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La limo di Putin che piace ai sovranisti

Al Salone dell’auto di Ginevra la versione di serie della macchina del presidente. La Russia ritorna all'autarchia automobilistica

10 Marzo 2019 alle 06:00

La limo dei sovranisti europei

La Aurus Senat S600 verrà presentata al Salone dell'auto di Ginevra (Immagini prese da Wikipedia)

Dopo lunghe attese finalmente è arrivata. Al Salone dell’auto di Ginevra in corso in questi giorni troneggia la limo sovranista in produzione di serie. Si chiama Aurus ed è la versione civile dell’auto di stato del presidente Putin. Presentata in due versioni, normale e limousine (modello Senat S600 e Senat L700), dove i numeri segnalano i mostruosi ingombri in centimetri, ha un motore ibrido (inatteso orgoglio ecologista putiniano?) da 4,4 litri turbo, sviluppato dalla Porsche, con cambio automatico a nove marce, trazione integrale, potenza totale di 590 cavalli (ma in futuro ci potrà essere anche un V12 6,6 litri da circa 850 cavalli, hanno annunciato alla casa produttrice).

 

La scattante vetturetta, in grado di resistere ad attacchi di gilet gialli, somiglia un po’ a una Rolls e un po’ a una Chrysler 300; dovrebbe arrivare anche in Europa il prossimo anno al prezzo di 10 milioni di rubli, pari a circa centotrentamila euro, e dare la stura a una vasta gamma di veicoli putiniani per appassionati e sovranisti vari (ci sarà anche un Suv). La produzione poi sarà limitata a 150 esemplari all’anno fino al 2021, quando verrà costruita una fabbrica capace di realizzare fino a 5.000 vetture. Si ritorna così finalmente all’autarchia automobilistica in Russia: il primo a usare vituperate berline straniere fu Boris Eltsin, che accantonò le deprimenti macchine autoctone Zil utilizzate tradizionalmente per più confortevoli Mercedes serie S che sono piaciute finora anche a Putin. Ma non poteva durare: non solo nascevano oltre i sacri confini; venivano perfino mandate a blindare e allungare in Belgio, avamposto della degradata Ue.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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