cerca

Non lasciamo che siano Pechino o i sauditi a dettarci le regole della libertà di parola

Le compagnie tecnologiche globali sono burocrazie che preferiscono l’uniformità. Kevin D. Williamson contro il cosmopolitismo repressivo in un articolo della National Review

7 Gennaio 2019 alle 10:33

Non lasciamo che siano Pechino o i sauditi a dettarci le regole della libertà di parola

Foto LaPresse

Nel romanzo Thank you for Smoking, Christopher Buckley offre una descrizione ironica di un concetto utile: “La difesa dello yuppie di Norimberga” – scrive Kevin D. Williamson. I lobbisti si comportano in modo disonesto per compiacere i loro padroni nel mercato del tabacco, dei liquori e dei fuochi d’artificio, e si giustificano dicendo: “Sto solo pagando il mio mutuo”.

E’ un’idea divertente, che però è legata a un ragionamento politico. Fa parte di una tendenza più ampia verso un realismo – lascio stare quei “realisti” che spesso non lo sono – di cui tutti abbiamo sentito parlare negli ultimi anni, specialmente dai conservatori alla ricerca di una giustificazione morale per abbandonare i vecchi princìpi per la conquista del potere. “Non sai come si combatte, come si vince”, loro dicono, e deridono gli addetti ai lavori sfigati di Washington. Loro pensano di essere gli Uomini del Mondo. Le aziende sono piene di questo genere di persone, che si distinguono per la tendenza di parlare con grande autorità di cose di cui non sanno nulla. A prescindere dalla difficoltà o dalla complessità del problema, la loro soluzione è sempre la stessa: “Devi essere duro!”. Se solo Dwight Eisenhower avesse pensato a quella semplice soluzione prima di mettere così tanto impegno nell’Operazione Overlord.

 

Questo fa parte del culto della “durezza” descritto da Julien Benda nel Tradimento dei chierici. L’esaltazione della durezza e “il disprezzo per l’amore – la pietà, il carattere, la benevolenza”, questi presunti pragmatici diventano “i moralizzatori del realismo”, e “proclamano la nobiltà morale della durezza e la viltà della carità”. Sono dei nietzschiani da bar, ma spesso le sedie da bar vengono collocate davanti alle telecamere dei programmi televisivi.

 

Un’altra mutazione di questa tendenza è quella di giustificare gli abusi degli uomini d’affari e delle loro aziende su una base fiduciaria, ovvero proclamando che la disonestà fa parte delle pratiche di “una buona azienda”. Gli esempi abbondano, e molti coinvolgono quella che George Sorel avrebbe descritto come “la superba bestia bionda che vaga in cerca della preda”. […]

 

Al momento Netflix è sotto accusa per avere censurato un episodio di Patriot Act con Hasan Minhaj, che era critico contro il principe saudita e il sovrano di fatto Mohammed bin Salman. La decisione è arrivata dopo le lamentele del governo saudita, una monarchia che vuole essere presa ancora sul serio. Netflix ha seguito la solita linea aziendale, e ha scritto la seguente dichiarazione: “Siamo a favore della libertà artistica e abbiamo rimosso l’episodio in Arabia Saudita solo dopo avere ricevuto una richiesta legale valida – vogliamo obbedire alle leggi locali”. La nota è chiaramente falsa: un’azienda che “si batte a favore della libertà artistica” avrebbe fatto qualcosa per difendere quella libertà.

 

Netflix sta mettendo in pratica la cosiddetta “Difesa Aziendale di Norimberga” (Ho fiducia che il mio ex allievo del Daily Texan, Mike Godwin, non contesterà il mio paragone implicito). Stanno solo seguendo le leggi locali. Facebook sta reclamizzando questo fatto e lavora diligentemente per obbedire alle leggi europee che vanno contro i principi di libertà di stampa in vigore in America. In Austria, ad esempio, consegnare una copia del Mein Kampf è un crimine penale che, in teoria, potrebbe essere punito con 20 anni di reclusione. (Gli austriaci non sono altrettanto severi quando devono applicare queste punizioni). La Germania e altri paesi europei proibiscono la formazione di alcuni partiti politici, un gesto chiaramente antidemocratico e illiberale.

 

Dunque, le compagnie tecnologiche americane si trovano in una situazione scomoda. Vogliono fare affari all’estero, naturalmente, ed è normale per loro obbedire alle leggi locali sulle tasse e sui diritti dei lavoratori. E’ difficile immaginare una ragione aziendale per obbedire alla violazione della libertà di espressione in un paese più o meno libero e democratico dell’Europa ma rifiutarsi di fare lo stesso in Cina e in Arabia Saudita.

 

Il problema è che le grandi aziende sono delle burocrazie, e come tutte le burocrazie preferiscono tutto ciò che è regolare e normale. Il New York Times offre una chiave di lettura molto divertente degli sforzi di Facebook di controllare la libertà di stampa secondo un principio di uniformità: “L’obiettivo della compagnia è ambizioso: ridurre le domande più controverse, quelle che metterebbero in difficoltà anche uno studio di avvocati – Quando è offensiva un’idea? Quando è pericolosa? – secondo una regola che vale per ogni circostanza. Facebook spera di essere costante e di tutelare la propria imparzialità”.

 

Ci è voluto molto tempo per l’etica dell’Internet per passare da “L’informazione deve essere libera” a “Seguire le regole ciecamente”. Il pericolo è la dinamica delle emissioni californiane, ovvero la tendenza ad applicare i criteri più duri e restrittivi e trasformarli nei criteri universali. Negli Stati Uniti, 16 stati seguono lo standard delle auto-emissioni californiane anziché lo standard nazionale. Allo stesso modo, esiste la tentazione di trasformare la Cina nell’arbitro internazionale della libertà di stampa per le aziende tecnologiche. Se tu pensi che l’attaccamento alla libertà artistica basterà per evitare questa tendenza, prova ad andare al cinema: il remake di Alba Rossa era inizialmente sull’invasione cinese degli Stati Uniti; dopo le proteste di Pechino, la trama parla di un’invasione della Corea del Nord. Il New York Times si arrende alla censura internazionale.

 

Io sono generalmente a favore di un cosmopolitismo libero e aperto. Ma la virtù del cosmopolitismo è che consente il movimento libero delle persone e dei capitali – e, soprattutto, delle idee. Un cosmopolitismo repressivo che delega il giudizio a Riyad o a Pechino non ha alcun valore intellettuale. In questo caso, chiamatemi un nazionalista: sono felice che Netflix possa esportare il lavoro di Hasan Minhaj, ma sarei più felice se si impegnasse a esportare anche il primo emendamento. Ovviamente Netflix fa solo ciò che è buono per i suoi affari. Anche IG Farben (l’azienda chimica tedesca che produceva i gas, ndr) faceva così; i suoi direttori sono stati processati e 13 di loro sono stati condannati a Norimberga.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi