Il liberalismo non è progressismo

“E ora più che mai va difeso dal grande assalto iconoclasta in corso”, scrive Douglas Murray sullo Spectator

Questo articolo è stato pubblicato su Un Foglio Internazionale spunti e segnalazioni dalla stampa estera a cura di Giulio Meotti


 

“Da qualche anno va di moda parlare della fine del liberalismo”, scrive Douglas Murray sullo Spectator: “Ma nei giorni in cui le folle devastano le città, le prove diventano sempre più schiaccianti. La crescente intolleranza verso la libertà di stampa, la difficoltà di confrontarsi, e il modo in cui gran parte dell’establishment britannico, inclusa la polizia, sente il bisogno di mostrare la propria vicinanza alla causa – come se avesse paura di finire dalla parte sbagliata – indicano qualcosa di più grande di una crisi di fiducia. Indicano una malattia profonda. Ogni giorno la rivoluzione culturale avanza; gli iconoclasti che hanno attaccato il Cenotafio e la statua di Churchill cercano nuovi modi per sfogare la propria rabbia. L’università di Liverpool ha deciso che le residenze studentesche intitolate a Gladstone verranno rinominate dopo che i manifestanti hanno fatto notare che il padre dell’ex premier possedeva degli schiavi. Ci troviamo di fronte alla morte dell’idea liberale. Certo, il ‘liberalismo’ è sempre stato un termine ampio: la definizione è diventata ancora più vaga da quando gli americani l’hanno resa un sinonimo di ‘progressista’. Ma il liberalismo incorpora le fondamenta dell’ordine politico occidentale, tra cui l’uguaglianza, lo stato di diritto e la libertà – inclusa la libertà di espressione che permette alle buone idee di prevalere. Negli ultimi anni, la sinistra ha accusato i politici di destra eletti dal popolo di volere cancellare la democrazia liberale. Ma in Gran Bretagna la più grande minaccia al liberalismo politico non arriva dalla destra conservatrice, ma dalla sinistra radicale. Nelle ultime settimane molte persone ben intenzionate hanno versato quasi un milione di sterline nelle casse di Black Lives Matter Uk, sperando di aiutare un movimento che avrebbe aiutato a sua volta i neri. Blm Uk descrive così i suoi obiettivi: ‘La distruzione dell’imperialismo, capitalismo, supremazia dei bianchi, patriarcato e strutture statali’. Oltre a volere distruggere una minaccia inesistente (‘l’imperialismo’), questo gruppo intende fare precipitare l’economia e alterare i rapporti tra sessi (descritti come una forma di ‘patriarcato’). Questo non è il liberalismo, ma un genere di radicalismo di estrema sinistra che è diventato molto familiare di recente. Anche i media hanno le loro colpe, avendo scelto di difendere questi episodi di violenza ed eliminare non solo chi dissente ma, come mostra il caso del New York Times, chiunque aiuta a pubblicare le idee di chi dissente. Bari Weiss, uno degli ultimi liberali rimasti in quel giornale, ha spiegato la scorsa settimana che i giornalisti ultra quarantenni (così come molti altri) immaginavano che i giovani avrebbero condiviso le loro idee liberali. Poi hanno scoperto che i ragazzi preferivano il ‘securitarismo’ al liberalismo, e ‘il diritto delle persone di sentirsi emotivamente e psicologicamente al sicuro’ piuttosto che ‘i valori liberali come la libertà di stampa’. In realtà la divisione è ancora più grande, e oggi giorno riguarda quasi tutto. Se la mente liberale è curiosa, quella antiliberale è dogmatica. Se la mente liberale è in grado di perdonare, quella antiliberale crede che un singolo errore sia necessario per ‘cancellarti’. E se la mente liberale ha ereditato l’idea che bisogna amare il prossimo, quella antiliberale scalpita per scagliare la prima pietra. Anche l’analisi storica è molto diversa. I liberali comprendono che le persone agiscono sulla base del pensiero prevalente nella loro epoca, e il compito degli storici è quello di guardare al passato con comprensione, nella speranza di essere a loro volta compresi. La mente libera disprezza questo ragionamento, e crede che chiunque sia nato prima dell’anno zero sia un bigotto.

  

I lettori dello Spectator da tempo hanno intuito ciò che sarebbe arrivando. Quando questa rivista ha raccontato gli Studenti Conformisti (Stepford Students in inglese, ndt), ci è stato chiesto perché gli avessimo dato così tanta importanza – gli studenti sarebbero cresciuti. E lo hanno fatto, però non sono cambiati affatto. I gesti simbolici delle grandi aziende – ad esempio, il numero crescente di addetti alla diversità – sono stati trattati con sufficienza. Come ha scritto il giornalista americano Andrew Sullivan (lui stesso è stato messo a tacere), ‘oggi viviamo tutti in un campus’. Passo dopo passo, il settore pubblico e privato britannico si sono impegnati a praticare delle idee quasi indistinguibili da quelle dei manifestanti che sono scesi in strada nelle ultime settimane. Questa etica pretende che la nostra società prenda parte a una serie di battaglie identitarie destinate a terminare, anziché sovvertire, ogni idea di tolleranza. Questo problema nasce dai giovani che escono dall’università, dove imparano a odiare la nostra società. Credono che il nostro mondo sia segnato dall’oppressione di alcuni gruppi: una storia vergognosa e un presente vergognoso. Oggi queste persone usano la loro retorica aggressiva per intimidire i loro superiori, costringere tutti a sposare il loro punto di vista e rendersi intoccabili. Come tutti i movimenti di successo, denunciano un problema reale. Le diseguaglianze esistono, in Gran Bretagna come in tutte le società. La gente ragionevole dissente su come risolvere questo problema. Ma i nuovi liberal radicali non condividono questa preoccupazione. Per loro ogni forma di diseguaglianza (finanziaria, familiare, sociale, neurologica) è frutto dello stesso male: la discriminazione. Un problema da ‘affrontare’, ‘eliminare’ e di cui bisogna cancellare ogni traccia. C’è ancora molto lavoro da fare…

  

I giovani radicali stanno inconsapevolmente sovvertendo uno dei più grandi contributi al pensiero liberale: quell’aspirazione espressa da Martin Luther King mezzo secolo fa. Quando King parlava del bisogno di giudicare una persona dal contenuto del proprio carattere e non dal colore della pelle, stava svelando l’unica soluzione. Un anno prima di morire, King disse in un discorso: ‘Saremo insoddisfatti finché non arriverà il giorno in cui nessuno urlerà Potere bianco!, e in cui nessuno urlerà Potere nero!, ma in cui tutti parleranno del potere di Dio e del potere degli uomini’. I successori di King si sono sforzati per vanificare quel sogno. Per aggredire la supremazia dei bianchi hanno finito per riaffermare la supremazia dei neri. E per compensare le sofferenze di molte persone morte pretendono degli enormi trasferimenti di denaro da un gruppo razziale all’altro. In realtà stanno nuovamente dividendo la nostra società lungo linee razziali. Ogni movimento secondo cui ‘le cose vanno così male che dobbiamo distruggere tutto’ deve capire il costo di ciò che ci stiamo lasciando alle spalle. E deve ricordare che è molto più facile distruggere che costruire. Le persone di ogni colore e provenienza sociale devono rispondere con un secco ma cortese ‘no’. Non solo perché le cose che tentano di distruggere sono le uniche in grado di tenerci insieme. Ma anche perché se tutto ciò che ci ha portato fin qui era così brutto, allora ciò in cui stiamo vivendo non sarebbe così eccezionalmente bello”.

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