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Così, leopardianamente, tramonta l’AS Roma di Garcia (e Sabatini)

Dal tiki-taka alla vaccinara al declino parallelo con la città. Dunque finisce così l’èra Garcia, l’allenatore della chiesa al centro del villaggio (metafora per beghine da distinti nord) resta senza squadra e senza gloria, non senza stipendio però.

18 Dicembre 2015 alle 10:36

Così, leopardianamente, tramonta l’AS Roma di Garcia (e Sabatini)

Dunque finisce così l’èra Garcia, l’allenatore della chiesa al centro del villaggio (metafora per beghine da distinti nord) resta senza squadra e senza gloria, non senza stipendio però. L’annuncio dell’AS Roma dovrebbe arrivare dopo la gara col Genoa, non stava bene accelerare i tempi ieri, con i giocatori impegnati in una bella e nobile cena di beneficenza. Che Garcia se ne sarebbe andato al più tardi a fine anno lo sapevamo un po’ tutti, il presidente Pallotta l’aveva stabilito a inizio stagione: “Anche se vinciamo lo scudetto, con lui è finita”. Il punto adesso è capire il perché di una sincope che non pareva scritta, seppure qualche segnale di decomposizione s’era avvertito fin dall’anno scorso. Vogliamo cominciare con lo spogliatoio? Proviamo. Francesco Totti è un simbolo, ma ha un ego da gregario: non è mai stato un leader e non poteva certo cominciare in quest’anno folle, in cui ha tifato più che giocare, e in ogni caso senza troppa influenza sulle scelte dell’allenatore e meno che mai sulle bizze dei suoi colleghi bimbiminkia, viziati e superficiali, impigriti e poco professionali. Nemmeno Daniele De Rossi è un capo naturale, non perché gli manchi il carattere ma perché ha deciso così. Un maschio alfa ci sarebbe: Maicon, l’unico che può rivolgere parole di fuoco agli ultimi arrivati (“Ragazzino, io ho vinto il Triplete, tu? Chiudi la bocca e fa’ dieci flessioni” – è successo davvero eh). Ma anche lui è invecchiato, più avulso del solito, e non ha pari grado coi quale mettere su un blocco roccioso per creare amalgama, rispetto, volontà di successo. Gli altri, i potenziali vincenti come Pjanic e i predestinati come Dzeko, si sono presto infighettiti e disamorati. Di chi la colpa? Loro, anzitutto, diciamo pure a metà col mister Garcia.

 

Dell’allenatore ho già scritto cose efferate, con la risolutiva accusa d’essersi romanizzato nel modo peggiore: imburinito, vanaglorioso, un poco pavido e lagnoso. Insomma il peggio del peggio. Ma c’è un ma. Garcia era – e sarebbe ancora – un professionista di tutto rispetto che si è scontrato con una società nuova, acerba e americanomorfa nelle pretese di grandezza (spesso sbagliate) eppure ancora troppo stracittadina nel clima generale. L’assenza di un proconsole di Pallotta, dotato per decreto di voce sola e inappellabile ha reso drasticamente difficile ogni comunicazione con la squadra e i media, e tra questi ultimi e il resto di una dirigenza mediocrissima. Nel vuoto, sono arrivate le assurdità più esiziali, tipo la divisione a metà della Sud. Aggiungici il non-senso d’imporre a Garcia un preparatore atletico sgradito – risultato: questo convoca i giocatori in palestra alle sei, Garcia s’infuria e li convoca mezz’ora dopo e quelli non sanno a chi obbedire temendo d’essere multati dalla società o messi fuori squadra dall’allenatore. Aggiungici un altro strano progetto degli americani, illusi di poter creare un modulo di gioco al computer, ’na mezza specie di algoritmo, per testarlo dalle giovanili fino alla prima squadra e poi farne un format da rivendere (tiki-taka alla vaccinara?). Aggiungici l’incapacità di convincere tifosi e giornalisti (spesso coincidono) che l’AS Roma non è Roma, non è il succedaneo di una Capitale immalinconita e triste, né può essere vittima di questo folle e diffuso bisogno compensatorio che conduce all’identificazione leopardiana tra un club, un’associazione sportiva e la natura materna e matrigna. Ed ecco spiegato, almeno in parte, l’attuale paesaggio di rovine. Qualche competenza s’è fatta largo, negli ultimi due-tre anni, nessuno rimpiange i lati più paesani della presidenza Sensi, quando, per dire, non c’era neppure un ufficio acquisti che certificasse forniture e note spese. Ma è chiaro che non basta. Così come non basterà sacrificare Garcia per un improbabile salvatore di metà stagione, in attesa di quello vero a giugno. Sempre che qualcuno ci caschi.

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