Kierkegaard e Sankara

Edoardo Rialti

Raimon Panikkar, Jaca Book, 104 pp., 16 euro

Con eccessivo eppur utile schematismo, l’antropologo Harari distingueva tra religione e spiritualità: la prima costituirebbe una serie di risposte, la seconda un gorgo di domande, che si rinnovano ogniqualvolta un determinato sistema di credenze si sclerotizza. E certamente Kierkegaard e Sankara sono stati entrambi una rinnovata e inquieta onda spirituale, che ha investito e sfidato i rispettivi ambiti religiosi: “Due pensatori che possono, senza dubbio, essere presi come simboli delle rispettive culture. Essi possono incarnare la mentalità dei due mondi presi in esame, il cristiano e l’indù e, benché vissuti in tempi già passati, possono, in un certo senso, impersonare la crisi odierna e rappresentare la peculiarità del tempo presente”. Proprio alla suggestiva integrazione tra i loro orizzonti, il sacerdote cattolico-induista-buddista Panikkar (che, scherzando, sosteneva di non avere alcuna carta d’identità) ha dedicato questo suggestivo corso presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, i cui spunti sarebbero poi confluiti in alcune delle sue opere successive e più celebri . Il confronto tra il teologo danese ottocentesco, che sacrifica il suo fidanzamento all’Amore, e il predicatore brahaminico dell’VIII secolo, che si narra fosse entrato nella “vita definitiva” già da bambino, fa risaltare le diverse priorità e impostazioni della ricerca conoscitiva nei mondi culturali di appartenenza: la filosofia cristiano-occidentale è basata sul “primato del principio di non contraddizione, quella indiana dal primato del principio di identità”. Un raffronto sui fondamenti del conoscere (e quindi dell’agire) estremamente utile oggi che “l’etica ha assunto un nuovo significato: si è secolarizzata, sicché seguirla non vuol dire più partecipare all’ordine universale, ma semplicemente adempiere ai propri doveri”. La riflessione di Kierkegaard si impernia tutta sullo straziante salto della fede di Abramo, mentre per Sankara proprio tale “salto non può avvenire, perché manca il piedistallo, la base per poterlo realizzare; perché l’ego, che serviva per compierlo, in definitiva non esiste”. Eppure sguardi tanto diversi non sono affatto inconciliabili, anzi. Panikkar è convinto dell’assoluta necessità d’un confronto aperto e fecondo “fra queste due culture, che forse sono giunte all’esaurimento delle loro proprie possibilità. Questo ci permetterà di concludere che ciascuna delle due può trovare nell’altra un qualche elemento vitale che le dia la possibilità di rinnovarsi e di superare la crisi” della modernità. Questo perché “l’effetto di ogni comprensione è un’assimilazione, lasciarci convincere da ambedue le parti: chi vuole capire una cosa per giudicarla e non si innamora un po’ di quello che studia sarà sempre un estraneo”. Cristianesimo e induismo, occidente e oriente possono fecondarsi a vicenda, e un figlio, ripeteva Panikkar, ha tutto il bagaglio dei propri genitori. E qualcosa in più. Qualcosa di nuovo.

  

KIERKEGAARD E SANKARA
Raimon Panikkar
Jaca Book, 104 pp., 16 euro

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