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Le insegne di Roma

Dopo la rimozione della scritta CasaPound, un altro fondamentale riferimento visivo lascia orfani i romani: quello di Habitat sulla Cristoforo Colombo

8 Settembre 2019 alle 06:00

Le insegne di Roma

foto LaPresse

Dopo la rimozione della scritta CasaPound, un altro fondamentale riferimento visivo lascia orfani i romani: quello di Habitat sulla Cristoforo Colombo. Il grande negozio di arredamento pare in liquidazione, gli operai al lavoro a rimuovere la grande scritta che occupava un posto importante nella foresta di simboli romana, sulla fatale via Colombo, verso l’Eur: vicina al micidiale palazzo della Regione Lazio già utilizzato cinematograficamente come ItalPetrolCemeTermo-TessilFarmoMetalChimica meglio nota come Megaditta di Fantozzi. E ad altri “segni” fondamentali, la Nuvola di Fuksas, il “fungo”, serbatoio destinato ad abbeverare l’Eur, con ristorante all’ultimo piano tutt’ora in funzione, già appartenuto al tenore Mario Del Monaco che voleva diversificare nel food (cimeli anche importanti, lassù); e poi l’Eur fondamentale col Colosseo quadrato ora Fendi, con la sua scritta fortunatamente intatta sul popolo di santi ed eroi, eccetera; e giù giù ancora il piccolo emirato del centro commerciale Euroma2, con le sue cupole e i suoi marmi, e la torre di Purini detta anche “la bistecchiera” per quel gioco di superfici in coppa. Ma tra i cartelli “bioparco” e “auditorium” disseminati anche negli angoli più remoti romani, Habitat era importante coi suoi font; al pari di altre scritte che invece son rimaste lì, come quella di Mas, magazzini allo statuto, primo department store romano, non lontano da CasaPound, all’Esquilino, e già immortalato sia nel “Supercafone” di Er Piotta che in raffinati documentari. Regno effimero della canottiera, dell’orologio d’oro finto, della mutanda sintetica, con reparti (e cartelli) Mas Oro e Mas Pellicceria, occupante un intero isolato, con scale mobili a portare in seminterrati muscosi e inquietanti, per sottoproletariati integrati. Smart e Mini dai Parioli a comprare costumi per feste in maschera nell’ambìto reparto uniformi – da steward, da commessa di supermercato, da macellaio, da cameriera con crestina, da spazzino – naturalmente già oggetto di recuperi culturali e vintage e in perenne chiusura, per anni, ma non chiudeva mai. Era garanzia di eternità, come la “u” contenuta nella parola “Statuto” che era poi la via che lo ospitava, andata a fuoco per cortocircuito negli anni Sessanta (la u, non la strada); e mai più sostituita, e dunque annerita, lì, ancora oggi, mentre il negozio ha chiuso da tempo.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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