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Burckhardt e Nietzsche

Manfred Posani Löwenstein
Edizioni della Normale, 182 pp., 10 euro

14 Febbraio 2018 alle 08:30

Burckhardt e Nietzsche

Nel 1871, alla falsa notizia che gli incendi delle folle comunarde di Parigi avessero distrutto opere del Louvre, Nietzsche, sconvolto, andò in cerca del venerato Jacob Burckhardt, i cui scritti sulla Grecia, il Rinascimento e il ruolo dei “Grandi Uomini” avevano significato così tanto per lo sviluppo del suo stesso pensiero, in alcuni dei suoi leitmotiv più decisivi. Da principio non lo trovò, perché, quasi telepaticamente, lo studioso aveva avuto la stessa esigenza ed era uscito a sua volta a cercarlo. Si strinsero la mano, commossi. Ci sono gesti che paiono racchiudere tanto d’una relazione. Così è di questa mutua ricerca, e di questo incontro parzialmente mancato. Tra i due si verificò spesso una complessa sfasatura, per cui le manifestazioni di gratitudine e gli scritti di Nietzsche parevano affondare nello stagno d’un affettuoso riserbo e distacco. E se Burckhardt riconobbe ammirato che Nietzsche “aumentava l’indipendenza del mondo”, pure si ammantò spesso d’un silenzio che tradiva un turbamento profondo, composto al tempo stesso di impacciata distanza e profonda compassione. Nietzsche era al tempo stesso affascinato e ferito da tali silenzi dello storico, e questi fu forse l’unico a intuire la profonda, dolorosa solitudine esistenziale che già si annunciava nelle lezioni del giovane filologo. Una dinamica, per certi aspetti, non dissimile da quella vissuta tra Wilde e Pater, che vide nel più giovane ammiratore l’incarnazione tragica di alcune sue intuizioni, portate alle loro estreme conseguenze. Il bel volume di Löwenstein investiga appunto sfumature, dettagli, sfaccettature di questa complessa interazione di Nietzsche con un esponente di spicco del suo “passato prossimo”, e comprende anche un interessante contributo di Burckhardt stesso sulla cultura parigina ottocentesca, ambiente che egli conobbe effettivamente in giovinezza, mentre Nietzsche rimase sempre lontano da tale centro nevralgico e banco di prova per lo sviluppo di Bakunin, Marx, Herzen. Anche nelle critiche di Burckhardt all’“eterno vivere alla giornata” del nuovo panorama culturale dominato dalla stampa, senza che tale pessimismo aristocratico si crogioli in mitologie consolatorie, sta la riprova, secondo Löwenstein, di “quanto fosse ricca la piattaforma del pensiero conservatore”. Nelle varie sovrapposizioni e differenze tra gli scritti dei due autori emerge così al tempo stesso una difficile compresenza di idealizzazione e “parricidio silenzioso… se confrontato con una lunga serie di parricidi urlati ai quattro venti: Wagner, Schopenhauer, il cristianesimo e la filologia”. Questo perché Nietzsche, in fondo, non ha annunciato una novità. La morte di Dio era già stata proclamata. Ma nessuno come lui è continuamente “tornato sulla scena del primo delitto – della sua prima illusione perduta – per rivolgergli un’ultima domanda con cui ha preso congedo da tutti i suoi affetti, consumati al fuoco di un’esperienza intellettuale inflessibile: che cosa ho perso veramente?”. 

 

BURCKHARDT E NIETZSCHE
Manfred Posani Löwenstein
Edizioni della Normale, 182 pp., 10 euro

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