un foglio internazionale
“I miei volenterosi carnefici”. Il racconto di Hirsi Ali
Sotto fatwa islamista, l'attivista descrive come è finita nelle liste nere antirazziste: "C’era già, letteralmente, un bersaglio sulla mia schiena. Quello che ha fatto l’SPLC è stato dipingerne uno più grande sopra e offrire un invito permanente a ogni jihadista in erba con un laptop e un rancore"
4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 12:11 PM

Foto Ansa
"Ottobre 2016, al culmine dell’ondata di terrore islamista che aveva già reclamato il mio amico Theo van Gogh, i vignettisti di Charlie Hebdo, gli spettatori del concerto al Bataclan a Parigi e i clienti del nightclub Pulse a Orlando, il Southern Poverty Law Center (SPLC) si è riunito nei suoi uffici a Montgomery, in Alabama, e ha pubblicato un documento intitolato ‘A Journalist's Manual: Field Guide to Anti-Muslim Extremists’. Il mio nome era lì sopra”. Così Ayaan Hirsi Ali nel Mail on Sunday. “C’erano anche gli attivisti Maajid Nawaz, Daniel Pipes, David Horowitz e una dozzina di altri la cui unica presunta colpa era insistere che l’Islam, come ogni altra tradizione di idee, dovesse essere soggetto a critica, riforma e dibattito pubblico. Voglio essere precisa su quel momento del 2016. Non ero, a quel punto, una persona anonima. Anzi, ero già in clandestinità. L’assassino che ha sparato, accoltellato e decapitato Theo van Gogh, il regista olandese, su una strada di Amsterdam, aveva appuntato con un coltello un biglietto sul petto di Theo promettendo che io sarei stata la prossima. Vivevo già sotto protezione della polizia su due continenti. C’era già, letteralmente, un bersaglio sulla mia schiena. Quello che ha fatto l’SPLC è stato dipingerne uno più grande sopra e offrire un invito permanente a ogni jihadista in erba con un laptop e un rancore. Il ‘Manuale per giornalisti’ era presentato come un avvertimento al pubblico. Per me, era una lista di obiettivi. L’SPLC, da un decennio a questa parte, traffica in qualcosa che riconosco dall’ambiente islamista della mia giovinezza: la lista nera.
Quando Theo è stato assassinato in pieno giorno, era su una lista. Quando i blogger laici bengalesi sono stati massacrati a colpi di machete nel 2015 a Dacca, erano su una lista. Perché l’SPLC, fondato nel 1971 per proteggere i risultati duramente conquistati dal movimento per i diritti civili e che aveva citato in giudizio il Ku Klux Klan fino a mandarlo in bancarotta, ha iniziato a usare questi metodi di intimidazione? Ora, forse, lo sappiamo. Già dal 2014 l’SPLC sembra aver abbandonato la sua missione ed essere diventato una macchina per raccogliere fondi che aveva bisogno di un flusso costante di nemici per giustificare la propria esistenza.
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sostenuto in un atto d’accusa che per otto anni l’SPLC ha pagato segretamente più di tre milioni di dollari a membri del Ku Klux Klan, del National Socialist Movement e di altre organizzazioni altrettanto abominevoli affinché diventassero loro informatori. Questi infiltrati nei gruppi d’odio avrebbero fornito all’SPLC informazioni che l’SPLC ha poi usato per raccogliere altre donazioni. Secondo l’atto d’accusa, l’SPLC ha trasferito 270.000 dollari in diversi anni a un individuo che internamente designava come ‘F-37’. F-37 sedeva presumibilmente nella chat di leadership online che ha organizzato il raduno ‘Unite the Right’ del 2017 a Charlottesville, ha scritto post razzisti ‘sotto la supervisione dell’SPLC’ e ha aiutato a organizzare i trasporti per i partecipanti al raduno. L’organizzazione che ha messo il mio nome in una lista nera per giornalisti per aver criticato l’Islam politico sembra aver scritto, negli stessi anni, assegni a un uomo che ha aiutato a organizzare una parata con fiaccole a Charlottesville, durante la quale i manifestanti gridavano ‘Gli ebrei non ci sostituiranno’. I soldi dei donatori liberal di Brooklyn e Berkeley — soldi dati, presumibilmente, per combattere l’odio — sarebbero stati dirottati attraverso entità di comodo con nomi come ‘Fox Photography’ e ‘Rare Books Warehouse’ per aiutare a organizzare un raduno nazista, in modo che l’SPLC potesse poi raccogliere fondi condannando il raduno nazista.
Alla fine dell’ultimo anno fiscale, il patrimonio dell’SPLC superava i 730 milioni di dollari. E’ difficile inventare un circuito chiuso più perfetto. Se Kafka fosse vissuto abbastanza per vederlo, si sarebbe ritirato dalla satira con la motivazione che la realtà lo aveva reso superfluo. E quello, naturalmente, era solo una parte dello schema dell’SPLC. Perché se il Klan vero non produceva abbastanza materiale, c’erano sempre musulmani riformisti, cristiani evangelici e mamme conservatrici da arruolare nel ruolo. Ma ampliando la definizione di ‘odio’ fino a includere me, il Family Research Council, Moms for Liberty e PragerU, l’SPLC ha sabotato la propria lotta contro il bigottismo e l’ingiustizia. Quando tutto è odio, niente lo è. Quando un’ex musulmana somala che si batte contro i delitti d’onore viene messa nella stessa tassonomia del National Socialist Movement, la categoria diventa una barzelletta e i veri malvagi sono gli unici a ridere. Ho osservato, con un senso di nausea familiare, figure come Nick Fuentes – un autentico ammiratore di Hitler che nega l’Olocausto in video e dice al suo pubblico maschile giovane che gli ebrei sono il nemico – cavalcare questa confusione fino al mainstream. L’SPLC non ha creato Fuentes. Ma gridando al lupo per decenni contro ogni nonna conservatrice con un gruppo di studio biblico, ha contribuito a garantire che, quando è arrivato un lupo vero, metà del paese avesse esaurito la capacità di allarmarsi. Da vent’anni mi sento dire da persone, molte delle quali intelligenti e benintenzionate, che le mie paure sulle liste nere ideologiche erano esagerate. Che le persone che costruivano queste liste erano i buoni. Che dovevo fidarmi delle istituzioni. Ma vent’anni fa, l’idea che la principale organizzazione ‘anti odio’ del paese avrebbe scritto assegni al vero organizzatore di Charlottesville sarebbe suonata come il delirio di un uomo che urla ai piccioni. Oggi è in un atto d’accusa federale”.
(Traduzione di Giulio Meotti)