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Carlo e i suoi fratelli

Nel pieno delle celebrazioni del modernismo brasiliano, un libro racconta i fratelli Hauner, i bresciani che fecero l’impresa a San Paolo

23 Dicembre 2018 alle 06:21

Carlo e i suoi fratelli

Mentre si va a denunciare un comunissimo furto di telefonino, nell’apposito ufficio della polizia di Rio de Janeiro con personale che parla inglese e offre rapide pratiche per il frequente reato (rubato a Copacabana, sulla spiaggia, da un piccolo favelante), ecco una madeleine bresciana-brasiliana spuntare all’improvviso. L’ufficio sta di fronte a un mall nell’affluente quartiere di Leblon, a ovest di Ipanema. Lì, mentre si attendono le formalità, ecco una bellissima libreria con parquet antichi e atmosfera che richiama il Real Gabinete Português de Leitura, la biblioteca di sublime stile manuelino nel centro vecchio di Rio. Ecco anche questo volume che ci viene incontro. “Mobilinea. Design de um estilo de vida”, prima opera onnicomprensiva sulla azienda di mobili che è stata una specie di Kartell brasiliana, mobili ben disegnati per la nuova classe media arrembante negli anni Sessanta, mentre scoppiava l’oggi celebratissimo modernismo brasiliano. L’autrice, Mina Warchavchik, figlia di un fondamentale architetto modernista, racconta la storia degli italiani che fecero l’impresa.

 

Ernesto Hauner (1931-2002) arrivò in Brasile col fratello Carlo (1927-1996, figura mitologica, fu pittore con opere alla Biennale, poi designer, poi inventore del Malvasia delle Lipari che ancora porta il suo nome: qui si confessa un feroce ancorché casuale conflitto di interessi, era lo zio di mamma; anche se lo si vide pochissimo, perché a un certo punto si era trasferito a Salina, ma si è cresciuti tra i suoi quadri, i suoi vini, i suoi mobili). I fratelli Hauner cominciarono a lavorare come “desinhadores” per Lina Bo Bardi, architetta romana, inventrice del Museu de Arte de São Paulo (Masp), della Casa di vetro e dei più pregiati manufatti del nuovo design brasiliano oggi assai cool, che all’epoca sbocciava a San Paolo mentre le radio diffondevano la bossa nova, il Cinema Novo conquistava le sale, il design e l'architettura di Brasília, la nuova capitale costruita dal nulla, affascinavano tutti.

 

San Paolo però in quegli anni era poi tutto un fervore di italiani. I fratelli Hauner producevano i mobili per la Bo Bardi e il suo “Studio de Arte e Arquitectura Palma”, che poi rilevarono trasformandolo in Forma, altra azienda celebre del design brasiliano. Aprono uno show room nel primo mall del Brasile, informa il librone. Studiano sistemi produttivi per fare mobili di design in grande serie. Puntano sul legno curvato (nella tradizione dei Thonet, che operavano in Brasile), costruiscono i mobili in giacaranda piegata del leggendario Sergio Rodrigues, che disegnerà il sofà “Hauner” in onore dell’amico.

 

I fratelli Hauner erano nati a Brescia da Ferruccio, d’ascendenze austroungariche, violinista al Teatro Grande; e alla fine degli anni Quaranta si erano trasferiti a San Paolo. Ernesto aveva sposato la croata Georgia Morpurgo, figlia di Vittorio, ebreo cosmopolita che lavorava con Lionello Stock, quello dei liquori, ed era incaricato di rilanciare lo stabilimento di amari di San Paolo. Georgia aveva studiato a Los Angeles e parlava cinque lingue.

 

Fu responsabile delle pubbliche relazioni, della pubblicità, oggi si direbbe dell’immagine coordinata di Mobilinea, uno dei primi gruppi brasiliani per l’arredamento industriale, fondato appunto da lei e da Ernesto nel 1962, che rivoluzionò abbastanza anche la réclame. Lei diventa anche curatrice del design della rivista brasiliana “Claudia” (nelle foto con Ernesto sembrano due divi del cinema. E’ ancora viva, in Canada: dev’essere una stupenda vecchia leggendaria, bisognerà andare a trovarla).

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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