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Quelle acque elette a simbolo dell’indistinto

Il nuovo romanzo di Nadia Terranova, Addio fantasmi

17 Febbraio 2019 alle 06:19

Quelle acque elette a simbolo dell’indistinto

Ophelia, Sir John Everett Millais, 1851

La modernità letteraria trabocca di morti per acqua e di acque elette a simbolo dell’indistinto, dell’inconscio: un mare che nella sua monotonia burrascosa sottrae i contorni all’io e alla storia. A volte l’antica radice filosofica si fa cascata o uragano; a volte invece pozzo o torbiera di muffe fisiche e psichiche, umidità che corrode e impedisce i movimenti. Di questi liquidi stagnanti è impregnata la casa di Messina in cui all’inizio di “Addio fantasmi”, il nuovo romanzo di Nadia Terranova, torna la narratrice Ida Laquidara. Vera protagonista, l’abitazione materna si affaccia su un luogo bipolare di tempeste e stallo, lo stretto di Scilla e Cariddi. Tra le sue mura un trauma è divenuto normalità quotidiana, mentre gli eventi più normali hanno assunto l’aspetto di una minaccia sempre incombente e sempre inafferrabile. Da quando, dopo una fase depressiva, il padre di Ida è letteralmente sparito, lasciando un vuoto letteralmente incolmabile (non una spiegazione, non una salma), le stanze funghiscono e il tetto si sgretola senza rimedio: le lacrimae rerum rimpiazzano un cadavere illacrimato. Alla crescita della figlia - che poco più tardi, proprio nel giorno dei morti, un altro liquido rende solo fisiologicamente donna - corrisponde lo sfascio del nido. La vita domestica marcisce perché non si può elaborare il lutto: “il nome di mio padre si era nascosto nell’acqua, nelle infiltrazioni e nella muffa sul tetto”, commenta Ida. Lei e la madre restano imprigionate nell’apnea di un indefinito sabato santo, in una dimora-cenotafio o tana-martorana dove le scene e gli oggetti non si rinnovano né si espellono, ma vengono sottoposti ai rituali di un messianismo perverso. “Tenevamo ogni cosa, non per celebrare il passato ma per propiziarci il futuro”: niente si può lasciar andare, niente può trasformarsi senza il rischio dell’annientamento. E “Ciò che non si trasforma non è reale”.

 

Il sacrificio appare quindi indistinguibile dall’esorcismo, da una paurosa elusione. In questo limbo nel quale “La sola felicità di cui eravamo capaci aveva il fiato corto della parentesi, della pausa inaspettata”, l’espiazione per una colpa oscura coincide col suo insabbiamento, con un processo che ricomincia sempre da capo per evitare il verdetto. Nei rapporti tra le Laquidara e il mondo esterno, il riflesso di una tale strategia è una cordialità distante, la dissimulazione delle viscere ferite e aggressive. Invece dentro la casa non c’è riparo né confine. La ex bambina, a cui la madre affidava il marito depresso durante le ore di lavoro, sente di aver fallito nel suo ruolo di piccola infermiera; ma al tempo stesso sente di essere stata abbandonata, insieme al padre, da una genitrice troppo pronta ad archiviare il dolore. Il risultato di questo doppio legame è una rabbiosa incapacità di acquisire la distanza giusta. Perciò Ida ha dovuto a sua volta rimuovere “con accurata violenza” la stagnazione casalinga di Messina: dopo l’adolescenza si è trasferita a Roma, si è costruita un nido con un uomo, e ha iniziato a considerare estranee le vecchie mura. In realtà, come capita in questi casi, ha finito così per riprodurre ad altre latitudini la situazione lasciata irrisolta. Pietro, il compagno, si prende cura di lei paternamente, con silenzioso tatto e intuito famigliare; e tuttavia appunto questa asimmetria affettiva fa dilagare nel loro ménage la muffa dei conflitti ovattati, dei desideri sterilizzati dalle premure. Persino la perduta intimità della coppia rimanda allo sguardo umiliante che la madre riservava a Sebastiano Laquidara negli ultimi mesi prima della scomparsa, quando il marito restava inerte nel letto. E anche l’eros tra Ida e Pietro è rianimato solo dalla sua metamorfosi in fantasma: rinasce con la lontananza fisica o metaforica, coi mezzi spettrali e virtuali del telefono e della letteratura. Lei infatti scrive per la radio “finte storie vere” nelle quali infila le sue crisi e gioca con le sue radici dolorose. Questa autofiction è ancora un modo per fare i conti con il mondo per speculum in aenigmate, ossia per mimarli e procrastinarli insieme: Ida sfida i mostri solo nell’altrove dell’immaginazione, come un Arturo già certo, mentre scorrazza per la sua isoletta, che fuori dal limbo non v’è eliso. Il suo laboratorio di esistenza potenziale proietta nelle parole l’età adulta di cui nella vita quotidiana schiva le scelte, le perdite definitive, l’irrevocabilità. “Tutto è vero nelle mie fantasie, tutto è presente assoluto”: nulla s’incarna nel tempo.

