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il big bang sulla tv di stato
Meno canone e nuovo cda: Forza Italia porta al Senato una riforma Rai che il Mef considera pericolosa
Il testo unico che unisce 11 proposte di legge ridisegnerebbe poteri e vertici della Rai, ma trova l’opposizione del ministero dell'Economia e delle Finanze. E apre uno scontro tutto interno alla maggioranza. Cercasi scalpo
Al ministero dell’Economia dicono: altro che TeleMeloni, altro che gli sfondoni dell’ex direttore Petrecca, piaceri e conduzioni agli amici e ai “fratelli”, programmi flop e tg in calo. La Rai diventerà TeleCasino se passasse anche un solo articolo del disegno di legge di riforma di Viale Mazzini (oggi trasferitasi causa amianto al quartiere Ostiense) che va in aula al Senato mercoledì prossimo. Infatti il ministro Giancarlo Giorgetti e i suoi tecnici hanno dato parere contrario quasi all’intero testo. Maggioranza contro governo e viceversa. Una riforma da buttare nel cestino, un ritorno alle caverne della Prima repubblica. Ma perchè? Non c’è indipendenza, non c’è un progetto gestionale. Non c’è neanche la lottizzazione organizzata. Quella che Bettino Craxi sintetizzò così: “Il numero di telefono della Rai è 643111”. Ovvero 6 Dc, 4 Pci, 3 Psi, 1 repubblicano, 1 socialdemocratico e 1 liberale.
Il testo unico che comincia l’iter la prossima settimana riunisce 11 proposte di legge, di tutti i partiti. Mena le danze la maggioranza ovviamente e in particolare il testo di Maurizio Gasparri, presentato il primo giorno della legislatura in corso, 13 ottobre 2022, fonte ispiratrice del provvedimento da votare. Il relatore del ddl in commissione è stato Claudio Fazzone, fedelissimo del capogruppo di Forza Italia. “Perché FI vuole distruggere la Rai?”, si chiedono a Via XX settembre. Qui si entrerebbe nel campo della psicologia, del risentimento, degli umori viscerali, magari un’altra volta. Comunque: il ministero dell’Economia e Finanze (Mef) non tocca più palla sul servizio pubblico. E qui Giorgetti è saltato sulla sedia, ha controllato un po’ l’assetto societario e ha verificato che il Mef è fino a prova contraria azionista della Rai al 99,56 per cento. Oggi designa l’amministratore delegato e indica il presidente che per entrare in carica però ha bisogno del voto in Commissione di Vigilanza. Una governance quasi normale almeno sulla carta (poi c’è la politica, chiaro). Nel ddl invece il proprietario sparisce. I membri del consiglio di amministrazione vengono tutti eletti dal Parlamento (tre la Camera, tre il Senato) più un rappresentate dei dipendenti, poi nel mazzo il Cda voterà l’amministratore delegato. All’articolo 6 è prevista la possibilità di ridurre il canone del 5 per cento anche ogni anno “motivandola con la riduzione dell’esigenze di finanziamento”. Il canone dà un gettito di 1,9 miliardi. Parere contrario del Mef un’altra volta. Che in una nota ha fatto sapere al Parlamento: “Quindi, in caso di riduzione possiamo prevedere un piano di esuberi del 5 per cento?”. I dipendenti Rai sono 13 mila (per un costo annuo di 960 milioni), significa un taglio di quasi 700 unità.
Cda, presidente e Ad rimangono in carica 5 anni (come una legislatura) invece di 3. La Rai diventerebbe una mosca bianca rispetto a Eni, Enel, Terna, Leonardo, aziende partecipate pesantissime e che generano utili per lo Stato. Al governo pensano ci sia un problemino. Il presidente e l’Ad non avranno limiti di stipendio, ma questo è il meno. Nel consiglio entrano (articolo 8) anche un membro della Conferenza Stato-Regioni e uno dell’Associazione dei comuni italiani. In nome del pluralismo, sia chiaro. E della confusione totale. I +2 sarebbero comunque junior partner, senza diritto di voto. Allora ok. Una Rai così politicizzata, parlamentarizzata per usare un eufemismo, può essere anche un modo per gettare la maschera, sollevare il velo di ipocrisia rispetto ai vecchi slogan dell’indipendenza, dei partiti fuori da Viale Mazzini etc. Però sappiamo che la politica in due anni non ha saputo risolvere il tema del presidente, che la designata Simona Agnes attende invano il voto della Commissione di Vigilanza, che la stessa Commissione è un ente inutile ormai paralizzato dai veti e dalla sedute andate deserte. Che i tempi e il contesto sono cambiati dalla rubrica di Craxi, che ci vorrebbe uno scatto manageriale per la “più grande azienda culturale del Paese” sebbene pubblica. Allora a che serve un testo osteggiato dal governo e che così com’è non sembra avere un grande futuro verso il traguardo dell’approvazione?
Nella guerra interna alla maggioranza e soprattutto in Fratelli d’Italia alcuni vedono il ddl come un grimaldello per cambiare i vertici prima della scadenza naturale. Cambiano le regole, il cda fa il beau geste di un passo indietro e tutto si risolve. Oppure il ddl, anche incagliato in aula, serve a dimostrare la buona volontà della destra di assecondare il Media Freedom Act europeo entrato in vigore lo scorso agosto. La normativa prevede alcune regole sulla libertà di informazione nel servizio pubblico. TeleMeloni fa vedere alla Ue che qualcosa si muove, che ci prova: è previsto anche un canale di “promozione culturale” senza spot e senza televendite, finanziato solo dal canone. Così evita la procedura d’infrazione e una multa salatissima all’Italia. Fumo negli occhi, se ci cascano. Ma certo il “regista” Gasparri non è di questo parere. Vuole andare fino in fondo, costi quel che costi. “Lui pensa di fare il bello e il cattivo tempo in Rai – dice Stefano Graziano , capogruppo del Pd in Vigilanza -. Ma è vittima di se stesso perché oggi l’ad è di Fratelli d’Italia, il presidente reggente è il consigliere anziano della Lega Antonio Marano e la candidata di FI Agnes è ferma al box da quasi due anni. Bel capolavoro”. Spente le luci di Sanremo, da mercoledì capiremo quanto è profonda la frattura tra governo e maggioranza, quanto è grande la voglia di mettere sottosopra la Rai, con tutti i suoi difetti.