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L'illusione della conoscenza

Steven Sloman e Philip Fernbach
Raffaello Cortina, 316 pp., 26 euro

28 Marzo 2018 alle 13:00

L'illusione della conoscenza

Il luogo comune vuole che le persone (il “paese reale”) siano generalmente ignoranti. Parlano senza informarsi, votano senza afferrare le conseguenze delle proposte politiche, parlano di vaccini, clima e Ogm benché prive delle necessarie nozioni scientifiche. Eppure gli ignoranti sono sempre gli altri. Infatti, se le conoscenze sono oggi altamente specialistiche, sono anche facilmente accessibili; una facilità che crea nell’utente l’illusione di saperne abbastanza da discettare con cognizione di causa di tutto e di più.
Quest’ignoranza è un problema di scarsa istruzione? Secondo Sloman e Fernbach, è piuttosto di una condizione intrinseca. La mente umana non è progettata per costruirsi un’immagine veritiera del mondo: è un insieme di funzioni adattative evolutosi per prendere decisioni in situazioni mutevoli, estraendo di volta in volta solo le informazioni strettamente necessarie. L’umanità è dunque stupida? No, semplicemente stiamo cercando l’intelligenza nel posto sbagliato. L’intelligenza e la conoscenza hanno un carattere collettivo. Nessuno sa come funziona un frullatore, perché non ne ha bisogno: qualcun altro lo ha progettato per lui ed escogitato modi affinché potesse usarlo con facilità. In una società aperta ciascuno offre agli altri ciò che sa fare meglio, producendo l’impressione complessiva di una società che funziona in modo ordinato.
Quella che gli autori chiamano “intelligenza collettiva” è in effetti nient’altro che la “conoscenza dispersa” di Friedrich von Hayek, che caratterizza il mercato e che segna una differenza fondamentale con la politica. Quali sono le conseguenze politiche dell’ignoranza del singolo? In democrazia le decisioni sono collettive, ma in un senso diametralmente opposto: non disperse, secondo il principio della “divisione del lavoro cognitivo”, bensì centralizzate. A differenza del mercato, la politica fagocita l’ignoranza dei singoli in un’ignoranza collettiva, in cui le decisioni della maggioranza sono imposte attraverso un computo che non tiene conto della distribuzione delle conoscenze. Come uscirne? Riducendo le dimensioni dei governi secondo alcuni (Somin) o gli spazi democratici, a beneficio degli esperti, secondo altri (Brennan). Sloman e Fernbach si rifanno invece alla teoria dei nudge di Thaler, in cui la politica non costringe ma “spinge” gli individui a compiere scelte più sagge di quelle che compierebbero da soli. Il che riapre la vexata quaestio di chi custodisce i custodi, e di quali garanzie abbiamo che l’intelligenza individuale dei politici non sia soggetta alle stesse illusioni che colpiscono la mente degli altri.

 

L'ILLUSIONE DELLA CONOSCENZA
Steven Sloman e Philip Fernbach
Raffaello Cortina, 316 pp., 26 euro

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