 

Anche a Roma, insomma, Ida rimane sospesa: rinvia i traslochi, cancella i viaggi, rifiuta la maternità. “Né io né mio marito avevamo accettato di mettere al mondo una creatura che avrebbe potuto morire prima di noi facendoci restare con una pena e un rimpianto intollerabili, oppure che sarebbe morta dopo di noi ma inesorabilmente, dando comunque la colpa a chi l’aveva generata”, confessa con l’orgoglio idalgoso che finisce sempre per esibire quando sembra arrendersi alla propria debolezza: e la chiosa è particolarmente significativa, se è vero che poter vivere e far vivere vuol dire accettare di potere e di veder morire. Però quando all’inizio del romanzo la narratrice sbarca a Messina, la madre è ormai rifluita nella schiera di coloro che accolgono le trasformazioni; o forse in fondo non l’ha mai abbandonata, se si considera quel perenne attivismo che Ida, devota all’ossessione paterna, ha spesso considerato un insulto. Forse per questo adesso somiglia a una ragazzina, alla spensierata figlia di una figlia più vicina ai quaranta che ai trenta e assediata da incubi di annegamento. L’ha chiamata lì perché vuole ristrutturare la casa e congedarsene con lei. Quindi stavolta, secondo un tipico schema romanzesco, alla bambina invecchiata tocca un’ultima inevitabile lotta col passato che non passa. E una delle stazioni decisive di questa ‘passione’ è il riconoscimento degli altri, della loro sofferenza irriducibile alle sue proiezioni o fantasticherie. A trentasei anni Ida capisce che ciò che da adolescente le appariva come una rimozione, un’indifferenza o un’ostilità indebita, era spesso semplicemente un clima esistenziale diverso dal proprio, davanti al quale aveva scelto senza dirselo la cecità: il silenzio brusco di sua madre, la squillante serenità dei vicini evangelici, o il distacco a vent’anni dell’amica del cuore, che la intuiva troppo occupata dalla leggenda di Sebastiano per poter accogliere i suoi traumi, un aborto e un tumore. Il fatto è che Ida ha trasformato gli altri in funzioni di un racconto autonomo. La recita d’innumerevoli storie finte-vere le ha permesso di fingersi autrice di eventi che ha solo subìto. “Inchiodata all’oscurità” dell’infanzia, non si è mai separata dallo specchio narcisistico che è stato la sua più autentica tana, il primo riparo dal male, e l’incubatore di un carattere incapace di condividere come di dire addio.

 

Da questo narcisismo viene anche il suo erotismo ‘virtuale’, la seduttività senza confine preciso che è il rovescio della cordialità con cui sopisce le pulsioni aggressive. Come il padre, in questo libro il sesso è ovunque e in nessun luogo. Per la narratrice rappresenta un magnetico argine all’ansia e al tempo stesso una sfera da eludere: sintomatico, negli intermezzi onirici che scandiscono il ritmo del romanzo, il sogno della gattina senza genitali che si moltiplica e rimbalza dappertutto. Il corpo insepolto di Sebastiano, che non avendo forma rende ogni cosa informe, determina il rapporto astratto e ipnotico che Ida intrattiene col proprio. “Se succede al corpo non è successo davvero”, si ripete dopo la brutale, asettica iniziazione su una spiaggia calabrese: la realtà è spostata tutta nel linguaggio. Il corpo è un corpo estraneo, un oggetto che si prova a controllare. Anche per questo è bene che non sia invaso da un’altra creatura: un figlio è una strada senza ritorno, inaugura un’èra non ciclica ma lineare, non si può rinchiudere nello stand by dei castelli narrativi.

 

Ma ecco infine la summa di questa stasi esistenziale, in cui tutte le mosse diventano un alibi escogitato per allontanare la spada di Damocle proiettata dal passato su ogni secondo del futuro: “gli oggetti non sono affidabili, i ricordi non esistono, esistono solo le ossessioni. Le usiamo per tenere la crepa aperta e ci raccontiamo che la memoria è importante, che noi soltanto ne siamo i guardiani. Teniamo la ferita larga perché ci stiano dentro i nostri mali, i nostri timori, stiamo attenti che sia profonda abbastanza da contenere il nostro dolore, guai a lasciarlo vagare. Esistono solo le ossessioni, e intanto il tempo le ha rese più vere di noi”. Perché il tempo scorre, e fermarlo vuol dire appunto lasciar crescere un’infestante vegetazione sottomarina.

