One Piece, il live action che si adatta a un pubblico incapace di stare attento

Su Netflix è uscita la nuova stagione ispirata al manga del fumettista giapponese Eiichirō Oda, ma rispetto all'originale mancano trama, scene statiche e profondità emotiva per venire incontro agli spettatori che non riescono a mantenere la concentrazione per più di 40 secondi

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1 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:53 AM

Taz Skylar, Emily Rudd, Iñaki Godoy, Mackenyu, e Jacob Gibson (Photo by Andrew Park/Invision/AP)

Togliete trama, scene statiche e profondità emotiva dal manga del fumettista giapponese Eiichirō Oda e otterrete il nuovo live action di One Piece. Il 10 marzo è uscita su Netflix la seconda stagione della storia che racconta le avventure di un gruppo di pirati alla ricerca di un tesoro, con attori in carne e ossa al posto dei cartoni animati, riadattando l’anime da 1.055 puntate, tratto dal manga di Oda, che ventisette anni fa la Toi Animation ha iniziato a produrre e trasmettere in Giappone. E’ fisiologico però che il riadattamento modifichi qualcosa del prodotto originale ed è stato proprio per sincerarsi che la nuova serie fosse quanto più fedele possibile alla sua creazione che Oda ha seguito il progetto Netflix da vicino. Ma a quanto pare non è bastato: la piattaforma statunitense ha fatto di tutto pur di venire incontro alle esigenze di un pubblico che non è più quello del 1999, ed è incapace di mantenere alta la soglia dell’attenzione per un prolungato periodo di tempo. Tanto che durante un'intervista con Joe Rogan, Matt Damon ha rivelato che Netflix chiede ai registi di "ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché le persone stanno al telefono mentre guardano un film". Anche le piattaforme sanno che la battaglia per la nostra attenzione è perduta, e corrono ai ripari.
All’apparenza quella di One Piece sembrerebbe una storia sulla falsariga delle tante che sono state narrate nei secoli, un titolo per tutti L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson. Ma la grandezza di Oda sta nell’essere riuscito a dare vita a uno dei manga - e degli anime - più popolari al mondo, con la ventunesima stagione ancora ancora in corso in Giappone, mentre in Italia è in corso la ventesima. Ed è per questo motivo che Netflix ha voluto fare il riadattamento della saga dei pirati di Cappello di paglia, il soprannome del protagonista e capitano Monkey D. Luffy. Ma per farlo non ha potuto non tenere in considerazione questo dato: secondo lo studio cognitivo pubblicato nel 2023 Attention Span: A Groundbreaking Way to Restore Balance, Happiness and Productivity, negli ultimi due decenni, il tempo medio di attenzione su un singolo compito per gli uomini è sceso da 2,5 minuti a 40 secondi.
Netflix ha quindi pensato bene di sfruttare la grande popolarità di One Piece (il jolly roger con il teschio e il cappello di paglia è apparso in diverse manifestazioni nel sud-est asiatico e in Europa nell’ultimo anno come simbolo contro il potere) adattandolo però al mondo occidentale di oggi per attirare quelle persone che, almeno in pubblico, dicono che gli anime non fanno per loro. E così Netflix ha ridotto in sedici episodi - otto per ognuna delle due stagioni in onda - quello che per essere raccontato nella versione originale ha avuto bisogno di 92 puntate. Sono scomparse le scene statiche, che aumentano l’impatto emotivo di un dialogo o di un momento di riflessione, ed è saltata la maggior parte delle storie separate dalla linea di racconto principale, per non parlare dei filler, episodi che non sono presenti nel manga (né tantomeno nel live action) e servono per allungare la serie nell’attesa che l’autore prosegua il fumetto. Tutto questo per non far mai abbassare il ritmo della narrazione in modo da non far perdere l’attenzione allo spettatore e avvicinare sempre di più One Piece a un film della Marvel.
Infatti, sempre per lo stesso motivo, ci sono molte più scene di combattimento rispetto al manga - che, come tutti i suoi simili utilizza la tecnica dell’animazione limitata - e, quando sembra che la trama si stia per fermare, ecco che entrano in scena personaggi ben prima della loro apparizione originale. Tra tutti, vediamo Brook, un pirata che comparirà circa 300 episodi dopo quello del live action e Sabo, che si rivelerà essere il fratello di Cappello di paglia oltre 600 puntate più avanti (gli spoiler per i veri fan di One Piece sono caduti in prescrizione parecchio tempo fa).
Con questo live action, Netflix ha totalizzato 16,8 milioni di visualizzazioni nelle prime due settimane, ma, rispetto alla prima stagione ne ha perse 1,7 milioni. Forse perché è finito l’effetto della novità di vedere attori reali nel ruolo di personaggi che hanno fatto parte della propria infanzia o forse perché quegli stessi personaggi straordinari nel mondo fantastico di Oda sono diventati degli ordinari supereroi americani. Di sicuro c’è che se nel 2015 One Piece è entrato nel Guinness dei primati come serie a fumetti disegnata da un solo autore con il maggior numero di copie pubblicate (più di 320 milioni allora) e sette anni dopo, nel 2022, ha superato le 500 milioni di copie in circolazione, stabilendo, anche stavolta, un record, è perché non è solo azione e battaglie, ma qualcosa che al di là dei 40 secondi di attenzione.