Carandini's complaint

Contro il logorio della vita moderna arriva l’ultimo libro di Andrea Carandini, archeologo e gran borghese “moralista”

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5 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 12:19 PM | 6 MAY 26
Immagine di Carandini's complaint
Si vorrebbe tutti vivere nel mondo carandinico. Non solo per gli asset immobiliari di Andrea Carandini conte e archeologo – il palazzo di via XXIV Maggio a Roma anche noto come “palazzo Agnelli”, per via degli ex attici della Real Casa, oltre al castello e alla tenuta di Torre in Pietra. Ma anche per l’appartenenza a quella che è forse la famiglia più chic d’Italia: conti modenesi (al servizio degli Estensi), ma poi, per parte materna Albertini, imprenditori ed editori del Corriere, quindi buttati fuori da Mussolini ed esiliati a Roma.
Sul palazzo di via XXIV Maggio una bella targa ricorda l’avo giornalista-manager- editore, mentre ormai perfino mettere targhe a ricordo di eroici inquilini è diventato impossibile nel gran condominio italiano 2026: a piazza Navona non si trova un palazzo disposto a ospitare quella dedicata a Marco Pannella; al quartiere Prati nessuno ha voluto correre il rischio di un “qui viveva Matteotti, assassinato da mano fascista” (alla fine avevano deciso di sì, ma togliendo “fascista”, come nella canzone con “essere umano” invece di “partigiano”: poi non se si sa com’è finita). Chissà che assemblee di condominio comunque. Si litiga per molto meno. Forse anche a via XXIV Maggio.
Però che tempi che viviamo, signora mia; e potrebbe essere questo anche il blurb o pitch del nuovo libro carandinico, che invece è molto altro: un piccolo messalino da leggere come Haiku e IChing, o quei libretti smilzi e finali di Hillman, per sopravvivere alla vita moderna.
Alla mia età (Laterza) – titolo da Rita Pavone, poi Tiziano Ferro – diviso in capitoletti, di pronta beva anche per il lettore medio ormai bovinizzato, è un manuale di sopravvivenza e conversazione: per sapere, per esempio, che quando diciamo “è tutto finito” – per i giornali terminali, per i discorsi terminali, per la gente che spara alle manifestazioni (a pallini, perché siamo marginali anche in questo, per fortuna) – in realtà tutto è quasi sempre già successo. Siamo già stati in questo “alto medioevo” che a sua volta ha avuto illustri precedenti: non solo quello classico, ma anche quello dei greci dopo la caduta dei palazzi micenei, intorno al 1200 a.C.
A quasi novant’anni Carandini rivendica la libertà di “dire tutto o quasi”. E infatti lo dice, anzi lo scrive, “grande vecchio” esperto d’antichità e con verve critica sul presente, format prestigioso in cui l’Italia e Roma hanno una certa tradizione, da Federico Zeri a Mario Praz a tanti altri – chissà se gli piacciono i paragoni. Oggi, scrive Carandini, “l’Occidente si è ridotto a una Roma imperiale affollata da una massa con pancia e occhi pieni di pane e circensi, che gestisce il mondo tramite burocrati come gli ultimi Tolomei o gli ultimi Luigi”. Trionfa “una banalità folgorante”: “anche la cultura in prime time si piega all’audience. Addio bellezza e profondità, evviva il numero. Siamo tutti follower, alla mercé di trend imposti da pochi dominatori di cielo e terra, più ricchi di tutti i Cresi messi insieme”. Dai Cresi ai Crazy pizza di Briatore, verrebbe da dire.
Colpa di chi? Della tecnica, sostiene Carandini, “che prima ha liberato tempo per la politica rendendo schiavi i prigionieri di guerra”; poi ci ha rincoglioniti sugli schermi. O delle sempre vituperate élites (il conte-prof è molto severo sulle “esse” ai plurali stranieri). Le élites, nota il professore, “sono sempre state perseguitate dai dittatori proprio perché le uniche in grado di opporsi. Le democrazie liberali si fondavano sull’alternanza delle élites, non sulla loro eliminazione. Oggi invece sono evaporate”.
Risultato: “gli scarti della Prima Repubblica, quelli che un tempo deridevamo, paiono oggi figure di prim’ordine”. E la borghesia, classe a cui rivendica d’appartenere (dunque puntando sul lato materno, invece del patriarcato comitale). Anche quella, finita. “Poca etica protestante”, annota secco.
Siamo piuttosto ridotti ad “adorare merci, denaro, Narcisi e masse”. Che poi il conte-prof, lombardo e industrioso, non si limita al lamento dal palazzo: combatte sul campo, come nella battaglia (già du côté de chez Fai) per difendere le nostre città devastate. Per esempio il mausoleo di Augusto, deforestato dall’amministrazione Gualtieri armata di motosega più che Milei pur dichiarandosi “green” (“ma dei giardini archeologi, storici dell’arte e architetti raramente si curano”).
Il complaint carandiniano ricorda un po’ la Vita bassa di Arbasino, un po’ Pascal, e pure Bouvard e Pécuchet: moralismo nel senso alto dei mores,catalogo di mostri contemporanei con carotaggi nei miti più esotici, con una spruzzata di Lévi- Strauss. Così se da una parte si sfottono gli storici alla moda televisiva, che “discettano di storia eccitando con visioni tanto mirabolanti e roboanti quanto superficiali e fuorvianti sottolineate da una musica incalzante che ingiunge: ‘Emozionatevi!’”, ecco che alla rampogna sul presente arriva in soccorso il carotaggio escapistico.
Con racconti come quello di Giancarlo Scoditti, esploratore italiano formato in Inghilterra, che nel 1973 si butta in mare davanti all’isola di Kitawa, in Papua Nuova Guinea, e viene benissimo accolto dagli indigeni, diventandone il cantore. Si stabilisce lì e diventa lo scrittore deiKitawa Literary Fragments, testi sacri a quelle popolazioni che ne conservano i miti fondativi: “Un antenato androgino, vermiforme come un’iguana, emerso da un buco sacro della terra e capace di generare per partenogenesi un maschio e una femmina, incestuosi e fondatori delle quattro casate matrilineari”. Di nuovo il matriarcato! Insomma scappiamo tutti alle Kitawa, con Carandini che è pure un po’ il nostro Chatwin, però da fermo. Anzi, sul terrazzo,vabbè.