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Metti Ronconi nel metrò

Michele Masneri

Una delle  incompiute del grande regista teatrale scomparso nel 2015: mettere  in scena un numero del Corriere della Sera nella metropolitana.  Il ricordo di Giovanni Agosti

Sei anni fa se ne andava Luca Ronconi, e tra i progetti mai realizzati del più grande regista teatrale del suo tempo ce n’era uno peculiare che celebrava Milano e la milanesità di una città che, come si è detto molto di questi tempi, è basata sulle persone, sugli scambi, sugli spostamenti frenetici. Insomma di persone che si spostano velocemente (al contrario di Roma, città di spazi vuoti, città tutto sommato silente, che infatti col Covid, deserta, è bellissima).

 

L’idea di Ronconi era mettere in scena il Corriere della Sera. Dalla prima pagina ai necrologi, dallo sport alla pubblicità, alle voci della Borsa. Ma il progetto era che la rappresentazione dello spettacolo, lo spettacolo del giornale stesso, non avvenisse in un teatro, ma dentro la metropolitana milanese. “Una notte, in orario di chiusura al pubblico, gli studenti della scuola di teatro del Piccolo, insieme ad attori professionisti, avrebbero messo in scena le varie parti del quotidiano”, racconta al Foglio Giovanni Agosti, storico dell’arte, amico e biografo del grande regista.

Franco Albini, dettaglio della metropolitana milanese

“Ronconi ha fatto oltre duecento lavori, ma c’erano dei progetti che non è mai riuscito a concludere. I progetti fuori misura sono sempre stati la sua passione e solo raramente è riuscito a realizzarli: tra i più notevoli, ‘Gli ultimi giorni dell’umanità’ di Karl Kraus al Lingotto di Torino, popolato di treni e automobili d’epoca, o il ‘Samstag aus Licht’ di Stockhausen al Palazzetto dello sport di Milano, nel 1984 con le scene di Gae Aulenti. O ancora ‘Infinities’ di John D. Barrow, il testo sulla matematica messo in scena alla Bovisa nel 2002, uno dei suoi spettacoli che forzavano le forme dello spettacolo e della sopportazione” (c’erano infatti spettacoli leggendari che duravano ore). Poi venne l’idea del Corriere, che non fu improvvisata.

 

“Era un progetto a cui pensava da anni”, ricorda Agosti, ma a un certo punto sembrava che ci fossero le condizioni, finalmente, per mandarlo in porto. La giunta milanese Pisapia appena insediata, con Stefano Boeri assessore alla Cultura, che voleva fortemente quel progetto e che in questi giorni ha ricordato quanto gli sia dispiaciuto non essere riuscito a realizzarlo. Poi agivano anche due spettacoli mancati che Ronconi non era riuscito a fare: il ‘Petrolio’ di Pasolini (incredibilmente il Piccolo non era riuscito ad ottenere i diritti). E ‘Il viaggio di G. Mastorna’ di Fellini: insomma  le due opere impossibili, le due opere che uccidono i rispettivi autori. Così prese piede l’idea del quotidiano nella metropolitana: ne parla con l’allora direttore De Bortoli, che approva”.

 

L’idea, appunto, è di “chiudere la metropolitana un sabato sera. Con la lettura di un numero del Corriere nella sua interezza, l’edizione di un giorno qualunque di qualche tempo addietro; forse quella del compleanno del regista, o forse il giorno in cui Roberto De Monticelli, negli anni Settanta, aveva fatto una recensione di un suo spettacolo. Ci sarebbero stati gli studenti della scuola e attori professionisti – un ricordo dell’esperienza dei frammenti di Kraus, degli ‘Ultimi giorni dell’umanità’, e d’altronde valeva qui anche un altro tema che stava a cuore a Ronconi, cioè l’idea che si può far teatro da qualunque cosa, non solo da un testo drammaturgico; come per esempio il glorioso ‘Pasticciaccio’ fatto all’Argentina negli anni Novanta”. 

 Carlo Ronconi, scomparso nel 2015

Milano con i suoi spazi urbani e industriali ispirava il regista, che subentrò a Strehler alla direzione del Piccolo. “Verso la fine degli anni Ottanta, ancora in èra Strehler, Ronconi aveva già escogitato un altro grande progetto, che doveva chiamarsi ‘Vigilia’, e tenersi negli enormi spazi dell’Ansaldo, ed essere dedicato alle scorie della città di Milano. Un progetto con le scene di Margherita Palli. Sarebbero stati usati solo oggetti che i cittadini dismettevano, gli avanzi della città, appunto: banchi di scuola, letti di ospedale, eccetera. Sette ragazzi, un po’ come nelle ‘Mille e una notte’, escono dalle loro case e si perdono nel labirinto della città. Lo sceneggiatore Peter Exacoustos aveva proceduto a una schedatura delle attività di questi ragazzi nelle attività cittadine (palestra, scuola, negozi), una schedatura delle attività urbane, che aveva dunque molti legami con l'idea del giornale nel metrò”. 

 

Col progetto metropolitano i milanesi sarebbero saliti sui vagoni e avrebbero trovato studenti e attori che recitavano “perfino i necrologi”.  L’idea era mettere in scena un intero giorno del nostro passato recente nei vagoni, lungo le pensiline, negli atri delle stazioni sotterranee. “Per accorgerci che sotto ai nostri piedi non scorrono solo flussi e vagoni, ma quel frenetico brusio di storie ed eventi che in verità costituisce la cronaca (politica, nera, sportiva, culturale) di una città. Accorgersi che improvvisamente – quasi fosse un inconscio collettivo – questa cronaca riemerge e ci avvolge”, ha scritto Boeri.

 

Chissà come sarebbe stato questo spettacolo. “Non necessariamente bello”, dice Agosti. In Ronconi non contava infatti il singolo lavoro, ma il fatto che ogni volta ti costringesse a pensare: non era la realizzazione del singolo progetto ma la riflessione sulle regole della comunicazione, che gli stava a cuore. Di certo l’idea era non limitarsi alla cosa ben fatta.

 

Gli spettacoli grandiosi non si contano: quando fa ‘XX’ di Rodolfo Wilcock a Parigi nel 1971, con una casa dalle pareti che poi cadono; o la ‘Kätchen von Heilbronn’ sulle acque del Lago di Costanza o un ‘Fairy queen’ per il Maggio Musicale con carri di buoi, vere mongolfiere, e centinaia di comparse tra i prati di Boboli. Però Milano aveva un significato speciale per lui, o almeno viceversa: “Enzo Mari, come si vede nella mostra in corso alla Triennale, prevedeva una piazza del Duomo adibita a quinta teatrale, tagliata in due, per gli spettacoli di Ronconi, unico nome ammesso dall’architetto. 


Del resto il giorno dell’allunaggio Ronconi aveva fatto l’ ‘Orlando furioso’ proprio sul sagrato del Duomo”. Peccato che l’idea della metropolitana non andò in porto. “Non si fece più perché Boeri non fu più assessore, Ronconi stava sempre peggio e comunque fece altre cose, anche magnifiche, come “il Panico” di Rafael Spregelburd”. Oggi però rifare questo spettacolo in metropolitana, appena si potrà, per festeggiare la fine del Covid, e la ripresa della vita normale, sarebbe un’idea mica male (anche con mascherina, al limite).
 

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. Ha  pubblicato con Adelphi “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla California, durante la prima elezione di Trump, mentre presto uscirà il suo saggio su Arbasino, “Stile Alberto” per Quodlibet.