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L'ultima diva dice addio

Vito Di Battista
Sem, 213 pp., 15 euro

30 Maggio 2018 alle 10:41

L'ultima diva dice addio

Fuori c’è Firenze, sono gli anni Settanta, si finisce sempre col passare davanti al Giubbe Rosse, che è già un fasto lontano, però non ancora laccato e museale come sarà quarant’anni più tardi. Stanno morendo molte cose, o stanno cedendo il posto ad altre, ad altri, nessuno sembra entusiasta né dell’una né dell’altra cosa. Degli anni formidabili non c’è traccia e questa è la scelta più insolita delle diverse scelte insolite che Vito Di Battista ha fatto scrivendo questo romanzo (il suo primo). L’altra è aver creato un protagonista che desidera mettersi al servizio di qualcosa che vuole tramandare, senza che quel qualcosa sia suo, o gli appartenga. E si scusa, per la distrazione e l’ossessione incomprensibile che ne conseguono, con la ragazza che ama e che si lascia sfuggire, Matilde (come la canzone di Tom Waits, in esergo, che fa And Matilda ask the sailors are those dreams or are those prayers?), perché c’è sempre qualcuno che paga la nostra fede o che ci fa pagare di averne una o entrambe le cose. Lui è uno studente e ha vent’anni o giù di lì e nessuna incoscienza dentro al basso ventre, quando incontra un’attrice di Hollywood e decide di diventare il suo biografo. Lei si chiama Molly Buck, ha settantadue anni, un Oscar quasi vinto, ventinove film da protagonista, si è ritirata dalle scene e vive a Firenze, dove fa soprattutto due cose: curare la casa, guardare Sanremo quando c’è e pranzare, la domenica, con un suo caro, amatissimo nipote. Non ha rimpianti. Il mondo che è stato la sua vita e che ha abbandonato prima che le diventasse impossibile farlo, le si sgretola davanti agli occhi, ma lei non sembra preoccupata. Esce con il suo biografo sottobraccio, chiacchiera dei palazzi senza balconi che “così ci dicono salite più che potete”, dell’amare fintanto che “non si riconosce quando arriva il momento di chiudere prima di rendersi ridicoli”, dei sogni che “quando si realizzano, non ti travolgono, succedono e basta”. E’ lui quello preoccupato: “Ho deciso di difendere Molly dall’orribile mutilazione che è la memoria umana”, dice. Qui è il nodo di Di Battista: trasformare in biografo uno che non solo dimentica sempre tutto quello che vorrebbe, invece, trattenere (e lo ribadisce all’inizio di ogni capitolo: aggiorna la lista, che è una lista bellissima e serve solo a chi la legge, serve a dirgli “esistono queste cose, tienilo a mente”), ma che soprattutto è consapevole dell’impossibilità della testimonianza, dell’irripetibilità e mortalità dell’istante, di come la memoria sia invenzione e la vita sia come il teatro, che muore mentre lo si fa. La memoria serve a sognare, è una collezione di intenzioni sulla realtà. Molly non legge mai, odia la letteratura, ma ama Colette, perché diceva “Quello che mi piacerebbe? Uno, ricominciare; due, ricominciare; tre, ricominciare”. Questo ricominciare è l’atto del ricordare che un biografo ragazzino tenta di regalare alla donna di cui s’è innamorato, consapevole com’è che l’amore scorda e cancella.

 

L'ULTIMA DIVA DICE ADDIO
Vito Di Battista
Sem, 213 pp., 15 euro

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