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La condizione che fa esistere la forza di un racconto

Ogni singolo lettore è il principale responsabile dell’esistenza di tutta la letteratura

24 Febbraio 2019 alle 06:00

La condizione che fa esistere la forza di un racconto

Vincent Van Gogh, “Una lettrice di romanzi"

Chi è un lettore? Un lettore è una creatura aerostatica che, salita a bordo di una macchina verbale, si distacca dal mondo delle forme solide per proiettarsi e fluttuare, con grazia portatile, nella vasta immensità delle forme astratte. Perché lo fa? Per vizio? Per bizzarria? Per amore dell’indeterminato? Perché non ha altro da fare?

 

Immaginiamo una quotidiana scena di lettura: un uomo è seduto comodo… No, immaginiamola più realisticamente: una donna è seduta comoda su un divano, sotto il cono di luce di una lampada. Ha lo sguardo sulla pagina di un romanzo. Gli occhi scorrono una riga dopo l’altra. Per il resto, non si muove foglia. Non si sente un rumore. Tutte le porte sono chiuse. La donna è immobile come una statua, eppure nessuna immagine di immobilità è tanto bugiarda quanto questa. Nessuna immagine di immobilità potrebbe nascondere più tumulti, impennate, picchiate, viaggi fulminei, scarti laterali, inventari, frotte di pensieri ed elaborazioni contemporanee, fughe in avanti, grandi falcate, occhiate al retrovisore, comparazioni, calcoli, ovazioni, riconsiderazioni, implosioni, flussi di analogie, vuoti d’aria, tuffi nell’acquario, risate a mezz’aria, traslochi di parole, appropriazioni. Un vero e proprio caso di immobilità vorticosa. Un caso di isolamento totale, in totale contatto con l’universale.

 

Don Chisciotte era un lettore accanito. Sappiamo bene come andò a finire, ma quella pazzia ha dato senso al mondo, seppure quel senso lo portò a scambiare laide bagasce per principesse e immonde trattorie per castelli – e anche a incassare un fracco di legnate, come Sancho sapeva benissimo. In uno dei suoi Diari, Franz Kafka racconta che un giorno si trovò circondato dai propri famigliari mentre, seduto al tavolo, stava buttando giù un capitolo che avrebbe fatto parte di “America”. Uno degli zii gli strappò di mano lo scartafaccio e mentre tutti gli chiesero di cosa si trattasse lui scorse la pagina con gli occhi e borbottò: “La solita roba”. Non sarà né il primo né l’ultimo caso al mondo di critica letteraria miope, prevenuta e superficiale, ma Kafka chiuse l’episodio così: “Restai seduto e come prima mi chinai su quel foglio che non serviva dunque a nulla”. Dunque da un lato lo scrittore possiede solo in parte ciò che scrive (ma soprattutto sa solo fino a un certo punto cosa genererà in chi legge), e dall’atro chi legge costruisce la propria esperienza della vita sapendo ugualmente poco di quelle pagine che, di immobilità vorticosa in immobilità vorticosa, costruiranno la forza della sua visione del mondo – si può dire che un romanzo sia il terreno sul quale camminano due ciechi che solo lì, e solo insieme, ci vedono benissimo.

 

Si dice spesso che “chi legge vive mille vite”. E sia. Ma, cosa ben più importante, chi legge muore soprattutto mille morti, al punto che verrebbe voglia di ironizzare, parafrasando Socrate nel Fedone, e dire che “un lettore è un moribondo”. Tuttavia, come per la questione dell’immobilità, attenzione a non farsi ingannare, perché non è mai esistito moribondo più vivo, più vegeto, più in febbrile attività! Chi legge scollina, travalica e decolla, ha la possibilità di sperimentare ogni strapiombo e ogni abbandono, è Napoleone ad Austerlitz e una formica su uno stelo, è contemporaneo a se stesso ma mica tanto, mica sempre, anzi, forse davvero mai, ha la facoltà di analizzare il dolore nel laboratorio della finzione, una finzione cui dà credito, un dolore che prende sul serio, e di misurare su di sé ogni variazione del mondo. Perché un lettore è uno che si mette in mezzo, che ci mette la sua parte, che rischia, e più impara a riconoscere ciò che ama e meno teme ciò che non conosce. Un lettore è un viaggiatore della materia immensa della vita, fa il giro del giorno in ottanta mondi, infatti spesso è un sognatore, infatti a volte è un maniaco – un lettore è uno che non vede l’ora di tornare a casa per poter stare da solo, in un autobus pieno, con Anna Karenina; è uno che si porta Raymond Chandler addosso; è uno che, al solo pensiero, ancora si sente crivellare dai brividi ricordando di quando, una sera, a Rouen (dove non è mai stato), camminava nella nebbia insieme a un misterioso ometto incappottato di Simenon…

Un lettore è uno che accetta un patto e lo rilancia ogni volta che apre un libro. Ma un lettore sa che la forza di un racconto esiste solo a una condizione: che esista la forza di un ascolto. Ogni singolo lettore è il principale responsabile dell’esistenza di tutta la letteratura.

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