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L'ospite d'onore

Joy Williams, Black Coffee, 664 pp., 18 euro

27 Dicembre 2017 alle 10:39

L'ospite d'onore

A Joy Williams interessa il paesaggio. Le serve per mostrare che grande fastidio rappresenti, per il pianeta, l’essere umano. La sua insignificanza gigantesca, ma violenta, invadente e per questo tanto determinante. La sua vita destinata a rimanere inconclusa e per questo, solo per questo, diversa da quelle di tutti gli altri popoli della terra, sui quali, allora, miseramente, si rivale, si vendica, si sfoga. E se ora vi dico che Joy Williams non ha mai scritto al computer, perché non ce l’ha, così come non ha connessione a internet e usa la macchina da scrivere e indossa sempre gli occhiali da sole, di giorno e di notte, dentro e fuori, voi v’immaginerete una specie di Jonathan Franzen e penserete, quindi, di conoscere già l’articolo e poter passare avanti. Non fatelo. Joy Williams non c’entra niente con nessuno, con niente, soprattutto non c’entra con le spiegazioni. Black Coffee, la casa editrice che l’ha portata in Italia dall’America, con questa raccolta di racconti luccicanti e spietati, nettissimi, dove l’agire umano non conta mai quanto lo sfondo – le cose, il mare, il deserto, la strada, le macchine –, ha chiesto a Jonathan Lethem, scrittore (newyorchese: badate che conta) di parlare di lei agli italiani e lui ha detto “se volete capire l’America di Trump, leggete il racconto Carità”. Siamo al confine tra Messico e Arizona, una coppia vede una famiglia ferma alla pompa di benzina, non ha i soldi per fare rifornimento. L’uomo non intende aiutarli: vuole solo partire e arrivare il prima possibile a Santa Fé, “un luogo civilizzante che ci renderà civili”. Indossa una cravatta che raffigura un nativo americano in una scena dalla storiografia scorretta: per questo, il suo venditore gliel’ha venduta a un prezzo maggiorato. L’errore la rende unica, esemplare. La donna, invece, ha bisogno di un’agnizione, di mostrarsi diversa, morale, correttiva: non appena lui scende dalla macchina, lei fa marcia indietro, raggiunge quella famiglia, offre cinquanta dollari anziché venti. In tutto quello che succede da quel momento in poi, però, non fa che desiderare che l’avventura finisca e si chiuda, così potrà ricordare per sempre di aver fatto del bene a qualcuno. Il gretto si salva, lei sprofonda. Quella che per Lethem è l’America di Trump, però, non è solo l’America di Trump: è l’umanità. Il talento di Joy Williams sta nel raccontare, con grande decisione, lo scontro tra persone che si ostinano a rincorrere il senso ultimo delle cose e quelle altre che, invece, s’abbandonano alla sua mancanza. Non è un caso che il mare, dove o s’annega o si naviga, sia l’elemento che ricorre di più in tutta la raccolta (più di quaranta racconti, tutti brevissimi). Dopo ci sono i mattoni, la calce, le case. Il problema del Vermont è che ci sono molte iscrizioni che la gente crede essere antiche e che, in realtà, non sono nient’altro che i segni lasciati dagli aratri o dalle radici degli alberi, dice uno dei protagonisti di Estate. E aggiunge, sorridendo: “Alcuni, tuttavia, vengono tradotti comunque”. Duemila anni di tentativi chiusi in questa scena, che non dice che tutto sia inutile. Tutto è una domanda: di questo Joy Williams è la voce. 

 

L'OSPITE D'ONORE
Joy Williams
Black Coffee, 664 pp., 18 euro

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