 

Davanti allo spettro del padre, Ida è una muta Ofelia notturna che a ogni risveglio si maschera da prolisso Amleto. Ora però, lo si è detto, deve rompere lo specchio e affrontare per forza “l’adunata di tutte le cose” a cui non è stata assegnata una storia reale, e quindi anche la grazia di un congedo. Lo farà? A prima vista sembra di sì. Ma si può azzardare un’interpretazione più ambigua. A un certo punto in “Addio fantasmi” compare un ragazzo, Nikos, il figlio dell’operaio chiamato a sistemare il tetto. Anche lui non può dar forma a un lutto; e appena lo fa, raccontandolo alla narratrice, ecco che subito muore. La persona che ripara il guscio dei Laquidara distrugge sé stessa. Nikos somiglia molto a un capro espiatorio: il peso della nèkyia ricade su di lui, il suo funerale sostituisce quello di Sebastiano, la sua fine evoca una catarsi frettolosa. Nelle stesse pagine Ida ripesca sul fondale della casa-sottomarino l’unico vero tesoro, il baule prezioso dei ricordi e dei sensi: una scatola rossa che contiene la pipa del padre, il suo odore, e una cassetta su cui è registrata la sua voce, che quasi non riconosce. Poi tutto si conclude in mezzo a un’altra acqua, che sospende di nuovo la scelta tra due biografie e due terre.

 

Nel raccontare questa vicenda, la Terranova lavora su una scrittura frontale; allinea parole levigate e spoglie come ciottoli o come certi utensili da cucina, arcaici ma funzionali e solidi. Le sue frasi sono piane quanto corpose, somigliano a gesti ultimativi eppure esibiscono la loro natura scritta. A volte si rapprendono in giudizi perentori, i veri accenti forti del racconto: “non si ha colpa per le cose che non vogliamo ereditare e abbiamo già ripudiato”; oppure: “non funzionano mai le cose quando si trasportano da un’epoca all’altra”; o ancora: “Dicono che una madre dà tutto e non chiede niente; nessuno dice invece che chiede tutto e dà ciò che non chiediamo di avere”. La voce che pronuncia questi giudizi è in certo senso inconfutabile, perché esprime esperienze duramente scontate, depositate nella memoria lunga dei nervi. Registra esatta i ritmi coniugali; ci dice come il corpo si piega negli anni, s’intasa, si fa a pezzi e si raggela, stordito, pesante e scuro come una pietra in fondo a un pozzo; ci rivela il paesaggio messinese delle corse clandestine dei cavalli, dei quartieri in salita o del castello del Puparo; e in un capoverso quanto mai terranoviano illustra la natura cromatica dell’appetito infantile. Nera e ilare, da ginzburghiane “Piccole virtù”, è la stessa voce che ci parla nei pezzi consegnati dall’autrice al Foglio, non a caso incentrati spesso su temi analoghi: la città, la famiglia, la maternità, la coppia… Questa voce appare quasi impaziente di liberarsi del plot, delle scene madri dialogate, della suspense sulla scatola rossa. E’ come se a tratti, mentre insiste sui suoi simboli dominanti, patisse il dovere di dilatare in romanzo una verità fatalmente laconica perché statica e ossessiva. Due anni fa mi è capitato di notare qualcosa di simile in un libro di Alessandra Sarchi, dove l’involucro della trama era incessantemente quanto fecondamente tagliato da un movimento più profondo, che disegnava testardi cerchi concentrici. Là l’intreccio si scontrava con un corpo pietrificato, qui con un corpo senza confini come l’acqua; là era la paralisi fisica che impedisce di camminare a contraddire la corsa degli eventi, qui è l’ipnosi, il blocco che tocca al corpo mitico di Narciso. E’ un blocco conosciuto da molti coetanei di Nadia, a cui sembra di essere ormai indefinitamente sospesi nel ‘frattempo’ di coloro che finora “non fur vivi” - figli unici anche quando non risultano tali all’anagrafe, e mai padri né madri anche quando l’anagrafe dice che lo sono diventati. Queste donne e questi uomini, con le loro illusioni e delusioni ancora per metà novecentesche, varcano ora la soglia dei quarant’anni senza sapere se la scatola rossa (nera) esista, e soprattutto se possano ancora trovare una forma attendibile da dare al mondo e a sé stessi, un punto di attrito fertile con la realtà, un destino ‘vero’ contro le storie ‘finte’: quel “giusto della vita” che solo permetterebbe di accettare lo scorrere del tempo e di sottrarsi alla seduzione tremenda della virtualità, ossia del rimorso.

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