Molto dipendeva da Beaton. Tornano i diari del grande eccentrico britannico

Nello stile delle memorie del fotografo e costumiste inglese pubblicate da Neri Pozza, nelle quali ogni frase è una piuma, lieve ma dal calamo appuntito, si può riconoscere pienamente il carattere dell'uomo: senza anse, vuoti o soste

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2 MAY 26
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Il fotografo Cecil Beaton. Foto LaPresse

Un giorno Cecil Beaton, racconta Hugo Vickers, “inseguì Marilyn Monroe nella sua stanza d’albergo a New York, consumò tre fogli di carta fotografica per i provini, senza mai smettere di chiacchierare con lei, poi affidò le conclusioni raggiunte al diario”. Queste parole sono tratte dall’introduzione al volume Molto dipendeva dal futuro, una selezione dei diari di Cecil Beaton, recentemente pubblicata da Neri Pozza. Marilyn Monroe – di cui quest’anno ricorre l’anniversario - non fu l’unica delle dive ritratte da Beaton con tale vitalità giocosa. D’altra parte, cominciò presto. Nel 1926, a 22 anni, ama già il lusso e vuole conoscere il mondo. Le sue idee sono piuttosto chiare: “Avevo” ricorda “un appetito sfrenato di conoscere più da vicino le persone eccezionali che venivano pubblicate dalla Hogarth Press, dipingevano in colori torbidi e abitavano nelle stanze decorate da Duncan Grant. Bramavo far parte degli habitués alla prima della Phoenix Society o del Gabinetto del dottor Caligari, il film espressionista tedesco”. Si ha l’impressione di un serraglio.
Beaton ha l’abitudine di paragonare i suoi personaggi agli animali, ma, a differenza di un favolista antico o di uno studioso di fisiognomica rinascimentale, non scorge in queste rassomiglianze l’elemento tipico e universale dei vari individui bensì la loro singolarità. Ecco allora Carmel Snow, editor di “Vogue”, ricordargli un fox-terrier, Djagilev una talpa, Colette una vecchia scimmietta e Cocteau, con quelle sue gambe magre e il corpo da fachiro, un passero! Eppure anche a questo impenitente animalier toccò, quasi per trapasso, d’essere associato ad un animale da Violet Trefusis, che lo descrisse: “alto, altero, con la pupilla chiara del rapace, vestito in modo compromettente a causa di un dettaglio nel conformismo del completo: il gilet del Gran Meaulnes o la cravatta da Lord Chesterfield”. Questa predilezione per l’abito eccentrico – che valse in giovinezza un rabbuffo da parte di Noël Coward - doveva accentuare la sua vicinanza ideale al mondo dei volatili non meno dello stile di queste memorie, piene di mordace vivacità, nelle quali ogni frase è una piuma, lieve ma dal calamo appuntito…Vickers, d’altronde, non manca d’inserire il nome del fotografo nella genealogia dei vispi seguaci della Moda, alata dea, appunto. Anche la Trefusis concorda: nel riprendere un motto dello stesso Beaton (“le mode si susseguono, ma la Moda persiste; colui che l’ignora, ignora la vita”), lo disse “attaccato sempre alla truppa leggera che con ali leggere vola per il mondo”.
E il carattere dell’uomo si riflette nel ritmo incalzante della scrittura: senza anse, vuoti, soste, dove spariscono la noia, l’insignificanza, il demone meridiano, l’acedia… Certo, Beaton era uno snob. Molti passi dei suoi diari lo rivelano apertamente: “Nessun dettaglio del loro stile di vita – dice dei suoi mentori e amici, i Sitwell - “era sgradevole o banale. Davano una patina di glamour alla visita all’oculista o al calzolaio”. Come tutte le persone del suo genere, amava provocare e adorava la gente famosa, che per una ragione o per l’altra, si distingue dalla grande massa ordinaria, dalla folla anonima e gregaria. Li ritraeva carichi di gioielli, circonfusi di mistero contro sfondi accuratamente calcolati. Non importava che fossero artisti, politici, scienziati, uomini di teatro o di cinema, importava che fossero eccentrici. Anche i suoi ricevimenti lo erano: l’eclettismo che li animava, la voglia d’impertinenza fa pensare a quelli di un altro snob, il fiorentino Carlo Placci, che si definiva uno shaker umano, abilissimo nel combinare a tavola le personalità più stridenti. Conobbe molti uomini: Churchill, la famosa marchesa Casati, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Gertrude Stein, Picasso…. Conobbe tutti, si potrebbe dire, rimanendo giovane fino alla fine. O almeno tentandovi: il che gli fruttò da parte di un critico il malevolo nomignolo di Rip van With It (storpiatura di Rip van Winkle). Come biasimarlo: la vecchiaia con la sua gravità non si addice agli uccelli.