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recensioni foglianti

Diario di uno scrittore in pigiama

Dany Laferrière
66thand2nd, 267 pp., 17 euro

17 Gennaio 2018 alle 08:35

Ci sono libri da considerare decaloghi, riti propiziatori, viatici per introdurci in un mestiere, per rendere edotto chi sta dall’altra parte, per spiegare la tecnica a un esordiente: un modello privilegiato per un’ispirazione fulminea. Uno di questi testi lo ha scritto l’haitiano naturalizzato canadese Dany Laferrière. L’uomo si mette a nudo e scrive in prima persona, con un linguaggio che assume consistenza. Chi è un romanziere con il taccuino nella tasca, che prende appunti dovunque si trovi? Come si pone dinanzi al foglio bianco mentre cerca dettagli apparentemente insignificanti? E’ sempre disposto a ricevere la “rivelazione” che lo tocchi nel profondo? Ha dei segreti per ideare le sue storie? In casa può conservare un pigiama come abito di lavoro: una forma scaramantica per sentirsi a suo agio. Laferrière, in effetti, rimane in abiti domestici per rendersi conto, sin dalle battute iniziali del suo diario, che sta svolgendo un lavoro manuale, ma con la penna. “Ero appena fuggito da una dinastia insensata per ritrovarmi a fare l’operaio nel nord America dove i neri sono ancora considerati cittadini di serie B”. Laferrière scrive, scrive. Parla con i suoi interlocutori immaginari senza emettere un suono. La sua è una lunga avventura accompagnata da slanci e angosce, da euforia e tristezza. Per scrivere bisogna sentire la vita, lasciarsi afferrare le energie fisiche e mentali. Il romanziere non può considerarsi uno scattista che corre nel breve, ma un periglioso maratoneta. L’autore crede nella letteratura dell’esperienza, tanto da dire che le storie dovrebbero influire sul modo di vivere. Ma prima di scrivere bisogna leggere, imponendosi un rigore volto alla conoscenza della letteratura. Nel decalogo Laferrière ci informa che lo stile è fondamentale. Cita Omero, Orazio, Moravia, Fellini, l’amatissimo Borges, nonché il critico più esigente, spietato: lo scrittore stesso che si rilegge, che non si piace, che cestina ciò che ha elaborato nella sua altalena emotiva. Le pagine balbettanti possono farsi belle solo “braccando” le parole. L’alfabeto di Laferrière si sofferma sul luogo: “Un libro può esigere di essere scritto in un luogo preciso, sebbene lo scrittore creda di aver trovato il proprio spazio in via definitiva”. Il corpo del testo si fa organismo vivente come il posto in cui si scrive. Del resto esistono autori che lavorano solo in aereo o in treno. Smettere di scrivere appena si avverte il sonno: ecco un’altra indicazione, al pari della necessità di osservare chi ci è più vicino, i componenti della famiglia, “dove si ha tutto a portata di mano”. Le descrizioni della vita quotidiana, le illuminazioni notturne, il passato remoto, l’infanzia, il desiderio sono i principali ingredienti di cui ci si serve. Non manca la polemica contro il giallo e l’horror, un genere che Laferrière non ama perché in esso vede la “banalizzazione esasperata della morte”. “La semplicità è il culmine dell’arte”, conclude, specie quando si ha la sensazione che un fatto possa accadere a chiunque. La strada la troviamo d’istinto, ci viene a cercare. Basta guardare e ascoltare. Il bravo scrittore è necessariamente un introverso.

 

DIARIO DI UNO SCRITTORE IN PIGIAMA
Dany Laferrière
66thand2nd, 267 pp., 17 euro

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