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Last Goodbye - Un Tributo a Jeff Buckley

Micol Beltramini
Edizioni BD, 128 pp., 14 euro

10 Aprile 2019 alle 09:50

Last Goodbye - Un Tributo a Jeff Buckley

Jeff Buckley è morto il 29 maggio del 1997, tre anni dopo Kurt Cobain, e ventidue dopo suo padre Tim, ammazzato da un’overdose di eroina. Era andato a fare un bagno in un fiume orrendo e pericoloso, il Wolf River, vicino casa sua, a Memphis. Quando ritrovarono il corpo, in una tasca dei pantaloni c’erano 43 chiavi. Ha scritto Micol Beltramini nella postfazione di questa graphic novel su di lui, e sulla sua vita, e su quanto gli pesasse avere l’aspetto di un angelo e quanto però non volesse cadere mai dal cielo, che quella storia, la storia di quel momento, dobbiamo lasciarla andare. Suicidio, incidente, qualunque cosa sia stato, comunque sia successo, dobbiamo smetterla di pensarci e tenerci solamente la musica, e Jeff, che era tanti Jeff, e ha provato a dirceli tutti senza darcene neanche uno, scoprendo però che gli era impossibile, che suonare per lui era non risparmiarsi niente e scavare fino al magma e poi volare e cadere e rimettersi a scavare. Chi è cresciuto negli anni Novanta è un orfano di JB, che era orfano a sua volta, e lo era stato da prima che suo padre morisse: “Immagino che tutto tornerà come prima”, gli fanno dire Beltramini e Gea Ferraris, le autrici, quando scopre che il padre che non ha mai davvero avuto è perso per sempre. Ci sono sette persone che raccontano la vita di JB in questa storia in bianco e nero, in qui e altrove: Janine Nichols, che lo invitò al concerto in onore di suo padre offrendogli il primo palco della sua vita; Shane Doyle, il proprietario del Sin-é dove registrò il primo EP; Pat O’Brien, la vicina di casa che si prese cura di lui negli ultimi mesi; Steve Berkowitz, il manager della Sony Columbia che lo mise sotto contratto. Nel ricordo di ciascuno ci sono molti Jeff perché Jeff non apparteneva a niente, a nessuno, e pur rammaricandosene era la sola condizione che difendeva, anche quando gli diventò insopportabile. Beltramini e Ferraris hanno reso bene come la vita di JB sia stata una ricerca che, a un certo punto, qui, sulla terra, coi limiti mortali, col passato addosso, con l’inferno che sono gli altri, non riuscì a mandare avanti. Non riuscì o non poté.
Lo sapeva? Forse, ed è per questo che gli piaceva impegnarsi in cose che non avrebbe potuto che fallire: eliminare la musica mediocre distruggendo le cassette dei musicisti che odiava, omaggiare Bob Dylan facendone un’imitazione, aprire un conto corrente prima di buttarsi nel fiume. “Fai semplicemente un buon disco”, gli disse Dylan (prima di offendersi per quell’imitazione): ci provò, ci riuscì, ma non fu abbastanza. Niente sarebbe mai stato abbastanza. Non nella realtà dei risultati, del visibile, dell’eredità, delle cause e delle conseguenze.
“Questo mondo è pieno di conflitti e di cose che non possono essere unite, ma esistono momenti in cui possiamo abbracciare il disordine”, disse Leonard Cohen di Hallelujah, la canzone a cui Jeff ha dato l’interpretazione perfetta, perché lui era quel momento, quella riunione possibile ogni tanto, per miracolo, fatta per esistere e non per durare. 

 

LAST GOODBYE - UN TRIBUTO A JEFF BUCKLEY
Micol Beltramini
Edizioni BD, 128 pp., 14 euro

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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