immortali
Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone
Mondadori, 260 pp., 18 euro

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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