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L'eclissi della morte

Robert Redeker
Queriniana, 216 pp, 18 euro

1 Maggio 2019 alle 06:00

L'eclissi della morte

Viviamo un’età che rifiuta la morte. In un orizzonte materialista solo il biologico ha peso. Ma questo è l’opposto del perire, il cui scopo è l’azzeramento della materia. Morire è farsi polvere. Può la polvere essere fine ultimo di un’umanità desimbolizzata? Il vocabolo è del filosofo Robert Redeker, che alla cupa signora con la falce dedica un libro scomodo. Perché in tempi di “immortalismo biotecnologico” morire è sconveniente. I funerali in città si celebrano sottotono e a volte i cadaveri si cremano in fretta per poi spargere le ceneri – la polvere appunto – affinché nessuno pianga sulla tomba di chi ha subìto l’onta di perire. Il verbo “morire” lentamente si allontana dal linguaggio comune: semplicemente le persone si spengono, o se ne vanno, non si sa bene dove. Nel nulla, presumibilmente.

 

Invece la morte di senso ne ha eccome e Redeker si premura di ricordarcelo. Nel Fedone Socrate si prepara a morire e lo fa con dignità e distacco, perché tale dev’essere la dipartita del saggio. Del resto, la filosofia non è forse un’esercitazione all’accettazione della morte? Heidegger spiega che essa è la possibilità “più propria, senza relazione, certa e come tale indeterminata, insuperabile del Dasein”, ossia dell’esserci. August Comte scrisse che “il culto dei morti è segno di umanità”. Per restare in Italia, Vico identificava l’inizio della civiltà con la comparsa delle pratiche di inumazione. Ma si dice che noi viviamo in tempi post umani, quindi dell’umanità in senso stretto – ovvero intesa in senso letterario, filosofico e religioso – ci importa poco. Quindi passa in secondo piano il fatto che Budda abbia scelto di vivere in santità dopo l’atroce scoperta della necessità della vecchiaia e della morte. Ma il simbolo più alto, più incredibile di sublimazione della morte si ha con Cristo, che sceglie di morire crocifisso per espiare le colpe dell’umanità e garantire, con essa, la risurrezione della carne. Chateaubriand scrisse un libro significativamente intitolato Genio del cristianesimo, e in effetti mai la simbolizzazione del rito di passaggio per eccellenza aveva raggiunto vette tanto alte.

 

Metempsicosi, immortalità, risurrezione: parole grandi, forse troppo. Perché religioni e sistemi di pensiero rispondono all’esigenza dell’angoscia per la propria finitudine. Esse tramutano la fine nel passaggio a uno stato di esistenza superiore. Il materialismo invece annulla la morte e promuove la vita, quindi la fine si tramuta in un’ingiustizia a cui porre rimedio godendosi la luce, finché c’è. Perciò sono finite al bando le “belle morti”, quelle per la patria o per una giusta causa. Santità ed eroismo sono ideali superati e il mondo non è più una “foresta di simboli” interpretati sì bene nelle guglie di Notre-Dame, il cui rogo giustamente è parso la fine della storia. Non di una storia, in verità, ma di quella dei nostri antenati. Che alla morte contrapponevano lo slancio verticale delle cattedrali verso il cielo, in attesa delle risurrezione. 

 

L'ECLISSI DELLA MORTE
Robert Redeker
Queriniana, 216 pp., 18 euro

Claudia Gualdana

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