Nazionalismo e liberalismo possono coesistere. Il caso Boris Johnson
I due ideali che hanno causato la fine del comunismo vengono visti come incompatibili. Il premier britannico può uscire dall’Ue senza chiudersi al mondo
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13 JAN 20
Ultimo aggiornamento: 08:20 AM

Boris Johnson (foto LaPresse)
La scorsa estate ho avuto una discussione stimolante a Mosca con Fyodor Lukyanov, il direttore della rivista Russia in global affairs”, scrive Gideon Rachman sul Financial Times: “Ha spiegato che il premier britannico Boris Johnson aveva sostenuto una ‘Brexit liberale’, e poi si è messo a ridere. Secondo i russi l’idea che la Brexit sia qualcosa di diverso da un colpo durissimo alla causa liberale sembra assurda. Ma chiedersi se Johnson e i brexiters possono pretendere di essere considerati ‘liberali’ non è solo una considerazione accademica. Ha delle grandi implicazioni internazionali, come suggerisce la reazione di Lukyanov. Il 2016 ha consegnato una doppia sconfitta all’internazionalismo liberale sostenuto da Obama e dall’Unione europea: prima c’è stato il voto sulla Brexit, seguito alcuni mesi dopo dall’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti. La marea nazionalista si è alzata con la stessa foga anche al di fuori dell’occidente. La promessa del presidente Xi Jinping di ‘un grande ringiovanimento’ del popolo cinese è una variazione dello slogan di Trump, ‘Make America Great Again’. La retorica di Vladimir Putin è incentrata sulla promessa di restaurare la potenza della Russia, e anche in India il primo ministro Narendra Modi ha auspicato un ritorno alle radici culturali e nazionali. A volte i nuovi nazionalisti descrivono la ‘globalizzazione’ come il loro nemico numero uno. Si lamentano che i ‘globalisti’ sono un’élite internazionale ed egoista, intenta a cancellare i confini e le culture nazionali. Molti liberali (incluso il sottoscritto) credono che l’etichetta ‘globalista’ sia sinistra e senza alcun significato, e spesso viene associata agli assurdi complotti su George Soros o la Commissione trilaterale. Dall’altra parte, molti liberali concordano che il nazionalismo è il loro nemico. I sovranisti danno grande importanza agli interessi di un gruppo etnico o religioso dominante ma spesso sacrificano i diritti dell’individuo o delle minoranze che sono cari ai liberali tradizionali. L’ultimo esempio è arrivato dall’India, dove il governo Modi ha approvato una legge sui diritti dei rifugiati che discrimina i musulmani provocando degli scontri a New Delhi e altrove.
L’India non è l’unica democrazia che dà priorità ai diritti di un gruppo di cittadini. Il governo Netanyahu ha approvato una legge che definisce formalmente Israele come uno stato ebraico. La mossa è stata criticata in patria e all’estero per avere relegato gli arabi israeliani allo status di cittadini di seconda classe. In Ungheria il premier Viktor Orbán ha difeso i diritti dei nativi ungheresi, ha costruito dei muri per tenere lontano i rifugiati e proclamato che ‘l’èra della democrazia è finita’. Orbán viene trattato come un eroe da Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump. Al giorno d’oggi sembra chiaro che il liberalismo e il nazionalismo sono nemici. Ma non è sempre stato così. Di recente, nel 1989, il nazionalismo e il liberalismo si sono alleati e insieme hanno messo fine all’impero sovietico. In alcuni paesi tra cui la Polonia e l’Ungheria la richiesta di indipendenza era fortemente legata alla conquista della libertà. Dopo trent’anni alcuni dei governi nazionalisti nell’Europa centrale vedono il liberalismo come il nemico della sovranità nazionale. Questo è avvenuto in parte perché il globalismo liberal ha tentato di incorporare alcune delle sue idee centrali nelle leggi e convenzioni internazionali – ad esempio i diritti dei rifugiati, l’indipendenza dei tribunali e la libertà di investire.
Per i nazionalisti conservatori come Viktor Orbán o il leader polacco di Diritto e Giustizia, Jaroslaw Kaczynski, questa istituzionalizzazione del liberalismo è inaccettabile perché limita la possibilità dei governi di imprimere dei cambiamenti radicali. Ivan Krastev e Stephen Holmes spiegano nel libro ‘The Light That Failed’ che i nazionalisti dell’Europa centrale ripudiano la democrazia liberale perché offre ‘solo delle vittorie provvisorie. Nega ai vincitori delle elezioni la possibilità di un’affermazione completa e definitiva’. I vincoli del diritto internazionale sono particolarmente stretti all’interno dell’Ue. I brexiters hanno sempre sostenuto che la Gran Bretagna potrà riprendere il pieno controllo sull’immigrazione solo al di fuori dall’Ue, che impone l’obbligo legale di accettare la libertà di movimento tra i paesi del blocco. Questi vincoli alla libera azione hanno consentito a Boris Johnson di promettere in campagna elettorale che la Gran Bretagna ‘riprenderà il controllo’ delle ‘nostre leggi, soldi e confini’. Johnson considera la Brexit come una battaglia liberale che consentirà alla Gran Bretagna di rinvigorire la democrazia nazionale.
Molti continueranno a essere scettici riguardo all’idea che Johnson sia un liberale. Ma il premier ha davanti a sé cinque anni in cui dimostrare di meritarsi l’etichetta. Finora i segnali sono contraddittori. I precedenti di Johnson sui temi di politica estera suggeriscono che non si vuole allineare del tutto alla nuova agenda nazionalista. Ad esempio, ha assunto delle posizioni ‘liberali’ sul cambiamento climatico e sull’Organizzazione mondiale del commercio, schierandosi a fianco dei trattati e delle istituzioni internazionali. Tuttavia, in patria gli scagnozzi di Johnson hanno suggerito delle idee pericolose come aumentare il controllo del governo sui tribunali e sulla Bbc. Ma nulla è ancora scritto. Nei prossimi cinque anni Johnson ha l’opportunità di dimostrare che il nazionalismo liberale non è un ossimoro. Speriamo che la sfrutti fino in fondo”.
(Traduzione di Gregorio Sorgi)