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Una gratitudine senza debiti

Luca Doninelli
La nave di Teseo, 120 pp., 12 euro

20 Giugno 2018 alle 06:00

Una gratitudine senza debiti

"Luca, Luca”, “non aveva dimenticato come mi chiamavo. Questo piccolissimo evento bastò a mettermi nella posizione giusta: quella di una persona che aspettava”. Corre il marzo 1978, tempo di vecchie Br e sequestro Moro, Luca è Doninelli, ha 22 anni, studente di ottime letture e scrittore di buone lettere, intriso di strutturalismo francese, autore di racconti che scrive a mano su grandi fogli a quadretti. Non ha pubblicato nulla finora. Ma ad aprirgli la porta è Giovanni Testori, scrittore, poeta, drammaturgo, pittore, critico d’arte tra i più autorevoli al mondo, amato quanto odiato dall’élite della cultura italiana – lui, che ama come sul cratere di un vulcano, ama con la giustificata prepotenza che gli è propria splendori e miserie della carne. Ha 55 anni e ha fatto già tutto, soprattutto dato scandalo con opere che fanno invocare alla buona borghesia lombarda l’intervento ora della Celere ora delle Belle arti, sodale di artisti eccentrici quanto geniali, di cui intuisce sempre prima degli altri la grandezza e di teatrali “scarrozzanti”, sempre inquieti. Luca, Luca, “tu sei uno scrittore”, gli avrebbe detto di lì a poco, “e lo pagherai fino all’ultimo centesimo”. Quel giorno Luca viene al mondo, e poiché l’origine dice sempre molto se non tutto di un destino, di questa nascita è tornato a scrivere in queste pagine cadute in libreria nel venticinquesimo dalla morte dell’uomo da cui ha imparato a dire le parole sbagliate, a pensare i pensieri sbagliati, a scrivere i libri sbagliati, a stare a disagio nei panni che si era (gli avevano) ritagliato addosso, a fare tutto “non a modo suo ma a modo mio”. E c’è un’allegria “feroce e irripetibile” in tutto questo, una felicità selvatica che chi dirà, penserà e scriverà le cose giuste non avrà mai la possibilità di provare. Ma perché, cosa hanno in comune i due? Strani amici, un gruppo di universitari che fa irruzione nello studio di via Brera, “siamo di Comunione e Liberazione: vorremmo parlarle”. Hanno letto i suoi editoriali sul Corriere, si riconoscono in quella originaria “macchia” come la definisce Testori, quel marchio che segna chi ha fatto o cerca un incontro che dia senso a tutto. Testori chiede se qualcuno di loro scrive, uno risponde, ho un amico, ditegli di portarmi qualcosa. “Ecco un carattere dell’amicizia, rendere inevitabile l’inevitabile”: inizia tutto così, tra pareti ricoperte di quadri appesi e ammassati, dritti e capovolti, dove Testori lasciava che il suo teatro si scomponesse in parole nuove o arcaiche, ritrovava il senso ultimo delle tragedie, o cercava nei quadri di giovani autori il segno di quell’ombra, di quella impronta. Luca diventerà uno scrittore famoso, Testori il suo maestro e il protettore di avventure editoriali, letterarie e teatrali di quei suoi giovani amici. E’ un fatto che Testori non si uccise saltando da un treno, che amasse i malati, gli ostiati, i feriti (“Ma qual era la mia ferita?”, si chiedeva Luca, perdendo appunti, spurgando romanzi), che non credesse nell’intellettuale suscitatore di disobbedienza e non in quello che Luca sapeva fare ma quello che non sapeva fare. Come quando in carcere per un’intervista Luca scrisse di aver provato una sensazione indicibile, “Indicibile? Cretino! Il tuo compito è quello di dire. Le cose vanno dette, altro che ‘indicibile’. Chi vuoi prendere in giro?”. Le cose vanno dette, e possentemente, dolcissimamente, Luca le ha davvero scritte.

 

UNA GRATITUDINE SENZA DEBITI
Luca Doninelli
La nave di Teseo, 120 pp., 12 euro

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    20 Giugno 2018 - 11:11

    La sostanza della vita è indicibile. Per dire l' «Indicibile» bisogna essere poeti, bisogna essere Dante (o giù di lì). Oppure bisogna cantare, cantare in gregoriano, soffermarsi sulla singola vocale e fare infinite variazioni, fino allo sfinimento: l'Indicibile è l'Infinito. Io non sono capace di dirlo: sono irrimediabilmente un cretino.

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