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Di terra e mare

Raffaele La Capria e Silvio Perrella
Laterza, 92 pp., 14 euro

12 Settembre 2018 alle 09:19

Di terra e mare

Il nucleo originario di Ferito a morte, il romanzo con cui Raffaele La Capria vince il Premio Strega nel 1961, appare al futuro autore il giorno in cui suo padre viene a sapere di un appartamento in affitto a Palazzo Donn’Anna, all’inizio di via Posillipo, direttamente sul mare, un palazzo monumentale del Diciassettesimo secolo abitato da fantasmi e leggende, e non un appartamento qualunque ma quello di Gemma Bellincioni, soprano, amica di D’Annunzio. I La Capria vanno a vivere nella metà in affitto di una casa col tetto altissimo, le pareti rivestite di tela color alga e il mare che entra dentro le finestre; lì Raffaele si tuffa dalla terrazza quando i suoi amici lo chiamano dalla barca, si innamora per la prima volta (della nipote americana del portiere e della sua vocina sguaiata ed eccitante), cala il paniere per caricare il pesce comprato dai pescatori che rientrano di notte. In Ferito a morte, ormai un classico del Novecento, Palazzo Donn’Anna diventa Palazzo Medina, l’abitazione del protagonista, e Raffaele La Capria confessa a Silvio Perrella che non poteva che nascere da lì l’idea della bella giornata, perché quel luogo “con le sue ombre spettacolari e la sua luce folgorante era già una buona metafora della mia immagine mentale di Napoli”. Di terra e mare, pubblicato da Laterza, raccoglie una conversazione fra Perrella e La Capria iniziata il 3 ottobre, il giorno del novantacinquesimo compleanno di La Capria, e continuata nei giorni a seguire fra Napoli e Roma, di persona e al telefono, attraversando la vita e la scrittura, l’amore e i ricordi, la poesia e il dialetto, le risate e la malinconia. Silvio Perrella è uno scrittore abituato a far passare la sua letteratura da forme atipiche, e solo la sua voce poteva dare a questo dialogo ininterrotto la forma di un romanzo. “Passa il tempo e la mia età mi cade addosso”, dice La Capria, che dentro la vecchiaia non è caduto mai: “Io aspetto la morte con naturalezza”, e Perrella, di rimando: “La tua razionalità non ha dimenticato la sensualità”. E’ sensuale tutto, nelle parole che in entrambi nascono dal mare, e La Capria racconta di quando scoprì che il Mediterraneo non è un mare come gli altri ma un territorio liquido abitato da molti popoli e reso speciale dal senso del limite, nitido e candido come una colonna greca. Ma prima ancora dell’acqua, questo libro racconta la luce, quella luce che offendeva Anna Maria Ortese e ispirava Raffaele La Capria, rendendo irriducibilmente difformi le loro letterature: Ortese cercava le ombre e La Capria cerca il sole, Ortese vestiva di nero e La Capria continua a indossare gli stessi maglioncini dai colori pallidi per i quali l’amica lo prendeva in giro. Quella tra Anna Maria e Raffaele è una delle amicizie raccontate, insieme a quella tra Raffaele e Goffredo (Parise), tra Raffaele e il fratello Pelos, tra Raffaele e la moglie (un “amore quieto” che contiene in sé molti sentimenti). E infine, oppure all’inizio di tutto, l’amicizia tra Raffaele e Silvio, che questo libro lo crea e lo fonda.

 

DI TERRA E MARE
Raffaele La Capria e Silvio Perrella
Laterza, 92 pp., 14 euro

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