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Robespierre

Jean-Clément Martin
Salerno, 272 pp., 22 euro

20 Giugno 2018 alle 06:00

Robespierre

Avolte, le storie si capiscono meglio a raccontarle dalla fine. E’ questo il caso – sostiene Jean-Clément Martin, professore emerito della Sorbona, alle spalle una bibliografia sterminata sulla Rivoluzione francese e sulla guerra di Vandea – della vicenda di Maximilien Robespierre, che della Rivoluzione è diventato simbolo ed epitome. All’indomani della sua caduta infatti i termidoriani iniziarono immediatamente l’opera di costruzione del mostro: “Il Terrore fu subito identificato con Robespierre” e tutti i mali della Rivoluzione vennero messi sul suo conto, mentre i suoi avversari potevano scaricarsi di ogni responsabilità.
A ben guardare, le cose erano andate in modo molto diverso. Arrivato a Parigi dopo una distinta ma non eccelsa carriera di avvocato, Robespierre era rimasto a lungo in secondo piano. Nell’incalzare sempre più drammatico degli avvenimenti, il deputato dell’Artois aveva spesso evitato di esporsi: “Mentre i suoi vecchi colleghi si impegnavano in nuovi ruoli amministrativi e giudiziari, egli perseverava in un distacco che era una precisa linea politica”. Di fronte ai disordini che montavano tra il 1791 e il ’92, “Robespierre preferì ancora tacere”. Così, mentre gli altri capi della rivoluzione venivano via via travolti dagli insuccessi o dalle reciproche accuse, lui “si ritagliava un ruolo di guida morale”. E anche quando il corso delle vicende lo porterà al vertice del potere, non sarà davvero lui a dettare la linea, ma piuttosto cercherà di tenere salda la difesa della “virtù” repubblicana barcamenandosi fra gli attacchi che al governo rivoluzionario venivano da ogni direzione e le richieste di misure sempre più drastiche che fioccavano da mille “patrioti”: “In effetti – ebbe a dichiarare – la forza delle cose ci porta forse a risultati che non avevamo in mente”. E certamente il tratto più caratteristico del racconto che Martin fa di quegli anni terribili è la sottolineatura della continua lotta per il potere tra fazioni che interpretavano la rivoluzione in modi e secondo interessi diversi: “Questa presentazione degli avvenimenti può stupire, perché insiste più sulle rivalità che sulle alleanze, contrariamente a quanto suggerisce una parte della tradizione storiografica, e molto indebolendo la visione programmatica di Robespierre. Ma i fatti sono lì”. E anche la caduta del “tiranno” non è che l’ultimo atto di una serie di lotte intestine, in cui ciascuno cerca di difendere sé attaccando gli altri, in una “spirale ininterrotta di denunce”.
Ma, girata l’ultima pagina di un’opera che è un’intelligente e argomentata difesa della complessità della vicenda di Robespierre contro ogni riduzione ideologica, rimane una domanda: non sono proprio i tratti salienti della sua politica come Martin li individua – l’astratta intransigenza sui princìpi e il rifiuto di piegarsi sulle mille difficoltà della situazione reale – i fattori costitutivi di ogni politica che fatalmente diventa totalitaria?

 

ROBESPIERRE
Jean-Clément Martin
Salerno, 272 pp., 22 euro

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