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La terza fase della politica di Trump

Si deve ancora capire quale direzione vorrà dargli, scrive il Wall Street Journal

22 Dicembre 2018 alle 06:14

La terza fase della politica di Trump

Donald Trump (Foto LaPresse)

La politica estera del presidente Trump ha attraversato due fasi: una più contenuta e l’altra più turbolenta. La terza e decisiva fase sta prendendo forma in questo periodo”, esordisce sul Wall Street Journal il professore di relazioni internazionali Walter Russel Mead. “Per gran parte del suo primo anno in carica, Trump si è mosso sullo scacchiere internazionale con cautela, affidandosi a consiglieri mainstream. La scorsa primavera, con l’uscita di scena di H. R. McMaster e Gary Cohn, Trump ha fatto passi più radicali, dando avvio a guerre tariffarie in giro per il mondo e buttando a mare il trattato di libero commercio in nord America (il Nafta, ndt), l’accordo sul nucleare iraniano, il trattato Inf e l’Unione postale universale.

 

Per i critici di Trump, questa seconda fase è stata catastrofica. Il potere americano, sostengono, dipende dalle istituzioni (multilaterali, ndt). Trump le sta indebolendo, alienandosi il supporto degli alleati. Il presidente sta segando il ramo su cui siede. I suoi sostenitori, invece, dicono che sta mettendo il potere americano su un sentiero più sicuro, estirpando le erbacce del passato e obbligando gli altri a pagare il dovuto, assicurandosi che gli Stati Uniti beneficino di più dal commercio internazionale. Le ragioni contrarie ai cambiamenti internazionali portati da Trump sono meno solide di quanto non creda l’establishment di politica estera.

 

Vi sono senz’altro pericoli nell’approccio impulsivo del presidente, (di cui alcuni gravi) ma Trump ha un punto importante a suo favore. La visione liberal-internazionalista, secondo cui il mondo è una specie di grande Unione europea in moto perenne verso una sua propria versione di ‘ever closer union’ tramite una crescente rete di istituzioni internazionali, sembra volgere al termine. (…) Se Trump vuole che la sua politica estera sia ricordata come altro da una semplice macchina diplomatica da demolizione, la sua amministrazione deve cambiare marcia velocemente. La distruzione cessa di essere creativa se non porta alla costruzione di qualcosa di migliore.

 

Dopo la prima, cauta, fase e la seconda, quella movimentata, serve una fase volta alla strategia e alla guida politica. Donald Trump ha passato gran parte della sua carriera prepolitica come costruttore immobiliare. Per quanto concerne la politica estera, il Trump presidente ha speso più tempo nel settore della demolizione. E’ probabile che ciò cambi nei prossimi mesi: l’inesorabile pressione degli eventi globali obbligheranno l’amministrazione e definire e a comunicare i propri obiettivi in maniera più chiara. La seconda fase sta lasciando il posto alla terza – conclude Russel Mead – in cui dovrebbe diventare più facile capire dove la sua amministrazione vuole portare il mondo. E se quel progetto sta avendo successo.”

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    22 Dicembre 2018 - 16:04

    Molti anni fa, all'epoca in cui si parlava di riflusso, Altan (vignettista che non rientrava fra le mie preferenze, io apprezzavo Forattini) pubblicò una vignetta in cui Cipputi sostanzialmente affermava "c'è il riflusso moderato, devo essermi perso il flusso progressista". Con tutto il rispetto per il professor Mead io devo essermi perso la fase contenuta della politica estera trumpiana, caratterizzata, fin dall'inizio, da polemiche ed insulti nei confronti di alleati (Canada, Germania, Giappone) e rivali (Cina, Russia - no Russia magari no, ma guarda). Per la terza fase, da passeggero di questo mondo, incrocio le dita.

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